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Negli ultimi anni il calcio USA sta cercando di innalzare i suoi standard: la qualità dei calciatori e l’atmosfera degli stadi rendono la Major League Soccer, stagione dopo stagione, un torneo sempre più entusiasmante. Ad accompagnarne la crescita, alcuni giocatori italiani dal curriculum prestigioso. Un chiaro indicatore della appetibilità di una Lega ambiziosa, capace in pochi anni di liberarsi da una serie di criticità, che in passato le avevano tarpato le ali. Penalizzata da scarsa visibilità e conseguente giro economico modesto. Le cose però stanno cambiando radicalmente.

Insomma, la MLS prova a cancellare stereotipi e pregiudizi. Perché è gestita in maniera tale da modificare la percezione tipica degli sport professionistici a stelle e strisce. Talvolta criticati per la visione esageratamente commerciale. Ebbene, il “soccer”, come in Nord America etichettano il pallone – evitando di confonderlo con il loro “football”, quello che giocano con la palla ovale, il casco ed il paraspalle -, è in ogni caso un mondo orientato a generare profitti attraverso l’entertainment sportivo. Nondimeno, lo scopo e le prospettive dello show business sembrano andare di pari passo con la necessità di una crescita globale dell’intero movimento calcistico.

Per realizzare questa operazione era necessario lavorare su un duplice versante…

Importare giocatori “veri”

Innanzitutto ripensare il rapporto con i calciatori importati dall’Europa, quelli con lo status di Top Players (o presunti tali…). Non più vecchie glorie, stancamente avviate sul viale del tramonto, ma comunque pagate a peso d’oro. Che vengono a svernare, dopo anni di carriera ad altissimi livelli nelle Fab Five, ovvero le cinque principali Leghe del Vecchio Continente: Serie A, Premier, Liga Bundesliga o Ligue 1. Prima di tornarsene in Europa e decidere cosa fare della propria vita una volta appesi definitivamente gli scarpini al fatidico chiodo.

Bisognava assolutamente attirare giocatori “veri”, che avessero cioè ancora tanto da dare in termini di carriera. Piuttosto che limitarsi a calciatori dal nome prestigioso, desiderosi solamente di sparare le ultime cartucce, tipo Criscito o Chiellini.

In questo scenario, l’arrivo di Insigne e Bernardeschi, strappati a suon di dollari dal Toronto Fc alla concorrenza dei tanti club europei che li avrebbero voluti ingaggiare, ha rappresentato una evidente inversione di tendenza. Sembrerà banale, ma ovviamente i soldi contano tantissimo. Eppure Lorenzo e Federico sono andati a giocare negli Stati Uniti, non solo a viverci da miliardari. Seguendo l’esempio di Sebastian Giovinco, che proprio a Toronto è diventato una superstar. Là ha vissuto annate fantastiche, coronate da numeri invidiabili (114 presenze e 68 gol), tracciando il sentiero per i suoi connazionali.

Esportare il modello MLS

Quindi, produrre talenti da esportare in Europa. Permettere loro di acquisire nuove competenze e abilità tecnico-tattiche, spendibili con la maglia della Nazionale Usa. Inizialmente, con un’abbondante dose di snobismo, non è stato affatto facile prendere sul serio chi si è formato calcisticamente in America. Ad accendere i riflettori sulla efficienza delle franchigie MLS a individuare e poi sviluppare il talento, hanno provveduto esempi del calibro del canadese Alphonso Davies, che si mette in mostra con i Vancouver Whitecaps, prima di passare al Bayern Monaco nel gennaio 2019. Una tendenza consolidata successivamente da Weston McKennie alla Juventus, tuttocampista con le stimmate del superatleta, con fisicità e muscoli a cui alle nostre latitudini non siamo abituati.

Senza trascurare giocatori come Miguel Almirón, paraguaiano del Newcastle, con un passato nell’Atlanta United. Oppure l’attaccante argentino Valentino Taty Castellanos, cresciuto al New York City, club organico alla galassia pedatoria costruita dal City Football Group, titolare delle quote di maggioranza del Manchester City. Ora in forza alla Lazio. Il fatto che non abbiano passaporto nordamericano, ma si siano soltanto “formati” nella MLS, certifica la bontà del lavoro che stanno compiendo negli Stati Uniti.

Magari è prematuro immaginare un sorpasso sul calcio europeo. Ma la strada intrapresa appare quella giusta. Non a caso, sono sempre più frequenti gli accordi di partnership sottoscritti tra i club europei e le Academy, funzionali ad alimentare i rapporti di collaborazione e individuazione di giovani prospetti.  

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