Pomigliano d’Arco, poca partecipazione alla Festa dell’Unità: l’analisi sulla crisi del PD locale

Di — In Comunicati Stampa
Settembre 13, 2026

Il deserto della Festa dell’Unità e la crisi di una comunità politica

Ci sono luoghi nei quali una manifestazione politica non è mai soltanto una manifestazione politica. Pomigliano d’Arco è uno di questi. Qui la politica ha avuto per decenni il volto concreto della fabbrica, delle organizzazioni sindacali, delle grandi vertenze, delle mobilitazioni sociali e di una partecipazione popolare che aveva fatto della città uno dei laboratori più significativi della sinistra campana. Per questo una Festa dell’Unità che si presenta con un programma di rilievo, con personalità importanti e con un tema come “Ripartiamo dal lavoro”, ma che non riesce a suscitare una partecipazione adeguata, non può essere archiviata come una semplice difficoltà organizzativa. La fotografia che restituisce è assai più severa: quella di una comunità politica che sembra avere smarrito il rapporto con la propria comunità civile.

Gli ospiti, del resto, non mancavano. Antonio Marciano, Teresa Armato, Gaetano Manfredi, Arturo Scotto appartengono a una politica che possiede esperienza, autorevolezza e strumenti sufficienti per costruire un confronto di livello. Anche la scelta del tema avrebbe dovuto giocare a favore dell’iniziativa. Parlare di lavoro a Pomigliano significa misurarsi con una delle matrici fondamentali dell'identità cittadina, con quella storia industriale che per generazioni ha segnato non soltanto l'economia, ma la cultura, le relazioni sociali e persino l'immaginario collettivo della città.

Eppure il pubblico non è arrivato.

È questo il dato che dovrebbe indurre il Partito Democratico a una riflessione non rituale. Perché il problema non è stabilire se una festa abbia avuto successo o meno secondo i parametri di un'organizzazione di partito. Il problema è comprendere che cosa significhi, politicamente, non riuscire a trasformare un appuntamento costruito intorno a un tema così profondamente radicato nel territorio in un momento di partecipazione collettiva.

La Festa dell’Unità, nella storia della sinistra italiana, è stata qualcosa di assai diverso da una rassegna di dibattiti. Era il luogo nel quale il partito usciva dalla propria sede e incontrava la società. Era una forma di politica popolare, nel senso più autentico del termine: non propaganda rivolta a un pubblico già acquisito, ma una pratica quotidiana di relazione. La festa aveva valore perché consentiva alla politica di mescolarsi alla città, di ascoltarne gli umori, di intercettarne le inquietudini, persino di misurarsi con il dissenso.

Quando quel rapporto si interrompe, il rito rimane, ma il significato comincia lentamente a svuotarsi.

È difficile non leggere in questa chiave ciò che è accaduto a Pomigliano. La città che per decenni ha rappresentato un punto di riferimento della sinistra campana sembra oggi assistere a una progressiva perdita di densità della propria vita politica. E la contraddizione è tanto più evidente se si considera la storia che sta alle spalle del Partito Democratico e delle forze politiche che lo hanno preceduto.

Pomigliano è stata una città capace di produrre classe dirigente. Dalle sue fabbriche e dalle sue organizzazioni politiche e sindacali sono emerse figure che hanno occupato ruoli di primo piano nelle istituzioni: senatori, parlamentari, sottosegretari, consiglieri regionali e provinciali. Al di là delle valutazioni sulle singole esperienze, esisteva una caratteristica comune a quella stagione: la politica aveva un rapporto diretto con la società.

La classe dirigente non viveva soltanto dentro le proprie dinamiche interne. Era costretta, per ragioni politiche e sociali, a confrontarsi quotidianamente con il territorio. La fabbrica non era soltanto un luogo di lavoro, ma un crocevia di identità e conflitti. Il sindacato rappresentava un interlocutore imprescindibile. Le associazioni, i quartieri, le realtà culturali e sociali costituivano altrettanti luoghi nei quali si costruiva consenso, ma anche dissenso.

Era una politica che poteva essere aspra, ideologica, talvolta persino divisiva, ma difficilmente poteva permettersi di essere indifferente alla città.

È questo rapporto che sembra essersi progressivamente consumato.

