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Ancora una volta in questa stagione disgraziatissima ci ritroviamo a commentare l’ennesima figura vergognosa del Napoli. Ormai l’unico aggettivo che riesce a etichettare una squadra per certi aspetti ambigua e indecifrabile. A Empoli gli azzurri sono andati molto vicini a raggiungere il minimo delle loro possibilità, riuscendo a trascinare lo scudetto nel fango di una prestazione veramente imbarazzante. Sin troppo generoso, dunque, pensare a questi giocatori col titolo di Campioni d’Italia.

Del resto, in queste ore non si parla altro dell’atteggiamento indegno di chi si fregia del tricolore cucito sulla maglia. Alimentando il dibattito tra rei e innocentisti. Un confronto ideologico che vede comunque sul banco degli imputati presidente, giocatori e staff tecnico. Classica la domanda, in queste circostanze. “Di chi è la colpa?”.

Probabilmente nessuno ha la risposta definitiva. Nondimeno, appare evidente dalla posizione in classifica, nonché dal gioco a tratti davvero stomachevole: questa situazione è frutto di limiti e corresponsabilità gravissime, che coinvolgono un po’ tutte le componenti.  

Allenatore inadatto

Inutile girare attorno all’argomento, se il gruppo s’è sciolto come un gelato all’equatore, sicuramente non l’ha aiutato Francesco Calzona. Che in conferenza stampa evoca reazioni, ma poi è incapace di spiegare i motivi per cui, da Monza in poi, l’elettroencefalogramma del Napoli è piatto.

E la squadra non dà il benché minimo segnale di vita. Preoccupa soprattutto il lavoro scadente sulla fase di non possesso. Se le debolezze difensive erano già note, con il commissario tecnico della Slovacchia al comando, paradossalmente, sono addirittura peggiorate. Errori macroscopici nel piazzamento e nelle letture, associati ai perenni ritardi sulle marcature preventive e le seconde palle. L’allenatore parla di apatia, eppure il suo comportamento non è da meno. Il problema, però, sta a monte.

Ciccio è un integralista, al pari del suo mentore, Maurizio Sarri. Per cui il sistema di gioco rimane un dogma inscalfibile. Da qui, le sostituzioni sempre uguali, ruolo per ruolo. Tuttavia, manca della leadership necessaria per convertire questa caratteristica in decisionismo. Per cui, meglio limitarsi a scelte conservative, piuttosto che tentare audaci colpi di coda. Tipo, panchinare Di Lorenzo e concedere un briciolo di fiducia a Mazzocchi. Solamente così si spiegano i cambi cervellotici o la manifesta chiusura nei confronti di Simeone, esempi lampanti di una mancanza di feeling con lo spogliatoio. Allora va preso atto che Calzona non è all’altezza, sostanzialmente inadatto a ricreare un minimo di empatia dalle parti di Castelvolturno.

Presidente accentratore

Ovviamente, la proprietà non deve ritenersi esente da responsabilità, poiché la stagione da slavina è diventa valanga incontrollabile. La maldestra autostima di De Laurentiis rappresenta l’inizio e la fine di questa storia. Forse un po’ ingenuamente avrà pensato di non avere più nulla da imparare nel mondo del pallone. Che quindi le forze esoteriche capaci di accompagnarlo finora nella gestione della “sua” creatura potessero bastare a mantenerlo in carreggiata.

Una cosa è festeggiare un trionfo storico con la vendita di maglie celebrative e giri di campo d’onore, tutt’altra iniziare una guerra magari valorosissima con i tuoi stessi giocatori, contro le pretese economiche al rialzo perorate dai loro procuratori. Peccato che la mossa si trasformi un insostenibile affronto. ADL se la lega al dito. Determinando una guerra intestina, strisciante e mai dichiarata apertamente, fra lui e la squadra. Ricevendo in cambio l’embargo che è sotto gli occhi di tutti. Ci sono argomenti che non vanno resi pubblici, eppure chiunque mastichi un po’ di calcio sa quanto sia controproducente mischiare le questioni di soldi con i fatti di campo.  

Nessuna attenuante generica e un mucchio di scommesse andate a male, dalla scelta dell’erede di Spalletti a ben due sessioni di mercato (l’estiva e quella autunnale) fallimentari, hanno smentito categoricamente la più ottimistica delle convinzioni presidenziali. Isolando il Don Chisciotte Aurelio da chi obiettava sulla politica del ridimensionamento dei costi per gli stipendi. Tormentato anche dalla scelta autolesionistica di non sostituire Giuntoli con una figura analoga, che facesse da anello di congiunzione fra i vertici societari ed i “senatori” all’interno della rosa.

Giocatori privi di dignità

Le multiformi declinazioni di una società nient’affatto avvezza alle critiche, hanno fatto da potente generatore al malcontento dei giocatori. Che dal canto loro, mentre parlavano di amore per la maglia, covavano un cupo risentimento. Rivendicando invano un mucchio di danaro, tra presunti premi non erogati e sforbiciate agli ingaggi.

Ci sta che l’ambizione spinga a chiedere audaci aumenti, specialmente dopo un campionato stradominato. Sempreché la controparte consideri il calcio una forma d’amore e non un business. E pretenda dai suoi “dipendenti” comportamenti ossequiosi. Mentre per i giocatori, economicamente parlando, Napoli è un punto di partenza e non d’arrivo. Insomma, l’egocentrismo s’è trasformato nel maggior pregio ed al contempo nel peggior difetto di Don Aurelio.

Adesso non ci saranno più le luci della ribalta europea. Niente notti magiche e jingle della Champions, con accessorio urlo liberatorio dei tifosi festanti. Di certo, meno fiera delle vanità in tribuna d’onore, con varia umanità a scrocco, tra presunti vip e “amici” degli sponsor. 

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