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I risultati fallimentari del Napoli rappresentano uno dei grandi temi calcistici della stagione, se rapportati alle aspettative riposte da tifosi e addetti ai lavori su chi aveva appena vinto lo scudetto. Una stortura negativa perché nella memoria collettiva c’era ancora l’immagine di una squadra capace di stradominare lo scorso campionato. Adesso gli azzurri devono praticamente ricominciare da zero a causa di errori tecnici e gestionali. Al contrario, in casa del Lecce possono festeggiare la salvezza proprio grazie alla mancanza di superbia del suo management. Così, pur privi di un budget importante, i giallorossi hanno capitalizzato la lungimiranza di un dirigente navigato e preparatissimo (Pantaleo Corvino). In attesa di scoprire come sarà il futuro della squadra partenopea, sperando che davvero ADL voglia ritrovare entusiasmo e rilanciare il progetto, vediamo com’è andata l’ultima giornata…

Meret: 6

Vuole staccarsi di dosso la vecchia etichette di sopravvalutato. Ma per non essere più vittima di certi pregiudizi deve fare sempre cose strepitose. Il Lecce gli consente di vivere una domenica da spettatore non pagante. Unica azione che lo coinvolge direttamente, una uscita coi piedi fuori area. 

Di Lorenzo: 6

Fino a una manciata di giorni fa, l’idea che il capitano potesse prendere in considerazione l’idea di cambiare aria poteva concretizzarsi soltanto nei peggiori incubi dei tifosi partenopei. Ora le voci dei “soliti noti” raccontano di entusiasmo pari a zero e orgoglio ferito per essere finito sorprendentemente sul banco degli imputati. Sperimentando sulla propria pelle cosa significhi tradire le attese di un pubblico assai esigente. Opposto a Dorgu manifesta a tratti il tradizionale marchio di fabbrica, fatto di sovrapposizione incontenibili e attenzione nell’ uno-contro-uno difensivo.

(dal 84’ Mazzocchi: s.v.)

Entra bene ma non riesce a incidere

Ostigard: 6

Domenica stranamente non rovinata da un attaccante avversario. Anche se lui è stato uno dei meno deprimenti della difesa. Oggi tatticamente impeccabile nelle letture, specialmente quando s’è scambiato la marcatura di Krstovic. Il norvegese, dunque, non può distrarsi, altrimenti diventa difficile recuperare. Una prestazione che certifica in maniera indelebile la qualità del lavoro difensivo svolto almeno oggi. Reattivo ma impreciso sotto rete in una situazione che poteva magari capitalizzare meglio.

Juan Jesus: 6

Il duello con Krstovic rappresenta idealmente il lungo viaggio che ha tenuto fin qui il brasiliano nell’occhio del ciclone, per le continue amnesie difensive. Un cammino costellato da errori e omissioni, che ormai non sorprende più nessuno. Quasi ci si aspettasse da lui il clamoroso errore, però Batjuan non perde il senso della misura. Fino ad appiccicarsi all’attaccante montenegrino, non concedendogli alcunché. Anzi riuscendo a vincere tanti contrasti.

Olivera: 6

La società ha pensato che potesse sostituire uno dei protagonisti della cavalcata scudetto (Mario Rui). Al contrario, l’uruguagio ha disatteso ampiamente la fiducia. Nel confronto con Almqvist, un esterno non di primissima fascia, ma comunque abbastanza “frizzante”, ha tradito l’ennesima speranza di potersi riciclare nel Napoli che verrà. L’approccio è sempre molto prudente, tutt’altro che ambizioso: sembra non voglia fare il passo più lungo della gamba. Nondimeno, si accontenta di mantenere il freno delle sgroppate tirato. Svolgere il compitino, senza picchi di rendimento, diventa quindi il manifesto delle sue aspirazioni mancate.

Anguissa: 5

Va riconosciuto ai tre allenatori che si sono succeduti sulla panchina partenopea di avere costantemente creduto in lui. La fiducia non è mai venuta meno. Anche nei momenti in cui il rendimento è stato basso. Ci sarà una spiegazione al perché abbiano sempre puntato su Zambo. Forse la mediana con lui assume una struttura più solida. Del resto, affronta subito a viso aperto un vivace Berisha, l’unico nei giallorossi a fornire qualche spunto pericoloso, con qualche buon dribbling tra le linee. Che il camerunese assorbe, dimostrando, se supportato da gambe e testa, di essere una risorsa importante. Ergo, ancora spendibile ai massimi livelli.

Lobotka: 6,5

Come Don Chisciotte, che lotta da solo contro i mulini a vento, lo slovacco è l’unico talmente intransigente con sé stesso, da mantenere le promesse, mentre attorno a lui i compagni si scioglievano come neve al sole. Anche oggi attento e sicuro. Al punto che le idee diventano poi una sorta di visione mistica. E la regia si trasforma in letture intelligenti. Una notizia non così scontata, come dimostra in modo significativo la pigrizia di taluni azzurri. Infatti, spesso e volentieri predica nel deserto.

