29 views 10 mins 0 comments

Medio Oriente, Trump annuncia il vertice di Doha, l’Iran smentisce: Israele continua i raid in Siria

Di In Politica
Giugno 29, 2026
F b f c a bd b

Il conflitto in Medio Oriente tra Stati Uniti e Iran, iniziato lo scorso 28 febbraio con l’operazione congiunta tra Washington e Israele denominata “Il ruggito del leone”, nella quale perse la vita l’ayatollah Ali Khamenei, è diventato un’autentica telenovela, proprio come la guerra in Ucraina, in corso dal 24 febbraio 2022, senza che si riescano ancora a trovare soluzioni diplomatiche capaci di mettere al sicuro le popolazioni coinvolte dai combattimenti e di costruire reali prospettive di pace.

Il 18 giugno il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a margine del G7 di Évian-les-Bains, in Francia, aveva apposto la firma digitale al memorandum d’intesa durante una cena con il presidente francese Emmanuel Macron. La svolta diplomatica, maturata nella suggestiva cornice della Reggia di Versailles, aveva portato all’annullamento della cerimonia ufficiale prevista il giorno successivo a Ginevra. A distanza di appena dieci giorni, però, la situazione è nuovamente precipitata, riportando la crisi esattamente al punto di partenza.

Doha tra annunci e smentite

Il prossimo capitolo di questa escalation militare e diplomatica potrebbe andare in scena domani, martedì 30 giugno, a Doha, dove sarebbe previsto un incontro tra le delegazioni di Stati Uniti e Iran. A comunicarlo è stato lo stesso inquilino della Casa Bianca attraverso il proprio account Truth.

Una ricostruzione, tuttavia, smentita da Teheran per bocca del viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi che, come riportato dall’Ansa, ha dichiarato che per questa settimana non sono previsti incontri tecnici tra i gruppi di lavoro dei due Paesi.

Quello che appare certo è che a Muscat si è svolto un primo incontro tra Iran e Oman dedicato alla gestione dello Stretto di Hormuz, dopo l’intesa raggiunta con Washington nelle scorse settimane. Parallelamente, il presidente della Repubblica islamica dell’Iran, Masoud Pezeshkian, come riportato da Sky TG24, ha annunciato lo sblocco di 6 dei 12 miliardi di dollari congelati in Qatar, relativi alle entrate petrolifere iraniane.

Il fronte libanese resta aperto

Sul piano militare, invece, la tensione resta altissima. Prosegue infatti l’escalation tra Israele e le milizie di Hezbollah in Libano. Il primo ministro dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu, impegnato anche nella campagna elettorale in vista delle elezioni del prossimo autunno, ha rivendicato l’intesa raggiunta con il Libano e firmata a Washington il 26 giugno.

L’accordo punta a favorire una pace stabile e duratura, il disarmo delle formazioni armate non statali, la riaffermazione della sovranità libanese e il ritiro graduale delle forze israeliane dal territorio del Paese dei Cedri.

Nonostante l’intesa, però, i combattimenti continuano a interessare altri fronti del Medio Oriente, in particolare la Siria.

La Siria accusa Israele: “Violata la nostra sovranità”

Se da una parte la diplomazia prova faticosamente a rimettersi in moto, dall’altra il terreno continua a parlare il linguaggio delle armi. Nelle ultime ore la Siria ha duramente condannato i nuovi raid israeliani condotti nel sud del Paese, accusando Tel Aviv di aver violato la propria sovranità nazionale con bombardamenti e colpi di artiglieria nelle province di Quneitra e Daraa.

In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri di Damasco ha denunciato che gli attacchi hanno seminato il terrore tra la popolazione civile e rappresentano una palese violazione del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e dell’Accordo di disimpegno del 1974. Secondo il governo siriano, il protrarsi delle operazioni militari israeliane rischia di compromettere ogni tentativo di riportare stabilità nell’area, aggravando la situazione umanitaria e alimentando il pericolo di una nuova escalation regionale.

Damasco ha quindi rivolto un appello alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale affinché intervengano per fermare quelle che definisce continue violazioni della propria integrità territoriale. Le accuse sono arrivate dopo che l’esercito israeliano aveva annunciato di aver ucciso due persone nel sud della Siria, sostenendo che si sarebbero mosse in maniera “insolita” all’interno della cosiddetta zona di sicurezza istituita da Israele oltre il confine siriano dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, avvenuta l’8 dicembre 2024.

