• Tempo di Lettura:9Minuti

Portiamo avanti le nostre tradizioni, domani è carnevale, e come tradizione  si mangia la lasagna, la pizza di carnevale,  il migliaccio, le graffe, le chiacchiere e anche le sfogliatelle, per i goduriosi a cui è prenotato un girone dell’inferno pure il sanguinaccio, ecco proprio un martedì grasso, in cui ricade il carnevale, che è una festa la cui tradizione si perde nella notte dei tempi.

Il Carnevale

La sua storia nasce dall’ultimo banchetto che si era soliti allestire prima del periodo di Quaresima. Il carnevale è senza dubbio la festa più pazza e variopinta dell’anno, dove tutto è permesso e dove il gioco, lo scherzo e la finzione diventano, per un po’, una regola. Si tratta di una delle ricorrenze più diffuse e popolari del mondo, basti pensare all’immensa notorietà di cui godono eventi come il Carnevale di Rio o quello di Venezia che non mancano di attirare milioni di turisti.

Ma cos’è il Carnevale? Da dove nasce la sua tradizione? L’origine profondamente religiosa del Carnevale. Il Carnevale è l’adattamento cristiano di antiche usanze pagane quali i lupercali (riti di purificazione del 15 febbraio celebrati dai sacerdoti “luperci”). Le origini del carnevale vanno ricercate in antichi riti legati al rapporto tra uomo e terra, nel periodo in cui i lavori della terra subivano un arresto la vita sociale si intensificava.

Le prime manifestazioni del carnevale nel mondo risalgono a 4000 anni fa. Gli Egizi furono i primi ad ufficializzare una tradizione carnevalesca, con feste, riti e pubbliche manifestazioni in onore della dea Iside, che presiedeva alla fertilità dei campi e simboleggiava il perpetuo rinnovarsi della vita. L’uso della maschera che ride era legato alla credenza che la risata, anche se non reale, allontanasse gli spiriti maligni e che con il volto coperto l’uomo, non più legato alla propria umanità, potesse lasciarsi andare ad atti e comportamenti solitamente inusuali o mal tollerati.

L’abbandonarsi ad estreme licenze sessuali potrebbe essere riportato agli antichi riti propiziatori che prevedevano l’unione dei corpi sulla nuda terra come omaggio alla Madre Terra, riti radicati soprattutto tra i popoli Celti. E’ incerta la radice etimologica del Carnevale: c’è chi la farebbe risalire al carrus navalis, carri a forma di nave usati a Roma nelle processioni di purificazione, e chi al carnem levare, tradizione medioevale di consumare un banchetto di “addio alla carne” la sera precedente il mercoledì delle Ceneri, saziandosi fino alla nausea prima dei digiuni quaresimali.

La Quaresima

Successivamente, con la diffusione della religione cristiana, prima, e cattolica, poi, il Carnevale ha assunto il significato di inizio ufficiale delle celebrazioni quaresimali. Le autorità ecclesiastiche, pur tollerando le manifestazioni carnevalesche come motivo di svago, abolita l’origine pagana, considera sin dal passato il carnevale come momento fondamentale di riflessione e di riconciliazione con Dio. Si celebravano, come tuttora avviene, le Sante Quarantore, (o carnevale sacro), che si concludevano con qualche ora di anticipo la sera dell’ultima domenica di carnevale.

La conclusione del carnevale, violenta e tragica, racchiusa nel rogo del simulacro del carnevale stesso risale ai riti propiziatori di origine contadina, ben augurali per la fecondità della terra, dove il rogo era il passaggio dalla morte alla vita; le ceneri ottenute per mezzo del rogo erano poi seppellite, mone fecondo concime sacro per la terra. Usanza che è lo specchio dell’immolazione reale umama prima, animale poi donata alla Madre Terra per poterne ricevere i frutti all’imminenente primavera.

Il Mercoledì delle ceneri

La chiesa ha trasferito tutto ciò nel simbolo del Mercoledì delle Ceneri dove la cenere dell’ulivo pasquale dell’anno precedente, cosparso sulla fronte del fedelo lo accompagna nel percorso di rinnovamento, di rinascita della Quaresima. Tra i popoli semiti il primo novilunio dopo l’equinozio di primavera coincideva con l’inizio del mese di Nisan, il mese in cui i pastori, dopo aver celebrato la loro “pasqua” scendevano alle valli.

Per effettuare un esame etimologico della “Pasqua” dobbiamo rifarci ad una antica divinità pagana, la Dea Eostre. Questa antica Dea non è molto conosciuta nella mitologia nordica, viene menzionata per la prima volta dal Venerabile Bede (679-735) nel suo “De Temporum Ratione” dove è messa in relazione alla primavera e alla fertilità dei campi. Infatti il nome sembrerebbe provenire da aes e cioè Est, dunque è una divinità legata al sole nascente e al suo calore, del resto il tema dei fuochi e del ritorno dell’astro sarà un tema ricorrente nel proseguo delle tradizioni pasquali.

Le origini di questa Dea però non sono molto chiare. Grimm, noto studioso di mitologia nordica nel suo “Teutonic Mythology” descrive Eostre come una divinità pagana portatrice di fertilità e la collega alla luce dell’Est e in particolare all’equinozio di Primavera che veniva chiamato dai popoli celti “Eostur-Monath” e successivamente di “Ostara”. Simbolo della Dea è la lepre o il coniglio che in realtà rappresenta la stessa divinità che si rende immanente e concepisce se stessa come divinità dei boschi. Questo carattere sembrerebbe far ritornare l’idea di Eostre come Dea della vegetazione le cui caratteristiche sono simili ad altre divinità come Tammuz o Adone che, come vedremo, sono collegate anch’esse a tale festività.

