Wayne Perkins, addio al chitarrista “invisibile” che ha fatto la storia del rock

Di In Musica
Marzo 28, 2026
Wayne perkins

Il mondo della musica perde uno dei suoi protagonisti più discreti ma fondamentali: Wayne Perkins, chitarrista statunitense capace di lasciare un segno profondo senza mai cercare davvero i riflettori. È morto il 16 marzo 2026, all’età di 74 anni, dopo complicazioni legate a un ictus.
Il suo nome forse non è immediatamente riconoscibile al grande pubblico, ma il suo suono sì: Perkins è stato una di quelle figure “dietro le quinte” che hanno contribuito a costruire il mito di artisti leggendari come Rolling Stones, Bob Marley e Joni Mitchell.

Un talento nato lontano dai riflettori

Nato nel 1951 a Birmingham, in Alabama, Wayne Perkins cresce in un ambiente musicale: entrambi i genitori suonano e cantano. Autodidatta, impara la chitarra a soli 12 anni e già adolescente entra nel circuito dei musicisti di studio.
È proprio nella scena di Muscle Shoals, uno dei poli musicali più fertili degli Stati Uniti, che affina il suo stile: un mix di blues, rock e soul, arricchito da una tecnica slide molto personale.
Già a 15 anni suona professionalmente, e in breve tempo diventa uno dei session man più richiesti dell’epoca.

L’incontro con Bob Marley: il suono che cambia il reggae

Uno dei momenti più significativi della sua carriera arriva nei primi anni ’70, quando il produttore Chris Blackwell lo chiama a collaborare con Bob Marley & The Wailers.
Perkins suona la chitarra solista in tre brani dell’album Catch a Fire (1973), tra cui: “Concrete Jungle”, “Stir It Up”, “Baby We’ve Got a Date”.
Quel disco è una pietra miliare: contribuisce a portare il reggae fuori dalla Giamaica e a trasformarlo in un fenomeno globale. Il tocco di Perkins – inizialmente non accreditato – aggiunge un’impronta rock che rende il sound più accessibile al pubblico internazionale.

A un passo dai Rolling Stones

Se c’è un episodio che racconta davvero il valore di Wayne Perkins, è il suo rapporto con i Rolling Stones.
Negli anni ’70, dopo l’uscita di Mick Taylor, Perkins viene addirittura considerato come possibile nuovo chitarrista della band. Non entrerà ufficialmente nel gruppo (il posto andrà a Ronnie Wood), ma lascerà comunque il segno.
Suona infatti nell’album Black and Blue (1976), contribuendo a brani come: “Hand of Fate”, “Memory Motel”, “Fool to Cry”
Keith Richards stesso apprezzava molto il suo stile, e per poco Perkins non diventò uno “Stone” a tutti gli effetti.

Collaborazioni e carriera da session man

La carriera di Perkins è un viaggio attraverso la storia della musica contemporanea. Nel corso degli anni collabora con:
Joni Mitchell, Eric Clapton, Joe Cocker, Leon Russell, Lynyrd Skynyrd (nelle prime fasi)
Il suo contributo più affascinante? Essere ovunque senza mai imporsi come protagonista. Un musicista rispettato dagli artisti, spesso più noto “tra i musicisti” che tra il pubblico.

Uno stile unico e riconoscibile

Perkins era famoso per la sua tecnica slide, ispirata anche a Duane Allman, e per la capacità di fondere generi diversi in modo naturale.
Il suo suono poteva essere: graffiante nel rock, caldo nel soul, fluido nel reggae.
Una versatilità rara, che lo ha reso un collaboratore ideale in contesti musicali completamente diversi.

Gli ultimi anni e l’eredità

Negli anni 2000 si era progressivamente ritirato dalle scene, anche a causa di problemi di salute, tra cui tumori cerebrali diagnosticati anni prima.
La sua morte, avvenuta dopo un ictus, ha suscitato numerosi messaggi di cordoglio nel mondo della musica.

Wayne Perkins rappresenta una figura sempre più rara: quella del musicista puro, che mette il talento al servizio della musica e non dell’ego.
Non è diventato una rockstar nel senso tradizionale, ma ha contribuito a creare alcune delle pagine più importanti della musica del Novecento.
E forse è proprio questa la sua eredità più grande: essere stato, senza clamore, uno degli architetti del suono di un’epoca.