Il rischio, oggi, è quello di una classe dirigente sempre più chiusa dentro un perimetro ristretto, incapace di considerare ciò che esiste al di fuori dei propri circuiti come una risorsa politica. L’autoreferenzialità, quando diventa struttura e non più semplice atteggiamento, produce un effetto preciso: restringe progressivamente il campo degli interlocutori, fino a trasformare il partito in una comunità chiusa che parla soprattutto a se stessa.

È qui che emerge anche la dimensione di quella che potremmo definire una “confraternita politica”. Non si tratta semplicemente della presenza di rapporti personali o di vincoli di famiglia, ma di un modo di concepire la politica nel quale appartenenza, prossimità e fedeltà finiscono per prevalere sull’apertura e sulla capacità di confrontarsi con ciò che esiste fuori dal proprio perimetro. Una sorta di confraternita nella quale i vincoli familiari, personali e di gruppo possono diventare più forti del rapporto con la comunità, fino a trasformare il partito da luogo aperto di elaborazione e partecipazione in un circuito ristretto, geloso dei propri equilibri e poco incline a misurarsi con energie nuove.

È una dinamica che, nel tempo, rischia di produrre un effetto paradossale: più ci si stringe a difesa della propria identità interna, più ci si allontana dalla società che si pretende di rappresentare. E quando una forza politica comincia a considerare il territorio come qualcosa da presidiare anziché come una realtà con cui dialogare, la rappresentanza si svuota progressivamente del suo significato.

La politica, allora, smette di essere una comunità aperta e diventa una cerchia. E una cerchia, per quanto possa apparire coesa e protetta, difficilmente riesce a generare partecipazione al di fuori di se stessa.

È una dinamica che può assumere forme diverse. Può presentarsi come difesa dell'identità, come fedeltà alla propria storia, come tutela di equilibri interni, persino come una forma di appartenenza che pretende di distinguere chi è dentro da chi è fuori. Ma il risultato è sempre lo stesso: la società smette di entrare nel partito e il partito smette, lentamente, di comprendere ciò che accade nella società.

E quando quel rapporto viene meno, arriva il deserto.

Non è casuale che il Partito Democratico sia già arrivato alle precedenti elezioni amministrative senza presentare una propria lista. Al di là delle ragioni contingenti che possono aver determinato quella scelta, il dato politico resta: un partito che per decenni ha avuto a Pomigliano una presenza centrale non è riuscito a sottoporre agli elettori una propria proposta organizzata.

Per una forza politica con questa storia, è un segnale che avrebbe dovuto aprire una discussione profonda.

La Festa dell’Unità avrebbe potuto essere precisamente il luogo di quella discussione. Non una celebrazione, ma una ripartenza. Non la rappresentazione di una forza che si considera ancora tale, ma l'occasione per interrogarsi sulle ragioni della propria perdita di centralità.

Il tema scelto sembrava indicare una direzione. “Ripartiamo dal lavoro” è una formula che, a Pomigliano, possiede una forza evocativa che difficilmente può essere ignorata. Ma proprio per questo avrebbe richiesto una politica capace di uscire dalla retorica e di confrontarsi con il lavoro reale, quello che cambia, che si precarizza, che si trasforma sotto la spinta della tecnologia e della transizione industriale, quello dei giovani che spesso non trovano nella propria città una prospettiva e quello di una classe lavoratrice che non può più essere considerata un blocco elettorale naturalmente riconducibile alla sinistra.

Il lavoro, oggi, non è soltanto occupazione. È sicurezza, salario, dignità, formazione, innovazione, mobilità sociale. È il rapporto tra industria e territorio, tra impresa e comunità, tra sviluppo e qualità della vita. È una questione sulla quale una sinistra moderna dovrebbe avere qualcosa di radicalmente nuovo da dire.

Ma una politica del lavoro non può essere costruita senza una politica della partecipazione.

E qui sta il paradosso più evidente della Festa dell’Unità di Pomigliano: proprio mentre il Partito Democratico prova a evocare una delle grandi questioni sulle quali la sinistra ha costruito la propria identità, sembra non riuscire più a mobilitare quella società alla quale vorrebbe parlare.

È una contraddizione che non si risolve con un'altra iniziativa, con un altro ospite o con un'altra campagna di comunicazione. Richiede un ripensamento del rapporto tra partito e territorio.

