Sono giorni di grande trambusto per la politica italiana, che si avvicina alle attesissime elezioni politiche del 2027 tra polemiche interne, tensioni internazionali e profondi cambiamenti nello scenario globale.
Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dopo il ritorno dal G7 francese di Évian-les-Bains, è finita al centro di un’imbarazzante polemica con l’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump. Il presidente americano, infatti, ha dichiarato al giornalista di La7 Daniele Compatangelo che il capo del governo italiano lo avrebbe implorato di scattare una fotografia insieme e che lui avrebbe accettato “per pietà”.
Parole, quelle del Tycoon, riprodotte nel corso della trasmissione L’Aria che Tira, che hanno immediatamente riacceso le polemiche tra Roma e Washington.
Il centrosinistra all’attacco
Le tensioni tra i due leader arrivano dopo settimane già particolarmente delicate sul piano diplomatico. Giorgia Meloni, infatti, si era schierata dalla parte di Papa Leone XIV dopo che quest’ultimo era stato definito “debole” e “permissivo” da Trump in merito alla questione delle armi nucleari iraniane.
Nonostante la solidarietà bipartisan ricevuta dalla presidente del Consiglio, le opposizioni continuano a rinfacciarle il presunto ruolo di “vassalla” ricoperto negli ultimi anni nei confronti del leader americano. Un’accusa che le era stata rivolta anche durante l’amministrazione di Joe Biden.
A tornare d’attualità sono state anche le ormai celebri “ginocchiere” attribuitele dal deputato del Movimento 5 Stelle e coordinatore regionale del partito in Abruzzo, Francesco Silvestri, durante un acceso intervento alla Camera dei Deputati, nel quale sostenne che proprio quelle le avrebbero consentito di fare carriera politica.
Il governo va avanti: via libera al Decreto Lavoro
Al di là delle polemiche, però, l’attività dell’esecutivo prosegue senza particolari scossoni.
Nella giornata di ieri, mercoledì 24 giugno, il Senato ha approvato in via definitiva il Decreto Lavoro che, secondo Fratelli d’Italia, introduce principi di responsabilità e buon senso nel mercato occupazionale.
Il provvedimento prevede incentivi pubblici alle imprese e trattamenti economici coerenti con i contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, con l’obiettivo dichiarato di contrastare il dumping salariale e i contratti al ribasso.
Sempre a Palazzo Madama è arrivato inoltre il via libera definitivo, in terza lettura, alla conversione in legge del decreto Accise, approvato con 79 voti favorevoli e 51 contrari.
La corsa alla longevità del governo
Con il torrido mese di giugno che si avvia verso la conclusione, all’esecutivo di centrodestra restano ormai pochi mesi per superare il record di longevità della storia repubblicana.
Si tratterebbe di un traguardo politico significativo che, tuttavia, arriva senza che siano ancora state portate a compimento alcune delle grandi riforme annunciate dalla maggioranza. Tra queste figurano la riforma della giustizia promossa dal ministro Carlo Nordio sulla separazione delle carriere dei magistrati e il Ponte sullo Stretto di Messina, una delle opere simbolo del programma del centrodestra.
Le difficoltà degli altri leader europei
Se in Italia il governo sembra aver trovato una propria stabilità, lo stesso non si può dire per diversi leader europei.
Dopo le dimissioni di Keir Starmer dalla guida del Partito Laburista britannico, anche la posizione del premier spagnolo Pedro Sánchez appare sempre più traballante a causa dei numerosi scandali che hanno coinvolto il suo entourage negli ultimi mesi.
Una situazione che rischia di indebolire ulteriormente il leader socialista proprio mentre la Spagna cerca di ritagliarsi un ruolo autonomo nello scenario internazionale, come dimostrato dal no opposto da Sánchez a Donald Trump sulla possibilità di un coinvolgimento spagnolo nella guerra contro l’Iran al fianco di Israele.
In un’Europa attraversata da crisi politiche, guerre e profondi cambiamenti geopolitici, la stabilità del governo Meloni rappresenta dunque un’eccezione che potrebbe rivelarsi decisiva nella lunga corsa verso le elezioni politiche del 2027.
Verso le elezioni: Meloni tra Vannacci e il centrodestra moderato
In Italia si guarda al futuro in questo delicato contesto internazionale, con le elezioni politiche che potrebbero addirittura essere anticipate ad aprile del prossimo anno. Tuttavia, bisogna tenere conto di alcuni fattori importanti, come la legge di bilancio e le elezioni amministrative, che potrebbero essere accorpate in un maxi election day.
