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di Giuseppe Esposito

A Mahsa Amini (nella foto) fuoriusciva una ciocca di capelli dal velo, l’hijab, e questo le è costato prima l’arresto da parte della polizia della moralità e poi la morte mentre era in custodia. Da quel tragico giorno le proteste iniziate a Teheran continuano in molte parti dell’Iran ed hanno assunto i connotati del dissenso contro il regime dittatoriale. Nelle strade si grida “Donna, vita, libertà”.

La capacità di coordinamento dei manifestanti spaventa i funzionari governativi. Il regime introduce misure che limitano notevolmente il libero accesso ad internet estero a favore di una rete nazionale ristretta che può essere controllata. Secondo alcune testate giornalistiche iraniane, nel paese gli utenti di Internet mobile sono tagliati fuori dalla rete network internazionale su diversi importanti fornitori di reti mobili. Nella capitale i dati mobili di internet sono spenti.
Negli USA il governo ed alcune società tecnologiche stanno studiando come rendere fruibile il flusso di informazioni attraverso la rete e come fornire agli iraniani servizi e strumenti di comunicazione aggiuntivi senza però violare le sanzioni in atto verso il paese.

Sempre più città si uniscono alle proteste. È significativo che non solo giovani e studenti scendono in piazza ma anche lavoratori di attività commerciali e industriali. Tra questi quelli di due importanti poli petrolchimici che hanno sede a Qom e Mashhad, le città sante dell’Iran.
Per far fronte al crescere dei dimostranti il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Islamic Revolutionary Guard Corps) fa ricorso a personale in pensione per rafforzare le proprie fila.

Il regime ignora i motivi del dissenso nel paese e conosce solo la repressione. L’Iran Human Rights (IHR) ha stimato finora a più di 200 i morti tra i dimostranti. Neanche i bambini vengono risparmiati, oltre 28 sono stati uccisi, ed un numero imprecisato è stato mandato nei campi di rieducazione dopo che erano stati arrestati per aver partecipato a proteste antistatali.

L’Iran accusa l’occidente di fomentare la rivolta. I canali social e mediatici filo iraniani presenti in Iraq e Libano, amplificano i messaggi antioccidentali lanciati dal regime che mette in guardia chiunque abbia intenzione di rovesciare l’autorità costituita iraniana. Gli Usa e l’Europa condannano la repressione e l’UE si appresta a varare sanzioni.
Il Dogma del velo è imprescindibile per l’Iran degli Ayatollah. Le donne Iraniane hanno più volte tentato di riacquistare il diritto a non indossarlo ma i tentativi sono stati vani a fronte di una repressione sempre dura.
Le proteste di questi giorni trovano nel velo la loro bandiera ma vanno molto oltre. Hanno unito più generazioni e lavoratori che reclamano diritti, equità e libertà. Gli studenti sono in prima linea perché il loro futuro è sempre più in gioco, vogliono un mondo nuovo e gridano “Morte al dittatore”.