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Chiarezza, è quello che serve per descrivere il caso Sarah Everard, 33enne uccisa la scorsa settimana a Londra, e le conseguenze sociali che riporta alla luce

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I fatti: la ricostruzione dell’omicidio di Sarah Everard

Londra, Regno Unito – Nei pressi di Clapham Common Park, nella zona sud-ovest della City, Sarah Everard, 33enne director marketing che viveva a South London, si stava recando a casa dopo una visita ad amici. Erano le 21:00 del 3 marzo scorso. Camminando fa una telefonata al fidanzato di circa 14 minuti, per poi essere ripresa da telecamere di un videocitofono alle 21:28.

Da li, Sarah, scompare. Il giorno dopo il fidanzato si reca dalle autorità per denunciare la scomparsa della giovane. Cominciano le ricerche. Vengono perquisite 750 abitazioni, pubblicati diversi appelli sui social, passati al setaccio gli stagni del circondario fino a distendere le ricerche alla Contea del Kent.

Non c’è traccia. C’è solo sconforto, dolore, preoccupazione.

Il 9 marzo scorso si evolvono le indagini nell’arresto di un poliziotto: Wayne Couzen. Un omaccione grande e grosso, con il fascino da pelato e la barba curata. Insomma, proprio uno di quelli che, quando li vedi nella capitale inglese, ti dà sicurezza e conforto. Ma non era così. Indagata, con lui, anche la moglie Elena.

Sarah viene ritrovata il giorno 10 marzo – a poche ore dall’arresto di Couzen – in situazioni irriconoscibili. Era stata fatta a pezzi e gettata in una zona boscosa della città di Ashford, nel Kent. Ci è voluto un po’, a quanto pare, per effettuare un riconoscimento che è potuto avvenire solo tramite riscontro dentale.

Le scuse di Scotland Yard e le proteste

Si scatena un inferno che nella città dell’ordine non riusciremmo mai a concepire. Scotland Yard, tramite il vicecommissario Ephgrave, dichiara il totale rammarico: “Il fatto che a essere stato arrestato sia un ufficiale di polizia metropolitana in servizio è scioccante e profondamente inquietante. Il nostro compito è pattugliare le strade e proteggere le persone”. Poi arrivano le parole di Cressida Dick, capo della polizia metropolitana, asserendo che “l’arresto ha provocato un’ondata di rabbia, e parlo a nome di tutti i miei colleghi quando dico che siamo completamente sconvolti da questa terribile, terribile notizia”.

Succede di più, le scuse non bastano e a Londra c’è il panico. Sull’onda delle più ragionevoli delle rivolte, al grido di “stava solo camminando”, sulla città si abbatte una marcia inarrestabile di migliaia di persone che perdura tutt’ora.

Vengono arrestate 4 donne, coinvolto il sindaco Khan e numerosi rappresentanti delle alte autorità londinesi. Nonostante lo stato d’allerta per COVID-19 le persone, in tutta la Gran Bretagna, sono convinte nel perseguire le proteste fin quando giustizia, quella vera, non sarà fatta.

Cosa vuol dire l’omicidio di Sarah Everard

“Camminava da sola in città, di sera”; “Ma si sa che le donne di sera non sono al sicuro”; “Se l’è cercata lei!”; “È solo un’altra donna che non ha acconsentito, ha rischiato”. Sono solo alcuni dei commenti che ho trovato su Twitter, Facebook e forum di informazione. Il victim shaming dilaga. Per i più – che non masticano discretamente l’inglese – il victim shaming è un comportamento di colpevolizzazione della vittima. Il mondo al contrario, oseremmo dire.

Sarah, camminava, libera, nella sua città. E l’unica cosa che meritava avrebbe dovuto essere assoluto rispetto. Non per la donna, non per la sua posizione lavorativa né per le sue competenze personali e professionali, ma per l’essere umano.

È stata brutalmente assassinata, e magari anche dal poliziotto alla quale lei stessa aveva chiesto un passaggio per tornare a casa perché non si sentiva al sicuro. Al sicuro, perché se c’è un problema, soprattutto nei paesi anglofoni, che imperversa e dilaga, è quello della condizione del genere femminile come “non adattato all’uomo con il quale convive”, e non parliamo di tetto e mura. La maggior parte degli omicidi femminili avviene nelle mura casalinghe. Parliamo di genere maschile, uomini fatti di testicoli, barba e forse anche capacità di pensiero.

Non c’è bisogno di dilagare. C’è solo bisogno che si accantoni per un attimo l’esigenza di modificare il comportamento femminile in base alla violenza maschile. Un dato che ormai non sta più bene a tutte quelle donne, lottatrici e suffragette romantiche, che vogliono quella posizione di parità. Che poi la parità non esiste, e non ce ne sarà nemmeno bisogno nel momento in cui si iniziano a prendere dei provvedimenti.

Jenny Jones, parlamentare inglese del Green Party, aveva avanzato nei giorni scorsi una richiesta impossibile sì, ma simbolicamente valida. “Se esistesse un coprifuoco per gli uomini, le donne sarebbero più al sicuro”. Si, perché a Londra e dintorni – ma potremmo anche far riferimento a casa nostra – noi passiamo le giornate per strada. Come se la soluzione fosse generalizzare e punire chi – si signori lo dico e ne vado fiero – esprime un parere obiettivo e positivo nei confronti del genere femminile come degno di rispetto. Come qualsiasi altro essere umano.

Questo è il momento giusto per aprire un tavolo, partecipare e discutere. I femminicidi, la violenza, l’educazione mancata e gli stupri sono condizionanti. Lo sono per chi vuole fare una semplice passeggiata.

Come Sarah.

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