Cajuste: 5,5

Tenta di mettere Blin in soggezione attraverso pressing e riaggressione. Lo svedese in ogni caso non si approccia in punta di piedi. Però i ritmi non sono ferocemente intensi. Impreziosisce la sua prestazione con le idee e la capacità di reinventarsi, trovando le migliori risorse per consolidare il centrocampo. E tentare pure la battuta a rete dalla distanza. Quasi raccoglie i frutti di corsa e fisicità, centrando il palo.

(dal 64’ Osimhen: 5,5)

Cerca di entrare in tutte le azioni offensive, magari non tocca un mucchio di palloni, ma lui è in missione, a caccia dell’unica opportunità che gli consenta di far esplodere il “Maradona” e regalarsi un’ultima rete nello stadio che tanto lo ha acclamato in questi anni. Resta a secco, eppure ha dato il massimo nella sola palla buona negli ultimi sedici metri, col diagonale che si perde a fil di palo.  

Politano: 5

La mancata convocazione in Nazionale forse mortifica oltremodo un esterno come Matteo, che lo scudetto vinto proprio con Spalletti aveva consacrato come uno dei più forti nel suo ruolo, almeno nel panorama della Serie A. A distanza di qualche mese le cose sono cambiate radicalmente, e lui sembra aver smarrito la dimensione di offensive player iperperformante, che si incastrava alla perfezione nel 4-3-3. D’altronde, basta guardarlo muoversi in campo, pigro e senza genio. Gallo ne disinnesca con facilità le volate in ampiezza, obbligandolo a riciclarsi senza alcun costrutto come centrocampista.

(dal 46’ Ngonge: 6,5)

Il suo ingresso ravviva la squadra. Lui sta bene e si vede. Dà il massimo nel solito lavoro di puntare l’uomo e dopo stringere centralmente. Insidioso con qualche buono spunto, fatto di buona corsa e un ottimo piede, con cui produce occasioni interessanti cross in area. Su una sassata, vola Falcone. Con un tracciante spacca la traversa.

Simeone: 5

Il calcio è bello per meritocrazia, non per diritto quesito. Nonostante Calzona l’abbia derubricato a mero tappabuchi, a El Cholito non manca mica l’altruismo. Tantomeno la voglia di sbattersi in funzione della squadra. Perciò si mette a disposizione, senza alcuna vena polemica. Nondimeno, se vari indizi si trasformano in prove, appare evidente che Baschirotto non deve fare grandi sforzi di fantasia per mettergli facilmente la museruola. Del tutto inefficace.

(dal 46’ Raspadori: 5)

Arrivare a definirlo attualmente un attaccante appare un’offesa a chi la butta dentro con disarmante puntualità. Evidente che quest’anno abbia subito una notevole regressione in chiave offensiva. Una metamorfosi tattica per cui si preoccupa più di cucire il gioco, invece di andare in verticale, con o senza palla. Un paio di lampi, per giustificare la sua presenza: diagonale alto sopra la traversa da dentro l’area, seppur defilato. Quindi tiene la palla bassa e la indirizza nell’angolo più lontano: Falcone si stende e l’abbranca. Peccato che alla sua sinistra fosse completamente smarcato Kvara.

Kvaratskhelia: 6

Anche la gara contro il Lecce racconta qualcosa del georgiano. In primis, la dirompente bellezza nell’isolarsi e dopo puntare Gendrey. E se i giallorossi lo raddoppiano, dribbling e accelerazioni, accarezzando il pallone, rimangono un concentrato delle sue migliori qualità, per creare comunque superiorità numerica e posizionale. Kavra non perde occasione nel mettere insieme, al posto giusto nel momento più utile, le sue giocate. Indirizzando la deriva del match sui binari maggiormente propensi agli azzurri. Nella ripresa il Napoli continua a fare tremendamente fatica. Lui tenta disperatamente di svegliarlo, spingendo sulla fascia, con dinamismo. E creando anche qualche buona opportunità. Peccato che una la fallisca a pochi metri dal gol, concludendo a lato.

Calzona: 5

In una stagione tragica per il Napoli, scivolato desolatamente al decimo posto in classifica, c’è molto da rimproverare pure a lui. Probabilmente il suo arrivo in panchina aveva generato aspettative troppo grandi, che non è riuscito nemmeno lontanamente a mantenere. Incapace di individuare una strategia che consentisse di sopravvivere, arrivando almeno in Conference. Dal punto di vista tecnico-tattico non ha apportato coraggio, tantomeno innovazione, dimostrando una mentalità perdente. La squadra non ha mai espresso un gioco ricercato, rifugiandosi in un noioso possesso perimetrale. E poi là dietro ha continuato ad essere la banda del buco, manco fosse obbligata a prendere gol ogni maledetta partita. Insomma, una scelta banalmente sbagliata, che non ha lasciato tracce di sé, contribuendo invece a disseminare il cammino azzurro di macerie. 

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