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Legittima difesa, paura e giustizia: il Paese si divide

Di In Cronaca
Luglio 26, 2026
Legittima difesa, paura e giustizia: il Paese si divide

Tre episodi diversi, avvenuti in contesti e momenti differenti, sono tornati al centro del dibattito pubblico riaccendendo una domanda che da anni divide l’Italia: dove finisce il diritto di difendersi e dove inizia la responsabilità penale?

La condanna definitiva a oltre 14 anni di reclusione per il gioielliere Mario Roggero, riconosciuto colpevole dell’uccisione di due rapinatori dopo l’assalto al suo negozio di Grinzane Cavour, ha riportato il tema al centro della cronaca nazionale. La sentenza ha provocato una forte reazione dell’opinione pubblica e del mondo politico, alimentando un acceso confronto sui limiti della legittima difesa.

Nel frattempo, un altro episodio ha attirato l’attenzione. Nel Bolognese un custode di 63 anni ha esploso alcuni colpi di pistola per mettere in fuga dei ladri introdottisi nell’azienda che sorvegliava. Nessuno è rimasto ferito, ma l’uomo è stato denunciato perché lavorava senza un regolare contratto e deteneva l’arma con un porto d’armi scaduto da oltre dieci anni.

A questi casi si aggiunge quello del tabaccaio di Pavone Canavese, per il quale è diventata definitiva la condanna a un anno e otto mesi, con pena sospesa, dopo l’uccisione di un ladro avvenuta nel 2019. In quel procedimento i giudici hanno escluso l’omicidio volontario, riconoscendo invece un eccesso colposo nell’esercizio della legittima difesa.

Tre storie differenti, accomunate da un elemento centrale: il rapporto tra la percezione del pericolo e la risposta dello Stato attraverso il diritto.

Cosa dice la legge

Nel linguaggio comune il concetto di legittima difesa viene spesso interpretato come un diritto assoluto a reagire a un’aggressione. Sul piano giuridico, però, il principio è molto più articolato.

L’ordinamento italiano riconosce la legittima difesa quando la reazione è necessaria e proporzionata a un pericolo attuale. Se l’aggressione è terminata o l’autore del reato è ormai in fuga, il presupposto della difesa tende a venir meno. È proprio questo uno degli aspetti che ha caratterizzato il procedimento Roggero e quello del tabaccaio di Pavone Canavese: secondo i giudici, la minaccia non era più attuale nel momento in cui sono stati esplosi i colpi mortali.

Questa distinzione, spesso chiara sul piano normativo, incontra però molte difficoltà quando viene valutata attraverso il vissuto emotivo di chi ha subito una rapina.

La paura modifica le decisioni

La psicologia dell’emergenza insegna che durante un evento traumatico il cervello non ragiona con la stessa lucidità delle situazioni ordinarie. Una rapina provoca un’intensa risposta allo stress: aumenta l’adrenalina, si accelera il battito cardiaco e diminuisce la capacità di valutare razionalmente il tempo e il rischio. Per chi vive quei momenti può risultare difficile distinguere il momento esatto in cui il pericolo è realmente cessato. È questa distanza tra esperienza soggettiva e valutazione giuridica a generare gran parte delle incomprensioni che emergono dopo sentenze particolarmente discusse.

La fiducia nello Stato e il bisogno di sicurezza

Dal punto di vista sociologico, questi casi raccontano qualcosa di più profondo del semplice fatto di cronaca. Quando cresce la percezione dell’insicurezza, aumenta anche la richiesta di poter reagire autonomamente ai reati. Non è necessariamente l’aumento della criminalità a produrre questo fenomeno, ma soprattutto la convinzione che lo Stato non riesca a garantire una protezione sufficiente.mIn questo contesto il commerciante, il tabaccaio o il custode finiscono spesso per essere percepiti da una parte dell’opinione pubblica come cittadini lasciati soli davanti ai criminali. Di conseguenza, una condanna viene interpretata non soltanto come la sanzione di un comportamento, ma come una punizione inflitta a chi si è difeso.

Lo scontro politico

Le reazioni successive alla sentenza Roggero confermano questa frattura.

Da una parte, il centrodestra, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il vicepremier Matteo Salvini, ha definito la pena eccessiva, sostenendo che chi subisce una rapina non dovrebbe essere trattato come un criminale.

Dall’altra, il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle hanno ribadito che il rispetto dello Stato di diritto impone di distinguere la difesa da una reazione che interviene quando il pericolo è ormai cessato.

Una contrapposizione destinata probabilmente a riemergere ogni volta che un episodio di cronaca coinvolgerà cittadini armati e aggressori.

Le minacce ai magistrati

La discussione pubblica ha assunto toni particolarmente accesi dopo la sentenza Roggero. L’Associazione nazionale magistrati ha denunciato un’ondata di insulti e minacce rivolti ai giudici che hanno pronunciato la decisione, ricordando che i magistrati sono chiamati ad applicare le norme vigenti e non a seguire il consenso dell’opinione pubblica.

È un elemento che apre un ulteriore fronte di riflessione: la crescente personalizzazione delle sentenze e il rischio che il dissenso nei confronti delle decisioni giudiziarie si trasformi in delegittimazione delle istituzioni.

Un dibattito destinato a continuare

I casi Roggero, Pavone Canavese e quello del custode nel Bolognese dimostrano come il tema della legittima difesa sia destinato a rimanere uno dei più controversi nel panorama italiano.

Da una parte vi è il bisogno, profondamente umano, di proteggere sé stessi, la propria famiglia e il proprio lavoro. Dall’altra resta il principio fondamentale secondo cui l’uso della forza deve mantenersi entro i limiti fissati dalla legge.

Tra queste due esigenze si colloca un equilibrio delicato, nel quale si intrecciano diritto, emozioni, fiducia nelle istituzioni e percezione della sicurezza. È proprio in questo spazio che si gioca una delle discussioni più complesse della società italiana contemporanea, dove ogni nuova vicenda giudiziaria riaccende un confronto che va ben oltre le aule dei tribunali.