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Il 21 febbraio dello scorso anno il Presidente Putin in un discorso alla nazione argomentava, partendo da molto lontano, che esisteva un rischio NATO perché l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica avrebbe comportato una minaccia diretta alla sicurezza della Russia. Putin concludeva con la necessità di dovere riconoscere l’indipendenza e la sovranità delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhans’k (DNR e LNR) per tutelare gli abitanti di quei territori soggetti alla violenza ed alla discriminazione del governo di Kiev che, nella sua visione, era il prodotto del colpo di stato del 2014. Questo discorso non faceva intravedere nulla di buono.

La notte del 24 febbraio ’22 il Presidente russo dava inizio alle operazioni militari in Ucraina. Avviava una invasione su larga scala con l’obiettivo dichiarato di “smilitarizzare” e “denazificare” l’Ucraina. Negando che fosse una guerra la chiama “operazione militare speciale”, necessaria per proteggere le persone delle repubbliche popolari del Donbass (DNR e LNR) che per otto anni, dal 2014, avevano subito abusi e genocidi da parte del regime di Kiev.

I piani del capo del Cremlino si sono rivelati errati, è lecito dirlo a distanza di un anno. Putin ha fallito negli obiettivi che aveva fissato con la sua “operazione”: non è riuscito a demilitarizzare il paese, non ha distolto l’Ucraina né dall’interesse verso l’occidente né verso la NATO, non è riuscito a sovvertire il potere di Kiev, destituendo Zelensky, per mettere un governo compiacente con Mosca (fu poi rivelato il fallito tentativo di un omicidio contro il Presidente ucraino, sventato a seguito di una soffiata da parte di ufficiali dell’intelligence russa contrari alla guerra).

In quest’anno non c’è stata né la resa dell’Ucraina né una marcia trionfale delle truppe russe.

I primi giorni USA e Paesi Occidentali nutrivano poche speranze per l’Ucraina. Si pensava ad una guerra portata avanti dalla palese superiorità aerea russa (poi non messa in gioco) e con missili lanciati su obiettivi dalle lunghe distanze. Le truppe di terra sarebbero intervenute per il consolidamento. Nessuno credeva nella resilienza degli ucraini e nella determinazione del suo Presidente. Gli americani offrirono l’esilio a Zelensky ma questi rifiutò il “passaggio aereo” e chiese armi e munizioni.

Ucraina e Russia avrebbero combattuto una guerra terrestre (d’altri tempi) fatta di artiglieria, carri, fanteria, offensive, controffensive e soprattutto di difesa di posizioni. L’Occidente comprese che l’Ucraina aveva bisogno delle armi che il suo Presidente chiedeva. Queste a più riprese sono state e continuano ad essere inviate. La loro fornitura serviva e serve agli ucraini per potersi difendere e ovviamente per contrattaccare nell’ambito dei territori occupati.

In tale ottica solo l’ultima fornitura, promessa a febbraio di quest’anno, ha incluso i carri armati e aumentato la gittata degli HIMARS (High Mobility Artillery Rocket System). Non è stato ancora previsto l’invio degli aerei che L’Ucraina chiede ma se ne sta discutendo. Nella recente visita a Kiev il Presidente Biden ha annunciato aiuti per ulteriori 550 milioni di dollari, oltre a forniture militari. 

Qualche osservatore ha evidenziato che USA e Occidente hanno sempre “risposto” alle richiese ucraine ma non hanno mai “proposto”. Forse per evitare una escalation del conflitto. E quando un missile russo cadde in Polonia, superando il confine della NATO, sembrava che si fosse veramente vicini all’escalation. Gli USA, in quella occasione, riuscirono a contenere le spinte di alcuni paesi dell’Alleanza. Fu poi dimostrato che quel missile partì dall’Ucraina, non dal suolo russo, e per un errore cadde su suolo polacco.

In quest’anno ci sono stati anche tentativi di negoziato per un cessate il fuoco. Il primo a Gomel in Bielorussia, il 28 febbraio ‘22, si concluse con un nulla di fatto. A questo incontro ne sono seguiti altri, sia in Bielorussia che in Turchia, ma anche questi senza risultato. Ad oggi i colloqui sono praticamente fermi. Si starebbe affacciando sui negoziati una proposta cinese in dodici punti.