Il voto ad aprile resta, allo stato attuale, un’ipotesi più facile a dirsi che a farsi. Intanto, però, i partiti stanno già iniziando a scaldare i motori per non arrivare impreparati a questo cruciale appuntamento.
Il fenomeno Vannacci e la crescita di Futuro Nazionale
Con le elezioni politiche all’orizzonte, Giorgia Meloni deve guardarsi le spalle anche dal fenomeno Vannacci, visto che i numeri di Futuro Nazionale, tanto in termini di adesioni quanto di sondaggi, risultano sempre più in crescita.
Al momento il centrodestra osteggia fortemente il partito dell’ex generale e, nei giorni scorsi, Roberto Occhiuto, governatore della Calabria e vicesegretario nazionale di Forza Italia, dal palco del Festival dell’Argomento a Piacere di Roccella Jonica — appuntamento culturale ideato e curato dal giornalista Tommaso Labate — ha definito la remigrazione, cavallo di battaglia di Futuro Nazionale, una “stronzata”.
Una definizione forte, quella utilizzata da Occhiuto, che ha messo ancora più in risalto le differenze tra l’attuale centrodestra moderato e il nuovo soggetto politico, che si propone come il vero rappresentante della destra pura.
Il bivio dei due Roberto
Giorgia Meloni si trova così al bivio dei due Roberto: da una parte Occhiuto, che rappresenta l’ala più liberale e moderata del partito azzurro; dall’altra Vannacci, con il quale potrebbe invece convergere su posizioni più identitarie e sovraniste.
Che la democrazia si regga sui numeri è cosa nota e, sotto questo aspetto, la leader del centrodestra farebbe bene a sfruttare l’onda impetuosa di Futuro Nazionale per vincere le elezioni, dimostrando in modo pragmatico che l’interesse politico possa andare oltre la coerenza.
Uno scenario che, almeno per il momento, appare difficile da immaginare, soprattutto alla luce dei numerosi attacchi rivolti dai vannacciani al governo in Parlamento.
Uno sgarbo istituzionale che potrebbe essere pagato anche attraverso una ripicca inserita nella nuova legge elettorale. Il testo, infatti, prevede che, in vista delle prossime elezioni, le forze politiche dotate di un gruppo parlamentare alla Camera o al Senato costituito entro il 31 dicembre 2025 siano esentate dalla raccolta delle firme necessarie per presentare le liste. La riforma conserverebbe inoltre la soglia di sbarramento al 3%, mantenendo invariato uno degli elementi cardine dell’attuale sistema elettorale.
Qualora la riforma dovesse essere approvata nella sua formulazione attuale, a essere penalizzato sarebbe proprio Futuro Nazionale del generale Roberto Vannacci, la cui fondazione risale all’anno in corso e che, pertanto, non potrebbe beneficiare dell’esenzione prevista dalla norma.
La cena tra Vannacci e Alemanno
Nel frattempo, il leader di Futuro Nazionale sembra muoversi sempre più lungo un percorso autonomo e antisistema.
Nella serata di ieri, mercoledì 24 giugno, Vannacci ha cenato in un ristorante di Roma Nord con Gianni Alemanno. L’ex sindaco della Capitale è tornato in libertà dopo essere uscito dal carcere di Rebibbia, dove aveva trascorso 18 mesi di detenzione nell’ambito della vicenda giudiziaria legata a Mondo di Mezzo, per la quale è stato successivamente assolto dalle accuse di corruzione.
Alemanno è stato accolto all’esterno della casa circondariale di via Raffaele Majetti da un gruppo di sostenitori e ha ribadito alla stampa e sui social la propria innocenza, sostenendo di essere stato detenuto ingiustamente per un anno e mezzo. L’ex sindaco ha inoltre annunciato l’intenzione di avviare una battaglia contro il sovraffollamento delle carceri.
Alla cena hanno partecipato anche alcuni deputati di Futuro Nazionale che, come riportato dall’Ansa, si sarebbero fatti il segno della croce e avrebbero brindato utilizzando il celebre motto in voga durante il Ventennio che si conclude con la formula “A noi”.
Due destre, due visioni
Parlando del suo interlocutore politico, Alemanno ha dichiarato di non essere d’accordo su tutto con l’ex generale. Una posizione che evidenzia le profonde differenze esistenti tra le due figure.
