L’America compie 250 anni, Trump celebra la superpotenza e attacca il comunismo
Il 4 luglio è una data simbolica per i cittadini americani. Proprio quel giorno del 1776 i Padri fondatori – tra i più celebri Thomas Jefferson, John Adams e Benjamin Franklin – diedero vita alla Dichiarazione d’Indipendenza, il documento che sancì la separazione delle tredici colonie nordamericane dalla Gran Bretagna e segnò l’inizio della Guerra d’Indipendenza americana.
Fu l’atto di nascita degli Stati Uniti d’America, riconosciuti ufficialmente dalla comunità internazionale nel 1783 con il Trattato di Parigi. Da allora quella giovane nazione ha conquistato, in modo impetuoso, un ruolo di primo piano nello scenario mondiale, anche grazie alla guida di presidenti destinati a entrare nella storia, come George Washington, Abraham Lincoln, Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt.
L’America è una terra nata dai coloni europei e cresciuta grazie al contributo di milioni di immigrati provenienti da ogni parte del mondo, Italia compresa, che con il loro lavoro hanno letteralmente costruito il “Nuovo Mondo” pezzo dopo pezzo, alimentando quel sogno americano destinato a diventare uno dei miti fondanti dell’età contemporanea.
In questa breve carrellata storica non possono mancare i riferimenti alle due guerre mondiali, alle grandi crisi economiche e alle numerose missioni militari che Washington ha spesso presentato come interventi di pace o guerre di liberazione, ma che in molti casi si sono rivelate lunghe, costose e prive dei risultati sperati. Dalla Guerra di Corea agli anni Cinquanta, passando per il Vietnam, fino ai conflitti più recenti in Afghanistan e in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno progressivamente consolidato il proprio ruolo di potenza globale, assumendosi il compito, spesso controverso, di arbitro degli equilibri internazionali.
In questi duecentocinquant’anni il cosiddetto “sogno americano” si è però profondamente trasformato. Citando il filosofo francese Alain de Benoist, per molti quel modello si è progressivamente convertito in una forma di “male americano”: un sistema fondato sul capitalismo globale che, soprattutto dopo la fine della Guerra fredda, ha generato profonde disuguaglianze economiche, sociali e culturali. Una malattia invisibile, ma lenta e corrosiva, i cui effetti stanno emergendo con sempre maggiore evidenza proprio nel XXI secolo.
Trump celebra i 250 anni degli Stati Uniti: “Siamo l’impero della libertà”
Nelle scorse ore l’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, tornato alla Casa Bianca in seguito alla vittoria delle elezioni presidenziali del 2024, ha pronunciato un lungo discorso al Washington Mall in occasione delle celebrazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza americana. L’evento, iniziato con oltre due ore di ritardo a causa di un violento temporale che aveva reso necessaria l’evacuazione temporanea dell’area, si è svolto davanti a circa 150 mila persone.
Nel suo intervento Trump ha alternato richiami alla storia degli Stati Uniti a messaggi di carattere politico, rivendicando la superiorità economica e militare del Paese e definendo gli Stati Uniti “la più grande nazione del mondo”, “il faro della speranza” e “l’impero della libertà”. Non sono mancati gli attacchi agli avversari politici, accusati di voler portare il comunismo negli Stati Uniti, un’ideologia che, secondo il presidente, andrebbe fermata “sul nascere, come un cancro”.
Il capo della Casa Bianca ha poi rivendicato i risultati ottenuti dalla sua amministrazione anche sul piano internazionale, sostenendo che il rafforzamento dell’apparato militare americano abbia consentito agli Stati Uniti di prevalere nei recenti confronti con Iran e Venezuela, riaffermando così il ruolo di Washington come principale potenza mondiale.
Parole che confermano la linea politica dell’amministrazione Trump, sempre più orientata a rilanciare il ruolo degli Stati Uniti come guida del mondo occidentale.
Trump sente Putin: sul tavolo Ucraina e sicurezza globale
Come riportato dall’Ansa, il presidente americano Donald Trump ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo russo Vladimir Putin. La conversazione, durata un’ora e venticinque minuti, è stata anche l’occasione per uno scambio di messaggi nel giorno delle celebrazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti.
Secondo quanto riferito dal consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov e rilanciato dall’agenzia Ria Novosti, Nel corso del colloquio telefonico, il leader del Cremlino ha ricordato al tycoon di avere un invito permanente a visitare la Russia, lasciando aperta la possibilità di un futuro incontro bilaterale.
Contestualmente, Putin ha inviato a Trump un messaggio di congratulazioni per la ricorrenza del 4 luglio, sottolineando come Russia e Stati Uniti, in qualità di maggiori potenze nucleari del pianeta, abbiano una responsabilità particolare nel garantire la sicurezza e la stabilità internazionale. Un richiamo che, al di là del valore simbolico della ricorrenza, conferma la volontà di Mosca di mantenere aperto il dialogo con Washington su alcuni dei principali dossier geopolitici, a partire dalla guerra in Ucraina e dagli equilibri strategici globali.