Perché il problema non è che i cittadini abbiano improvvisamente smesso di interessarsi alla politica. In molti casi hanno smesso di riconoscere nei partiti il luogo nel quale la propria domanda politica possa trovare ascolto. È una differenza sostanziale. Significa che la domanda sociale continua a esistere, ma non trova più necessariamente un canale di rappresentanza nelle forme tradizionali.

Una forza politica intelligente dovrebbe considerare questa distanza non come una minaccia, ma come un'occasione.

Dovrebbe aprire le porte proprio a coloro che non frequentano le proprie sedi, cercare il confronto con le associazioni che non appartengono al proprio perimetro, ascoltare le organizzazioni sindacali senza dare per scontato il consenso, parlare ai giovani senza considerarli semplicemente una categoria da coinvolgere nelle campagne elettorali. Dovrebbe accettare persino il rischio di non avere sempre ragione.

La politica ricomincia quando ricomincia il confronto.

Il resto è amministrazione del consenso residuo.

Pomigliano, da questo punto di vista, rappresenta una questione che va oltre il destino di un gruppo dirigente locale. È il caso emblematico di una trasformazione che ha investito la sinistra italiana: la progressiva sostituzione del radicamento con la rappresentanza istituzionale, della militanza con la comunicazione, della comunità con il gruppo dirigente.

Non è nostalgia per il passato. È una constatazione politica.

Le vecchie forme non possono essere semplicemente riprodotte. Nessuno può pensare di riportare indietro l'orologio della storia e ricostruire la politica degli anni Settanta o Ottanta. Ma sarebbe altrettanto sbagliato credere che il nuovo possa nascere senza una nuova relazione con la società.

Il Partito Democratico ha bisogno di capire se Pomigliano debba essere ancora un laboratorio oppure soltanto una casella elettorale.

Perché un laboratorio presuppone ricerca, apertura, confronto, contaminazione. Una casella presuppone soltanto organizzazione.

La differenza è tutta qui.

La Festa dell’Unità avrebbe potuto rappresentare il ritorno della politica nella città. Avrebbe potuto trasformare un appuntamento di partito in un appuntamento cittadino. Avrebbe potuto utilizzare la presenza di personalità come Marciano, Armato, Manfredi e Scotto non per celebrare una classe dirigente, ma per mettere quella classe dirigente davanti alle domande di una comunità.

Non è accaduto, almeno nella misura nella quale sarebbe stato necessario.

E il vuoto del pubblico finisce così per assumere un significato che va oltre la cronaca della manifestazione. Diventa il simbolo di una distanza. Una distanza tra il partito e la città, tra la storia e il presente, tra la memoria di ciò che la sinistra è stata e la capacità di immaginare ciò che potrebbe ancora essere.

La vera sfida, allora, non è organizzare una Festa dell’Unità più partecipata la prossima volta. Sarebbe una risposta troppo semplice a una domanda molto più complessa.

La sfida è ricostruire una comunità politica.

E una comunità non si costruisce convocando soltanto chi già appartiene al proprio mondo. Si costruisce andando a cercare chi se ne è allontanato, chi non ha mai avuto una tessera, chi ha smesso di votare, chi guarda con diffidenza ai partiti, chi magari condivide alcune battaglie della sinistra ma non riconosce più in essa il proprio linguaggio.

È un lavoro lungo, probabilmente scomodo, certamente più difficile di una festa.

Ma è l'unico lavoro che possa restituire senso a una Festa dell’Unità.

Perché il problema di Pomigliano non è che siano mancati i grandi nomi. Il problema è che quei nomi, quella storia e quei temi non sono riusciti a produrre la cosa più preziosa che una politica possa ancora possedere: una comunità disposta ad ascoltare e, soprattutto, a discutere.

In una città che ha conosciuto le grandi fabbriche, le grandi battaglie sindacali, le grandi passioni politiche e una stagione nella quale la sinistra sapeva essere parte integrante della vita collettiva, il vuoto di oggi ha qualcosa di profondamente simbolico.

Forse il fallimento della Festa dell’Unità non sta nella festa.

Sta nel fatto che una forza politica che un tempo trovava la propria ragione d'essere nel rapporto con la città sembra oggi non sapere più come ritrovare quella città.

Ed è proprio da questa consapevolezza, se ci sarà il coraggio di assumerla fino in fondo, che potrebbe finalmente cominciare una vera ripartenza.

Non soltanto dal lavoro, dunque, ma dalla politica.

E, prima ancora, dalle persone.