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di Giuseppe Esposito

In Iran c’è sempre più distanza tra il regime autoritario e i cittadini che manifestano. L’incapacità e il rifiuto di ascoltare le voci che da più parte si levano nel paese è sempre più evidente.
Nel suo abituale schema propagandistico il regime afferma che vi è relazione tra l’attentato alla moschea di Shah Cheragh a Shiraz e le proteste in corso che l’avrebbero favorito. Sullo stesso solco vengono poi mosse accuse agli USA, all’Arabia Saudita e ad Israele di fomentare le manifestazioni nel paese tramite le agenzie di intelligence. Per Teheran vi sarebbe una coalizione in corso tra questi stati ed i dimostranti per indebolire la Repubblica Islamica e provocarne la caduta.

Il Critical Threats Project, analizzando gli sviluppi della dissidenza in Iran, ha notato che le maggiori manifestazioni si svolgono con una certa sistematicità nei giorni di mercoledì e sabato e sono coordinate con molta efficacia.
E proprio la direzione e l’organizzazione delle proteste rappresenta una inaccettabile provocazione per il potere centrale che rafforza i controlli e la repressione. Il generale Hossein Salami, comandante del IRGC (Islamic Revolutionary Guard Corps), minaccia di uccidere coloro che si ostinano a partecipare alle manifestazioni e li definisce una minoranza di illusi. Alle ultime proteste di piazza si sono avuti ancora morti e sarebbero stati impiegati anche cecchini per colpire la folla. I dimostranti, sempre più, adottano tecniche di guerriglia urbana per fronteggiare le forze di sicurezza che il regime schiera in più parti del paese.
Tra gli slogan di lotta e protesta se ne registrano nuovi tra cui “lotteremo, moriremo, riprenderemo l’Iran” e “questo è l’anno del sangue, Khamenei sarà rovesciato”. Questi motti, come altri, potrebbero essere la dimostrazione di come il popolo sia determinato nel volere il cambiamento.

I dimostranti trovano in molte parti del paese la vicinanza e la comprensione di alcuni esponenti religiosi sunniti che criticano il regime per le pesanti repressioni. A coloro che avevano già espresso il biasimo per le ingiustificate azioni delle guardie repubblicane si è aggiunto il sunnita Maulvi Abdol Hamid che potrebbe rischiare anche l’arresto. La solidarietà arriva anche da alcuni docenti universitari che all’inizio erano stati criticati per il loro silenzio.

La maggioranza del popolo iraniano sta dimostrando di essere pronto al sacrificio non per la difesa degli ideali della rivoluzione islamica, su cui tanto ha lavorato in questi anni il regime e di cui è imbevuta la sua propaganda, ma per l’affermazione della libertà e dei diritti fondamentali che sono stati sempre imbottigliati ed osteggiati dalla guida teocratica.