Il concetto di Welfare State viene introdotto inizialmente in Inghilterra durante la Seconda Guerra Mondiale come un programma di politiche sociali che dovevano aiutare i reduci di guerra a reintegrarsi nella società. Ai giorni nostri il Welfare State viene definito come “l’insieme delle spese destinate alla previdenza, alla sanità, agli ammortizzatori sociali, all’assistenza, all’istruzione e alle politiche della casa” e rappresenta la parte più consistente della spesa pubblica, volta a soddisfare un’ampia gamma di bisogni fondamentali.
L’inserimento da parte delle grandi socialdemocrazie del diritto allo sport avviene nella seconda metà del Novecento, all’interno del concetto di Stato sociale: il welfare del riformismo europeo prevede il diritto allo sport tra le politiche pubbliche, tramite una rielaborazione dello sport come un’attività che deve essere aperta a tutti, quindi un problema politico/sociale relativo alla sfera dei diritti di cittadinanza, all’uguaglianza delle opportunità e dunque all’organizzazione generale della società, da cui deriva quindi il necessario intervento dello Stato.
Le politiche sociali applicate allo sport
Viene in quel momento inaugurata la cosiddetta “stagione del welfare sport”, un periodo storico, gli anni ’70, durante i quali si è creduto che lo sport sociale potesse costituirsi in maniera autonoma, legittima e riconosciuta dallo sport, con appoggio di Enti Locali, Regioni e CONI. Il culmine viene raggiunto, in Italia, con il riconoscimento nel 1976 degli Enti di promozione da parte del CONI che motiva: “Alla crescente domanda di sport nel Paese – alla quale il CONI ha data un contributo determinante con la sua azione di stimolo e di supporto – non è stata ancora data una risposta adeguata.” Da quel momento però lo “Sport per tutti” vede un’iniziale crisi negli anni ’80 e un totale declino con il crollo dell’equilibrio politico del contesto italiano della “prima repubblica”.
Più o meno in contemporanea, l’interesse verso lo sport cresce anche in Europa, con l’idea di un’Europa unita dopo il disastro del continente durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Nascono le nuove istituzioni, che poi evolveranno nel tempo, cambiando nomi, responsabilità e ruoli; vengono siglati i primi accordi, dalla libera circolazione delle merci fino a patti di collaborazioni. Per quanto riguarda lo sport, il concetto di “Sport For All” inizia ad essere un tema del Consiglio Europeo durante la guerra fredda: questa risulta la prima organizzazione intergovernativa ad occuparsi di sport, come parte della convenzione europea sulla cultura del 1954. Il fenomeno sportivo aumenta il suo spessore economico con il passare degli anni e quindi anche l’interesse della giovane Unione Europea a regolarlo. Nel 1966 viene per la prima volta formulata la nozione di “Sport For All” dal Consiglio Europeo nella Sports Charter, non con l’intenzione di rimpiazzare le politiche sportive nazionali, bensì per difendere alcuni principi legati allo stesso e combattere i fenomeni discriminatori contrati ai valori europei (doping, violenza, discriminazione, omofobia).
Lo spessore economico dello sport
Per comprendere le ragioni degli interventi per il welfare collegato allo sport da parte delle istituzioni europee è necessario andare ad analizzare il valore economico dello sport all’interno dell’UE, senza dimenticare i benefici per la salute. Secondo le ultime relazioni di EUROSTAT, il numero di imprese dedicate allo sport sono state 190 mila, rappresentando lo 0,6% del totale delle imprese di servizi. Queste imprese hanno generato 29 miliardi di euro di valore aggiunto, cioè lo 0,3% del valore aggiunto totale prodotto dalle imprese di servizi in UE.
L’Italia, in particolare, presenta 17.765 imprese per un valore aggiunto stimato di 3,3 miliardi di euro. Per quanto riguarda le dimensioni, il 99,9% delle imprese all’interno del settore sportivo sono piccole e medie imprese, cioè con meno di 250 impiegati, e addirittura il 93,5% sono microimprese, cioè con meno di 10 impiegati, rilevando la dimensione locale del mondo dello sport e quindi i necessari interventi delle istituzioni.