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di Giuseppe Esposito

Per circa due mesi le acciaierie Azvostal sono state il baluardo di Mariupol. Al suo interno gli ultimi resistenti della città ormai in mano agli invasori.
Più di 2000, tra uomini e donne in armi, asserragliati nel sottosuolo delle acciaierie. Consapevoli che l’acciaio sulle loro teste non li avrebbe protetti a lungo. Sono rimasti sotto terra. Per tutto quel tempo, perché quelli erano gli ordini.

Dovevano resistere per la città (ormai distrutta e persa). Per il paese (che combatteva). Per il mondo (che li guardava col fiato sospeso). Per loro arrendersi non era un’opzione. La resa era inaccettabile, farlo sarebbe stato un grande regalo al nemico. Alla fine però hanno ceduto. Gliel’ha ordinato il presidente Zelensky. Kiev non ha voluto degli eroi morti ma patrioti vivi che fossero di esempio.
Le Autorità ucraine hanno dichiarato, tra l’altro, che resistere è servito a far alleggerire la pressione su Kiev. Inoltre, a bloccare l’avanzata in altri settori del fronte orientale. La loro evacuazione è stato l’atto finale di una missione compiuta.

Hanno obbedito e sono venuti fuori uno dietro l’altro. Hanno portato in barella i feriti gravi e sotto braccio quelli che potevano camminare. Gli uomini e le donne del battaglione Azov, della fanteria di marina, dell’esercito e della polizia cittadina sono usciti dalle tenebre. Alla luce del sole. I volti scavati, alcuni mutilati, stanchi, anche sporchi, le uniformi logore, gli sguardi persi di chi non sa cosa li aspetta. Consegnate le armi sono stati subito trasferiti nei territori controllati dai russi, o in ospedale o in strutture dedicate ai prigionieri di guerra.
Il comandante dell’Azov è stato trasferito da solo in luogo sicuro, così dicono fonti russe.
Il Cremlino dice che verranno trattati secondo le norme del diritto internazionale. Il presidente della Duma di Stato russa, Vyacheslav Volodin, li vuole accusati di crimini di guerra e per questo non possono essere rientrare tra gli scambi con i prigionieri di guerra russi. C’è chi poi li considera terroristi e come tali vorrebbe giudicarli.

Su di loro forse si speculerà. Chi li innalzerà alle glorie degli eroi e chi li infangherà come criminali. Sono “Soldati” che hanno fatto ciò che gli era stato ordinato: resistere.
Ora, se ci riusciranno, cercheranno di riposare un po’. Il sonno perso non lo riavranno indietro. I sibili delle bombe non li abbandoneranno. Così le ansie e le paure forse gli faranno compagnia. Nell’attesa di conoscere il loro futuro penseranno ai propri cari.
Un domani, da persone libere, forse torneranno ad Azvostal. Chissà se al posto dell’acciaieria troveranno un parco o un polo scientifico. Questo potrebbe diventare quel posto secondo le dichiarazioni Denis Pushilin, capo dell’autoproclamata repubblica di Donetsk in Ucraina. Forse si vuole cancellare ogni riferimento alla resistenza.

Quelli di Azvostal, così saranno ricordati, sono la parte visibile dei prigionieri fatti dall’una e dall’altra parte. Per tutti si spera in un trattamento umano. Degno di una brutta guerra che speriamo finisca presto.