Medio Oriente, Doha riapre il dialogo tra Usa e Iran: Trump punta alla denuclearizzazione, Gaza ancora sotto le bombe
Il conflitto in Medio Oriente, che vede protagonisti l’asse USA-Israele e l’Iran insieme agli altri attori della regione, è uno degli argomenti più discussi di questa torrida estate del 2026. La guerra, iniziata lo scorso 28 febbraio, dopo oltre cento giorni continua a non trovare un equilibrio né un accordo capace di mettere fine a quella che rischia di trasformarsi nell’ennesima telenovela bellica della storia contemporanea.
Dopo il memorandum d’intesa raggiunto nelle scorse settimane tra Washington e Teheran, la strada del dialogo resta aperta ma continua a essere costellata di diffidenze reciproche, mentre sul terreno proseguono combattimenti, bombardamenti e tensioni che coinvolgono ormai buona parte del Medio Oriente.
Il nuovo capitolo di questo tassello della guerra globale è andato in scena a Doha, dove si sono svolti colloqui indiretti tra le delegazioni americana e iraniana, mediati dal Qatar e dal Pakistan. Nel corso dei lavori non ci sono stati faccia a faccia tra i rappresentanti dei due Paesi, ma un nuovo banco di prova per verificare la tenuta degli sforzi diplomatici compiuti finora.
Trump insiste sulla diplomazia ma non esclude la forza
La giornata negoziale nella capitale del Qatar si è svolta tra colloqui indiretti, condizioni poste dalle parti e, come prevedibile, dichiarazioni incendiarie del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Secondo indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal e riportate da RaiNews, l’inquilino della Casa Bianca avrebbe dichiarato di stare “vincendo molto facilmente” il confronto con Teheran. Prima dell’avvio dei colloqui, inoltre, avrebbe valutato anche l’ipotesi di nuovi attacchi militari, scegliendo infine di proseguire sulla strada negoziale.
Lo stesso Trump ha parlato di trattative che starebbero procedendo nella giusta direzione, ribadendo come l’obiettivo principale resti quello della completa denuclearizzazione dell’Iran. Sulla stessa linea si è espresso anche il vicepresidente JD Vance, che ha invitato comunque alla prudenza, sottolineando come il percorso diplomatico sia ancora lungo e ricco di ostacoli.
La replica dell’Iran e le nuove condizioni
La risposta iraniana alle dichiarazioni del Tycoon non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha invitato Donald Trump a “tenere buoni i suoi cagnolini a Tel Aviv”, mentre il governo di Teheran ha presentato una protesta formale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro le minacce rivolte dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz nei confronti della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei.
Parole che confermano quanto il clima resti tutt’altro che disteso, nonostante gli sforzi diplomatici delle ultime settimane.
Dal canto suo, Teheran continua a mantenere un atteggiamento più prudente. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, nel corso del bilaterale con il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman, ha affrontato alcuni dei principali dossier aperti: dall’attuazione del memorandum d’intesa alla gestione dello Stretto di Hormuz, fino alla crisi libanese.
Parallelamente, secondo fonti iraniane, la Repubblica islamica avrebbe posto una nuova condizione per proseguire il dialogo con Washington: lo sblocco di tre miliardi di dollari di fondi congelati all’estero, ritenuto un passaggio indispensabile per consolidare il percorso diplomatico.
Crepe tra Washington e Riad: Trump e Bin Salman sempre più distanti
A complicare ulteriormente lo scenario mediorientale sono anche le tensioni emerse tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Secondo un’inchiesta del New York Times, la guerra contro l’Iran avrebbe evidenziato profonde divergenze tra Donald Trump e il principe ereditario Mohammed bin Salman sulla gestione del conflitto e sulla sicurezza del Golfo Persico.
Nelle prime fasi della crisi, Riad avrebbe sostenuto una linea particolarmente dura nei confronti di Teheran, auspicando un intervento americano più deciso. Tuttavia, con l’intensificarsi delle ostilità e soprattutto dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, la posizione saudita sarebbe cambiata sensibilmente. Temendo un allargamento del conflitto e pesanti ripercussioni sui propri interessi strategici, il Regno avrebbe iniziato a spingere con decisione verso un cessate il fuoco e una rapida de-escalation.