L’animale, poi, non è casuale, ma scelto non solo per le sue famose doti riproduttive ma anche e perché, secondo i Germani, le aree nere della luna rappresenterebbero proprio la lepre, sancendo così la sacralità dell’animale. Una delle credenze dell’uomo antico era quella che, cibandosi dell’animale simbolo della divinità o meglio espressione stessa della divinità, non faceva altro che rendersi partecipe di quella scintilla di divino che è insita nella sua immanenza.

Questa tradizione è ripresa poi anche dai pani dolci a forma di zig-zag che vorrebbero rappresentare l’andatira dell’animale. Nelle tradizioni pagane si celebrava il ritorno della Dea andando a scambiarsi uova “sacre” sotto l’albero ritenuto “magico” del villaggio, usanza che dunque collega Eostre alle divinità arboree della fertilità. Anche l’uovo non è scelto a caso ma è da sempre simbolo di rinascita. Per l’antico raccoglitore e cacciatore la Primavera portava gli uccelli a deporre le proprie uova e dunque ad avere un nuovo sostentamento dopo l’austerità dell’inverno.

La stessa deposizione di uova differenti da parte delle diverse specie di uccelli potrebbe portare all’idea delle uova differentemente dipinte che si sono poi tramandate fino ai giorni nostri. L’uovo diventa così potente talismano di fertilità e vita come testimoniato dalle usanze delle uova sacre Ucraine ove il cibarsi di questo alimento celebrerebbe la rinascita del sole e il ritorno delle stagioni dell’abbondanza.

Come possiamo notare dunque la Pasqua è una festa dalle origini antichissime e che si collega ai rituali naturali e alla sacralità degli alberi, essa altro non sarebbe che un’altra forma di venerazione, di quel principio agreste basato sulla morte e rinascita dello spirito della vegetazione rappresentato spesso nell’uccisione e nella risurrezione della Dea o successivamente dell’Uomo Selvatico.

Una tradizione interessante è quella dei così detti Giardini di Adone: in particolare nell’area orientale si venerava, sotto i nomi di Tammuz e Adone, la decadenza e la rinascita annuale della vita e anche se le fonti intorno a queste divinità sono frammentarie e oscure, da esse deduciamo che morissero ogni anno per poi risorgere. Ad esse era dedicato una specie di giardino che altro non era che un simbolo basato sul principio della Magia Imitativa, cioè che il simile produce il simile: realizzare questi giardini fioriti era un modo per incoraggiare la crescita delle messi.

Un rituale creduto cristiano affonda le sue radici nel paganesimo: i “sepolcri”, realizzati il Venerdì Santo per il Cristo con piante, spighe e fiori, veri “giardini” realizzati sulla tomba del dio morto creando un legame ancora più stretto tra festività e rituali arborei. Anche la simbologia dell’agnello o meglio del “capretto” sarebbe strettamente legata al culto arboreo nello stesso significato della lepre per la Dea Eostre.

La capra infatti, errando nei boschi, rosicchia le cortecce degli alberi danneggiandoli notevolmente, così solo il dio della vegetazione si nutre della pianta da esso personificata, e dunque lo stesso animale non può che essere sacro. Come nel caso delle uova, l’uomo antico mangiando la carne dell’animale crede di acquistare e assorbire una parte di divinità. Pertanto il cibarsi di animali sacri per il dio è un sacramento solenne come la celebrazione di Gesù, rappresentato da un Agnello che ancora oggi, in molte parti di Italia si consuma.”…io sono l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo…”

I così detti fuochi di gioia da cui poi deriverebbe la tradizione del cero pasquale. In Germania ad esempio i contadini raccolgono tutti i rami secchi che trovano nelle loro campagne per poi farne un enorme rogo e spargere le ceneri nei campi per propiziare il raccolto, mentre tizzoni accesi vengono portati all’interno delle case come protezione dagli spiriti maligni. Tali rituali li troviamo anche in molte altre parti d’Europa e nella nostra stessa Italia.

Si tratterebbe di un rito purificatorio, in sintonia con quello che poi sarebbe il significato della Pasqua cristiana, del resto è abitudine spesso bruciare in questi roghi delle effigie stregonesche o un fantoccio costituito da sterpaglie che comunemente viene chiamato “Giuda”. I rituali richiamavano ancora il cammino del sole o ancora di portare in terra parte del suo calore infatti l’usanza di far ruzzolare ruote infuocate giù per una collina o il correre nei campi con le fiaccole accese fa proprio passare per una imitazione del percorso solare nel cielo.

In questa tradizione fortemente pagana si inserisce il cero pasquale, il fuoco sacro alla religione Cristiana che anche in questo caso attinge a piene mani dal mistico sacco dei rituali pagani. Così ecco che nelle chiese si spengono le luci, proprio a rappresentare il dominio assoluto del buio, visto solo successivamente come male, poi trionfa la luce, simboleggiata dal cero dal quale si accendono le varie candele, che si portano a casa come i pagani portavano i loro tizzoni accesi: un mistico intreccio di culture e credenze che si fondono in antichi rituali e simbologie che si perdono nella notte dei tempi.

Maria Francesca Gargiulo

Seguici anche su www.persemprecalcio.it