Gli USA, l’Occidente e l’Europa hanno imposto sanzioni alla Russia ed ai suoi oligarchi. Mosca ha risposto con limitazioni sull’esportazione di gas e petrolio oltre a pretendere pagamenti in rubli. Le conseguenze si sono viste nel breve periodo ma poi ognuno ha preso le proprie contromisure. L’Europa ha adottato misure economiche per affievolire gli effetti dell’aumento dei prezzi delle materie prime, ha ridotto la dipendenza da Mosca per i rifornimenti e aumentando gli stoccaggi di gas non ha sofferto l’inverno come auspicato dal Cremlino. La Russia ha compensato le perdite rivolgendosi ad altri mercati, verso paesi dell’Asia, tra cui India e Cina.

Il conflitto, l’invasine, ha generato un grande flusso di profughi. Persone che hanno abbandonato le loro terre e le loro case per trovare riparo in zone più sicure all’interno dell’Ucraina e nei paesi confinanti. Una grande emergenza umanitaria. Ad oggi, in un anno, l’impatto umanitario tra flussi di mobilità verso l’esterno e sfollati interni ha coinvolto più 13,5 milioni di persone.

Altra sciagura è quello delle vittime civili. Al 13 febbraio ’23, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) aveva registrato 18.955 vittime dall’inizio dell’invasione. Di cui 7.199 morti e 11.756 feriti. Lo stesso Ufficio ha affermato di ritenere che le cifre effettive siano notevolmente più elevate. Sulla base di altre analisi indipendenti è probabile che siano stati uccisi oltre 16.000 civili.

Questo dramma è la conseguenza della devastazione e distruzione provocata nel paese da bombardamenti massicci e indiscriminati che hanno distrutto intere città e villaggi, a cui vanno aggiunte moltissime infrastrutture critiche. Si sono registrati oltre 800 attacchi su installazioni sanitarie e più di 2500 su edifici educativi. L’Ucraina nel Nord Est, ad Est e nel Sud è da ricostruire quasi interamente.

Dopo un anno di guerra c’è chi dice che la fine è molto lontana tanto che il prossimo anno ci potremmo ritrovare a fare un secondo consuntivo. Ma c’è anche chi nutre speranze e pensa che la soluzione potrebbe arrivare da un momento all’altro e non perché a parlare sarà il terreno ma perché ci saranno fattori esterni che spingeranno in tal senso. Anche il terremoto in Turchia e Siria potrebbe avere ripercussioni perché il Presidente Erdogan, che ha tenuto aperti i canali comunicativi con Putin e Zelensky, si ritrova a dover affrontare le prossime elezioni in un clima caldo.

E a distanza di un anno, il 21 febbraio, Putin ha tenuto un discorso all’Assemblea Federale Russa. Il copione sempre lo stesso: …la Russia raggiungerà i propri obiettivi, l’occidente ha ingannato la Russia, Kiev voleva dotarsi di armi nucleari e attaccare Crimea e Donbas… e così via; poi l’annuncio della sospensione del trattato “START” sulle armi nucleari. Qualcuno l’ha definito un discorso privo di novità, fiacco, zeppo di luoghi comuni e retorica informativa. Cose già sentite spessissimo durante quest’anno.

Se tra Russia ed Ucraina tutto sembra ancora aperto questa guerra ha avuto dei risvolti su Europa, NATO e Occidente. L’Europa si è compattata sui temi della sicurezza ed ha lanciato la basi per un sistema di sicurezza comune chiamato “Bussola Strategica”, l’Occidente si è ritrovato unito e la NATO, che il Presidente Macron vedeva avviarsi verso la “morte cerebrale” perché carente di coordinamento strategico tra USA ed Alleati, si è destata ed ha rinvigorito la sua essenza tanto che paesi prima neutrali come Svezia e Finlandia sentendosi minacciati hanno chiesto di aderirvi. 

La guerra ha però anche messo in evidenza l’incapacità di iniziativa e di azioni concrete da pare dell’ONU ed ha rafforzato l’asse Sino-Russo che, ancora più di prima, guarda nella stessa direzione.

Ad oggi si continua ad interrogarsi quando finirà questo conflitto generato dalla Russia. Il piano cinese, tutto da scoprire, se c’è aprirà uno spiraglio……?

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