• Tempo di Lettura:3Minuti

Una delle molteplici conseguenze prodotte dall’invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano è la sistematica distruzione delle infrastrutture sportive, in particolare degli stadi di calcio. Senza trascurare poi un particolare nient’affatto marginale: il massacro indiscriminato perpetrato da Tsáhal non ha mica risparmiato atleti, dirigenti e allenatori palestinesi. Sarebbero almeno 250 infatti gli sportivi morti a causa dell’occupazione territoriale delle forze armate di Israele. A rendere la situazione maggiormente incancrenita, la sgradevole consuetudine di convertire gli stadi in campi di prigionia, come ad esempio lo “Al-Yarmouk” di Gaza City.   

Tutto ciò dovrebbe indignare le istituzioni sportive internazionali. Che invece si astengono dal prendere posizione pubblicamente. Specialmente il CIO, letteralmente terrorizzato all’idea che durante i prossimi Giochi di Parigi la delegazione palestinese possa attuare qualche forma di boicottaggio o protesta contro quella israeliana. Al contrario, se spostiamo il focus dalle stanze del Potere a Losanna, dove i vertici dirigenziali prendono ogni decisione concernente le gare parigine, al teatro globale dei social, risulta lampante che non sia mai mancata la solidarietà. Del resto, sono settimane ormai che negli stadi campeggiano bandiere e striscioni, capaci di testimoniare la forte vicinanza alla popolazione della Striscia.

Eppure restano sempre pochi gli “alleati” della causa palestinese, che in prossimità delle Olimpiade, si sono esposti, chiedendo formalmente che venisse sanzionato lo sport israeliano. In questo senso, l’unico episodio significativo, seppur marginale, riguarda l’hockey su ghiaccio. A inizio gennaio 2024 la federazione internazionale ha deciso di escludere Israele dai campionati mondiali maschili e femminili. Motivando però la scelta esclusivamente con ragioni di sicurezza.

Ovviamente agli antipodi l’atteggiamento della FIFA, che continua ostinatamente a chiudere entrambi gli occhi sul fatto che Israele, impedendo agli atleti palestinesi sopravvissuti di allenarsi e svolgere attività, contravviene al suo stesso statuto.

A tentare di incrinare lo scarso supporto diplomatico da parte del massimo organismo della politica calcistica, alcuni paesi membri. La Federcalcio giordana e poi altre federazioni arabe. Fra cui l’Algeria, l’Iraq, la Siria e lo Yemen, in occasione del 74° Congresso svolto a metà maggio a Bangkok, hanno chiesto esplicitamente a Gianni Infantino di escludere dalle competizioni internazionali Israele. Il presidente della FIFA è riuscito a contenere il tentativo di delegittimarlo davanti a tutti. Rimandando la questione a luglio, con la scusa di dover attendere il responso da un gruppo di esperti legali indipendenti.

Del resto, i dirigenti della federcalcio palestinese hanno colto l’enorme potenziale del Mondiale come veicolo di consenso. Nondimeno, il torneo dista ancora due anni e quindi, almeno nell’immediato, il pericolo di proteste e tensioni in grado di paralizzare effettivamente il “Sistema-Calcio” si presenta in forma notevolmente sfumata. Al contempo, il loro attivismo è percepito dalla FIFA come uno strumento per rafforzare il riconoscimento internazionale della Palestina.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

SEGUI I SOCIAL E RESTA AGGIORNATO SULLE NEWS: