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Anche la NATO cambia pelle. Diventa sempre più evidente che Vladimir Putin, invadendo l’Ucraina, ha fatto male i suoi calcoli. Certamente il leader russo non si aspettava che la sua “operazione militare speciale” nel Paese confinante (che per lui neppure esiste) avrebbe avuto l’effetto di ricompattare l’Unione Europea, inducendola ad appoggiare anche con le armi la resistenza ucraina. Ma, fatto ancora più importante, non aveva previsto che l’aggressione russa avrebbe resuscitato la NATO, data per “morta” da Emmanuel Macron non molto tempo fa.

Eppure tutto questo è avvenuto. Tutti sappiamo che la “Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord” (NATO in inglese) fu fondata nel 1949 per contenere, in Europa, l’espansione dell’Unione Sovietica, che a quei tempi si contrapponeva, tanto dal punto di vista ideologico quanto da quello militare, al mondo occidentale, e in particolare agli Stati Uniti. Il suo raggio d’azione era quindi tipicamente europeo e, per l’appunto, atlantico. Nessuno aveva mai pensato che potesse rivolgere il suo interesse verso altre aree del mondo.

Il “patto di ferro” (che ai più appare un matrimonio di convenienza) tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese ha stravolto il quadro precedente. I Paesi occidentali vedono nel patto dianzi citato una sfida globale che le due maggiori autocrazie contemporanee lanciano alle liberaldemocrazie rappresentate da USA, UE, Giappone e altre nazioni democratiche sparse nel mondo. Caduto il veto di Erdogan, in Europa la NATO si rafforza con l’adesione di due nazioni nordiche in precedenza neutrali, Svezia e Finlandia. Altra conseguenza non prevista dallo zar moscovita.

Ancora più interessante è lo scenario asiatico, giacché l’Alleanza Atlantica ora mette nel mirino anche la Cina, considerata pericolosa per il suo espansionismo che mette a rischio gli equilibri mondiali. La reazione di Pechino è stata immediata e piuttosto furiosa. Sul Global Times, quotidiano in lingua inglese del Partito comunista cinese, sono usciti articoli in cui la NATO viene definita come una “piovra” che vuole estendere i suoi tentacoli dall’Atlantico all’Indo-Pacifico. Negli stessi articoli il liberalismo viene visto come sinonimo di guerre per esportare la democrazia e le divisioni sociali.

Ad esso viene contrapposto il modello cinese in cui il Partito garantisce la crescita economica e l’armonia sociale. Naturalmente gli autori non menzionano il fatto che il liberalismo garantisce la competizione e l’alternanza tra forze politiche diverse, mentre in Cina il PCC è al potere, senza soluzione di continuità, dal lontano 1949, e agli oppositori non viene garantito il sia pur minimo spazio di libertà. Gli articoli del Global Times testimoniano, però, l’allarme di Pechino per il mutamento di scenario.

A oggi non si conosce con precisione come potrebbe manifestarsi la presenza NATO in Asia. Si è parlato dell’invio di forze navali in termini finora vaghi. E’ tuttavia significativo che al vertice di Madrid siano stati invitati a partecipare Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda (ma non Taiwan per non provocare troppo i cinesi). Ciò testimonia che l’Alleanza fa sul serio poiché, come ha affermato il suo segretario Jens Stoltenberg, occorre affrontare “la sfida della Cina all’ordine internazionale basato sulle regole”. Ed è ovvio che la frase vale anche per la Federazione Russa.

I problemi da affrontare sono molti. Basti pensare al fatto che UE e NATO stanno procedendo a ritmo serrato verso un aumento notevole delle spese militari, proprio quando l’economia americana e quelle europee attraversano un periodo difficile. E mentre molte nazioni di Asia, Africa e America Latina sembrano intenzionate a rafforzare i rapporti con Cina e Russia. Ma, come dicevo all’inizio, l’invasione dell’Ucraina ha messo in moto un meccanismo che, per ora, non è facile da controllare.

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