Da una parte c’è Alemanno, storico esponente della destra sociale, che pone tra le sue priorità il lavoro, la tutela dei ceti popolari, l’intervento dello Stato nell’economia e la protezione delle categorie più esposte alle difficoltà economiche. Una visione che supera il tradizionale steccato tra destra e sinistra, come dimostrano anche i dialoghi e le interlocuzioni avviate negli ultimi anni con Marco Rizzo e altri esponenti provenienti da aree politiche differenti.
Dall’altra c’è Vannacci, interprete di una destra fortemente identitaria e sovranista, concentrata soprattutto sui temi dell’immigrazione, della sicurezza e dell’identità nazionale.
A queste differenze si aggiunge anche il percorso personale dei due leader: Vannacci si presenta come una figura esterna ai partiti tradizionali e legata soprattutto a un consenso personale, mentre Alemanno è il prodotto di una lunga esperienza maturata all’interno di movimenti e strutture politiche organizzate. Se il matrimonio tra queste due anime della destra avrà vita lunga, soltanto il tempo potrà dirlo.
Per il momento, però, Futuro Nazionale continua a costruire il proprio spazio politico seguendo la linea del suo fondatore e accogliendo al proprio interno personalità provenienti da esperienze differenti, spesso considerate ai margini degli schieramenti tradizionali, nel tentativo di costruire quella “sporca dozzina” capace di sfidare gli equilibri consolidati della politica italiana.
Tuttavia, Vannacci rischia di commettere un errore strategico: rivolgersi quasi esclusivamente all’elettorato di destra, limitandosi a un duello con la Lega per sottrarle voti. Una dinamica che, oltre a ridurre il potenziale bacino elettorale di Futuro Nazionale, potrebbe costringere Matteo Salvini a elaborare nuove contromisure politiche per arginare l’avanzata del generale.
Questo potrebbe rivelarsi un limite non trascurabile. Più che contendere voti ai partiti già presenti nel centrodestra, Futuro Nazionale avrebbe infatti interesse ad attingere al vasto universo degli scontenti, degli astenuti e di quegli elettori che non si riconoscono più negli schieramenti tradizionali, proponendosi come una credibile alternativa trasversale. Una strategia che, per certi aspetti, ricorda quella adottata da Beppe Grillo con il primo Movimento 5 Stelle nel 2013.
Qualora il generale non dovesse correggere il tiro nei prossimi mesi, il centrodestra potrebbe decidere di fare a meno di Futuro Nazionale e mantenere l’attuale assetto della coalizione. E, nonostante i sondaggi attribuiscano oggi al movimento percentuali intorno al 5%, bisognerà comunque fare i conti con una caratteristica storica dell’elettorato conservatore: molti simpatizzanti, pur affascinati dalla figura e dalla caratura di Vannacci, potrebbero alla fine scegliere il voto utile al centrodestra per scongiurare una vittoria del centrosinistra.
Il centrosinistra alla ricerca di una sintesi
Per quanto riguarda invece il campo largo, anche lì si ragiona già in vista delle prossime elezioni politiche. Nei giorni scorsi i leader delle principali forze del centrosinistra — Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli — si sono incontrati per avviare un confronto sia sul programma sia sulla futura leadership della coalizione.
L’obiettivo è quello di presentarsi alle urne con una proposta politica unitaria e competitiva, superando le divisioni che negli ultimi anni hanno spesso caratterizzato l’area progressista. Tuttavia, la strada verso una sintesi appare ancora lunga e non priva di ostacoli, soprattutto sul tema della guida della coalizione e delle priorità programmatiche.
L’incognita Picierno e il possibile terzo polo
Occhio però anche ai movimenti che si registrano al di fuori dei due principali schieramenti. Tra i nomi che potrebbero ritagliarsi uno spazio autonomo figura quello di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, che da tempo esprime posizioni spesso distanti dalla linea prevalente del Partito Democratico su diversi dossier nazionali e internazionali.
Non è da escludere che proprio attorno alla sua figura possa prendere forma un nuovo progetto politico centrista insieme a Carlo Calenda e ad altre personalità dell’area moderata e riformista. Un eventuale terzo polo, qualora riuscisse a superare le tradizionali difficoltà che hanno caratterizzato le esperienze centriste degli ultimi anni, potrebbe diventare l’ago della bilancia della prossima legislatura, soprattutto in uno scenario politico che si preannuncia sempre più frammentato e competitivo.