La corte suprema boccia Trump sullo ius soli
In una delle decisioni più attese e divisive degli ultimi anni, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha inferto un durissimo colpo all’agenda sull’immigrazione del Presidente Donald Trump. Con una storica maggioranza di 6 a 3, i giudici di Washington hanno bocciato il decreto presidenziale che mirava a cancellare lo ius soli (o birthright citizenship), riaffermando un diritto costituzionale che resiste da oltre un secolo e mezzo.
Ma come si è arrivati a questo scontro istituzionale, cosa rischiava di cambiare e quali sono le conseguenze reali per il futuro dell’America?
La battaglia legale affonda le sue radici nel 2025. Appena reinsediatosi alla Casa Bianca per il suo secondo mandato, il Presidente Trump ha firmato l’Executive Order 14160. L’obiettivo era chiaro e radicale: reinterpretare il 14° Emendamento della Costituzione per negare la cittadinanza automatica ai figli nati sul suolo americano da genitori sprovvisti di regolare permesso di soggiorno o presenti nel Paese con visti temporanei (come turisti o studenti).
Secondo l’amministrazione Trump, la frase del testo costituzionale che limita il diritto a chi è “soggetto alla giurisdizione” degli Stati Uniti escludeva i figli di chi non avesse una residenza permanente o un legame politico stabile con la nazione. Immediatamente bloccato dai tribunali federali, il decreto è arrivato sul tavolo della Corte Suprema nel caso Trump v. Barbara. Il verdetto è arrivato con le parole del Presidente della Corte, John Roberts, il quale ha ricordato che la cittadinanza è “il diritto ad avere diritti” e che la promessa dei Padri Costituenti si applica a chiunque nasca sul territorio americano.
Cosa avrebbe comportato l’abolizione dello ius soli?
Se la Corte Suprema avesse appoggiato la linea dura della Casa Bianca, l’impatto demografico, sociale ed economico sarebbe stato sismico.
Milioni di bambini sarebbero senza status: Secondo le stime presentate dai demografi, la fine dello ius soli avrebbe privato della cittadinanza circa 250.000 neonati all’anno, creando una massa di circa 5 milioni di persone prive di status legale entro il 2045.
Burocrazia esasperata per tutti: Gli ospedali e gli uffici pubblici avrebbero dovuto verificare lo status migratorio dei genitori prima di rilasciare un certificato di nascita. Questo avrebbe complicato l’accesso ai documenti d’identità anche per le famiglie di cittadini americani.
Fine delle “catene migratorie”: Perdere la cittadinanza alla nascita avrebbe tolto a questi futuri adulti la possibilità, al compimento dei 21 anni, di sponsorizzare legalmente la Green Card per i propri genitori, bloccando uno dei canali principali di regolarizzazione familiare.
Con questa sentenza, lo ius soli resta saldamente in vigore. Chi nasce negli Stati Uniti è cittadino americano a tutti gli effetti, indipendentemente dallo status dei genitori.
Tuttavia, la partita politica non è affatto chiusa. Trump ha espresso immediatamente la sua furia su Truth Social, definendo la decisione “un disastro economico” e invitando il Congresso a legiferare per vie ordinarie.
Resta inoltre un’importante sfumatura legale: sebbene 5 giudici abbiano dichiarato il decreto incostituzionale, il giudice conservatore Brett Kavanaugh ha votato contro Trump basandosi “solo” sulla violazione delle leggi federali vigenti, suggerendo che il Congresso avrebbe il potere teorico di limitare la cittadinanza. Questo significa che i conservatori sposteranno la battaglia dalle aule di giustizia alle aule del Parlamento, promettendo di fare dello ius soli il tema centrale delle prossime campagne elettorali.