Lo scontro sullo Stretto di Hormuz
Le divergenze tra Washington e Riad si sarebbero estese anche al piano militare. Secondo la ricostruzione del quotidiano americano, durante una missione degli Stati Uniti finalizzata alla protezione delle rotte commerciali nello Stretto di Hormuz, le autorità saudite avrebbero inizialmente negato l’autorizzazione all’utilizzo del proprio spazio aereo, sorprendendo il Pentagono e costringendo la Casa Bianca ad aprire un intenso canale diplomatico con Mohammed bin Salman.
Nei giorni successivi si sarebbero susseguite telefonate tra Donald Trump e il principe ereditario saudita, affiancate dai contatti del vicepresidente JD Vance, dell’inviato speciale Steve Witkoff, del consigliere Jared Kushner e del segretario di Stato Marco Rubio, nel tentativo di ricucire le divergenze tra i due storici alleati.
Un’alleanza sempre meno scontata
Secondo il New York Times, la guerra avrebbe accelerato un processo già in atto: l’Arabia Saudita sta progressivamente conquistando una maggiore autonomia sul piano della politica estera. Negli ultimi anni Riad ha rafforzato i rapporti con Cina e Pakistan, protagonisti della mediazione che nel 2023 portò al riavvicinamento con Teheran, e ha intensificato il dialogo diretto con l’Iran su dossier strategici come il controllo dello Stretto di Hormuz, il programma missilistico iraniano e il sostegno di Teheran ai gruppi armati della regione.
Nonostante le tensioni, i pilastri dell’alleanza tra Stati Uniti e Arabia Saudita — dalla cooperazione energetica alle forniture militari, fino ai progetti per lo sviluppo del nucleare civile saudita — restano solidi. La guerra, però, ha mostrato come il rapporto tra Washington e Riad non sia più automatico come in passato, ma sempre più influenzato dagli equilibri geopolitici e dagli interessi strategici delle due capitali.
Doha apre uno spiraglio: “Progressi positivi” nei negoziati
Tuttavia, nonostante le dichiarazioni forti degli attori principali, dal Qatar arrivano segnali di cauto ottimismo. Il ministero degli Esteri di Doha ha fatto sapere che i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, hanno registrato “progressi positivi”. Secondo quanto riferito dalle autorità qatariote, le due delegazioni avrebbero concordato di proseguire il confronto nelle prossime settimane, rinviando il nuovo incontro a dopo le esequie dell’ex Guida Suprema iraniana. Un passo in avanti che, pur non rappresentando ancora una svolta definitiva, lascia aperta la porta alla prosecuzione del dialogo tra Washington e Teheran.
Il petrolio torna a scendere: i mercati scommettono sulla diplomazia
Un ottimismo, quello delle autorità qatariote, che influenza positivamente anche i mercati energetici. A New York il prezzo del petrolio ha chiuso in ribasso, con gli investitori che guardano con fiducia ai negoziati in corso e alla graduale ripresa del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. Al Nymex il Wti ha ceduto l’1,60%, attestandosi a 68,39 dollari al barile, mentre il Brent è sceso del 2,18%, fermandosi a 71,36 dollari. Un calo che riflette le aspettative di una possibile de-escalation della crisi, anche se il quadro resta estremamente fragile.
Gaza e Libano continuano a pagare il prezzo della guerra
Nel frattempo, mentre le trattative diplomatiche proseguono in un clima tutt’altro che rassicurante, la guerra continua a colpire la popolazione civile.
Nella Striscia di Gaza proseguono incessanti gli attacchi israeliani. Secondo gli ultimi aggiornamenti riportati da Rai News, un raid condotto dall’IDF nelle scorse ore nel nord dell’enclave ha provocato almeno tre vittime civili, mentre il bilancio complessivo delle ultime ventiquattro ore parla di almeno otto morti e ventisei feriti.
A rendere ancora più drammatico il quadro sono le parole del patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che ha descritto Gaza come una città completamente devastata, dove la popolazione è costretta a vivere tra macerie, fogne a cielo aperto e condizioni igienico-sanitarie ormai insostenibili.
La situazione resta estremamente delicata anche in Libano, dove da settimane lo Stato ebraico ha intensificato la propria offensiva contro Hezbollah, mentre il movimento sciita continua a rispondere con attacchi lungo il confine.
Secondo i dati diffusi dal ministero della Sanità libanese, dall’inizio delle ostilità sono morte almeno 4.297 persone, mentre i feriti hanno ormai superato quota 12.000.
Numeri che confermano come, nonostante i tentativi di costruire un’intesa tra Israele e Beirut, il fronte libanese continui a rappresentare uno dei punti più critici dell’intero scenario mediorientale.