Alle proteste di Damasco si è aggiunta anche quella dell’Egitto. Il ministero degli Esteri del Cairo ha condannato gli attacchi israeliani definendoli una flagrante violazione della sovranità, dell’unità e dell’integrità territoriale della Repubblica araba siriana, ribadendo il proprio sostegno a Damasco e chiedendo il pieno rispetto del diritto internazionale.

Il Libano prepara il dispiegamento dell’esercito

Parallelamente prosegue il difficile percorso di attuazione dell’accordo quadro firmato a Washington tra Israele e Libano. Il presidente libanese Joseph Aoun ha ribadito la volontà dello Stato di estendere progressivamente il controllo dell’esercito fino al confine meridionale con Israele, riaffermando l’autorità di Beirut su tutto il territorio nazionale.

L’annuncio è arrivato durante l’incontro con il comandante del Comando Centrale statunitense per il Medio Oriente (Centcom), l’ammiraglio Brad Cooper, con il quale sono stati affrontati i prossimi passaggi per dare concreta applicazione agli impegni sottoscritti la scorsa settimana.

Nelle stesse ore Cooper ha incontrato anche il comandante delle Forze armate libanesi, il generale Rodolphe Haykal. Al centro del colloquio vi sono stati il coordinamento operativo previsto dall’allegato sulla sicurezza dell’accordo e il rafforzamento della cooperazione militare tra Beirut e Washington, considerata decisiva per consolidare la stabilità del Paese dei Cedri.

Hamas frena sul piano di pace per Gaza

Più complessa appare invece la situazione nella Striscia di Gaza. Hamas ha infatti fatto sapere di non poter accettare integralmente la nuova proposta elaborata dal rappresentante della giunta di pace, Nikolay Mladenov, che dovrebbe essere illustrata formalmente domani al Cairo.

Secondo fonti vicine al movimento palestinese, il gruppo presenterà una serie di modifiche chiedendo innanzitutto un reale incremento degli aiuti umanitari, la cessazione definitiva delle ostilità e il pieno rispetto degli impegni già previsti nella prima fase dell’accordo prima di affrontare i punti successivi del negoziato.

Hamas ha inoltre respinto qualsiasi ipotesi di collegare la futura amministrazione della Striscia al disarmo delle proprie milizie, definendo tale richiesta un “ricatto politico” incompatibile con gli accordi finora discussi.

Di tutt’altro tenore la posizione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che nelle ultime ore è tornato a ribadire come non nascerà alcuno Stato palestinese tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, riaffermando la volontà di Israele di garantire autonomamente la propria sicurezza militare, economica ed energetica.

Nel frattempo, Abu Ubaida, portavoce delle Brigate al-Qassam, braccio armato di Hamas, ha definito gli attacchi israeliani contro la Siria un’estensione dell’offensiva già condotta contro la Palestina e il Libano, sostenendo che rientrerebbero nel progetto del cosiddetto “Grande Israele”. Il portavoce ha inoltre elogiato la resistenza dei civili siriani che, secondo la sua ricostruzione, avrebbero affrontato le forze israeliane nel villaggio di Abdeen.

Tajani guarda a Doha: “Hezbollah deve fermarsi”

In questo scenario continua anche l’attività diplomatica italiana. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso l’auspicio che i colloqui previsti a Doha possano rappresentare un primo passo verso una de-escalation dell’intera regione.

Secondo il titolare della Farnesina, l’impegno assunto da Washington e Teheran a non procedere con nuovi attacchi reciproci costituisce un segnale incoraggiante. Maggiori preoccupazioni, invece, arrivano dal Libano, dove Hezbollah continua a non riconoscere l’accordo raggiunto a Washington.

Per Tajani sarà proprio l’Iran a dover svolgere un ruolo decisivo. Il Vicepremier ha infatti sottolineato come il movimento sciita continui a dipendere politicamente e militarmente da Teheran e che soltanto una chiara indicazione della Repubblica islamica potrebbe convincere Hezbollah a interrompere definitivamente le ostilità.

Parallelamente, Roma guarda con favore anche alla riapertura dello Stretto di Hormuz, ritenuta un passaggio fondamentale per la stabilità energetica internazionale e per evitare nuove tensioni sui mercati petroliferi.

Un equilibrio ancora appeso a un filo

Tra annunci, smentite, negoziati ancora tutti da costruire e nuovi combattimenti sul terreno, il Medio Oriente continua così a oscillare tra diplomazia e guerra. A dieci giorni dall’intesa raggiunta tra Stati Uniti e Iran, il cessate il fuoco appare ancora estremamente fragile, mentre i diversi fronti aperti — dal Libano alla Siria fino alla Striscia di Gaza — dimostrano come la strada verso una pace stabile sia ancora lunga e ricca di incognite.