Scandalo a Seul, i divi del K-pop invischiati in uno scandalo di sesso, droga e corruzione

PECHINO – Prostitute offerte in cambio di affari, video di rapporti sessuali ripresi di nascosto e condivisi in chat, battute su stupri e droghe. Chi avrebbe mai immaginato che gli angioletti del K-Pop, viso e voce da ragazzini per bene, un pizzico di ribellione per piacere ai teenager senza spaventare i genitori, avessero un lato così oscuro? Di certo non i loro fan, milioni di giovani che tributavano loro un culto semidivino, e ora li vedono cadere uno dopo l’altro nel fango. Uno scandalo che non smette di allargarsi in Corea del Sud e che minaccia di travolgere la sua industria musicale, gloria nazionale e miliardaria, proprio quando stava cominciando a conquistare adepti anche fuori dall’Asia, fin laggiù in Occidente.

La prima a venire giù è stata una delle stelle più luminose. Lee Seung-hyun, 28 anni, nome d’arte Seungri, capace da leader dei Big Bang di vendere 140 milioni di dischi. Vita scintillante tutta a favore di social, lo chiamano il Grande Gatsby. Dalle chat private del telefono però è uscito molto di più: i messaggi, pubblicati da un giornale locale, con cui chiedeva a un collaboratore di procurare delle prostitute a un gruppo di ospiti stranieri. L’ipotesi è tentata corruzione, Seungri voleva convincerli a finanziare la sua catena di locali. Da lì le indagini della polizia hanno iniziato a seguire le connessioni. Verso la discoteca gestita dal cantante a Gangnam, il distretto più cool di Seul, sospettato di essere un covo di droga e prostituzione. E verso i colleghi cantanti con cui si intratteneva in chat, condividendo e commentando le rispettive imprese sessuali, con tanto di camerateschi elogi dello stupro.

Una decina almeno di celebrità, K-Pop o K-Rock, che ora stanno autodenunciando le proprie malefatte, penali o meno. Dopo aver annunciato il ritiro delle scene, ieri Seungri si è presentato al commissariato di Seul per essere interrogato, un austero completo nero e l’espressione da cane bastonato: «Chiedo scusa alla nazione». A ruota, inusuale festival in questura, si è esibito Jung Joon-young, 30 anni, cantante e attore, che ha ammesso di aver ripreso di nascosto i rapporti con una donna e di averli condivisi in chat. Un terzo divo, il 29enne Yong Jun-hyung, prima voce della band Highlight, si è invece definito «uno stupido» per aver solo guardato le immagini. Se questo è il clima, altri nomi usciranno.

E pensare che il K-Pop, studiatissima alchimia di belle facce, balletti travolgenti e sonorità ipnotiche, stava vivendo un momento magico. L’ondata #MeToo che ha travolto la Corea del Sud, sommergendo attori, professori e politici, non l’aveva neppure sfiorato. Mentre il gruppo dei Bts, ultimo prodotto dell’industria, è stato nominato dai lettori di Time personaggio dell’anno, dopo aver scalato le classifiche di mezzo mondo. In piena emergenza, le potentissime agenzie musicali sudcoreane, che reclutano i ragazzini per trasformarli in divi, le stanno provando tutte per arginare lo scandalo. Tutti gli artisti coinvolti hanno già lasciato, per scelta o obbligo. Molti fan disillusi però pensano che sul banco degli imputati ci dovrebbero finire pure loro, le agenzie, visto il potere assoluto che esercitano sui giovani cantanti, costretti a un regime di vita durissimo, consumati fino all’ultimo autografo in nome dei soldi, senza educazione. Forse il K-Pop aveva già un lato oscuro, oggi si vedono gli effetti.

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