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Il ruolo dell’Unione Europea nello sport

Di In Sport
Agosto 08, 2026
Fondi europei

Prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona nel 2009, l’Unione Europea non disponeva di una competenza diretta in materia sportiva, il che significava che non poteva condurre né finanziare una politica specifica sullo sport a livello comunitario. L’approccio dell’UE alla materia sportiva è stato plasmato da numerose sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), chiamata sempre più spesso a intervenire su questioni legate allo sport in virtù della sua crescente rilevanza economica. Tra tutte, il caso Bosman è considerato emblematico, poiché ha contribuito a definire con maggiore chiarezza il ruolo dell’UE nella regolamentazione dello sport, spingendo il tema più in alto nell’agenda politica europea.

Il contesto normativo più ampio è stato quindi delineato con il Trattato di Lisbona, che per la prima volta ha conferito all’Unione una competenza specifica nel campo dello sport, permettendole di sviluppare una politica sportiva coordinata e di assegnare un bilancio dedicato al settore. Tuttavia, tale competenza, attribuita all’articolo 6 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), è “di supporto”. In termini pratici, ciò significa che l’UE può agire solo tramite strumenti di “soft law”, come il dialogo, la cooperazione politica, l’elaborazione di linee guida e raccomandazioni, ma non può intervenire attraverso atti legislativi vincolanti.

Allo stesso modo, l’articolo 165 TFUE, che elenca gli obiettivi della politica sportiva europea, consente esclusivamente misure di incentivazione e raccomandazioni, escludendo esplicitamente l’armonizzazione delle normative nazionali. Il compito assegnato all’Unione è quello di “contribuire alla promozione delle questioni sportive europee” e di “sviluppare la dimensione europea dello sport”, promuovendo in particolare l’equità e l’apertura nelle competizioni sportive, la cooperazione tra le organizzazioni competenti e la tutela dell’integrità fisica e morale degli sportivi. L’ambito d’intervento dell’UE rimane inoltre limitato dalla necessità di rispettare la specificità dello sport e l’autonomia delle sue strutture di governo.

Attualmente l’Unione Europea per il periodo 2021-2027 ha in programma diverse politiche e programmi per lo sport a livello comunitario, con gli obiettivi principali che rientrano nell’aumentare la partecipazione sportiva, sostenere l’inclusione sociale, migliorare la salute pubblica e rafforzare la dimensione economica dello sport. L’iniziativa di punta è “Erasmus +”, che nel periodo 21-27 vedrà un complessivo di 26,2 miliardi di euro investiti, di cui 550 milioni dedicati specificatamente allo sport. Le altre proposte, come EU4Health (5,3 miliardi di euro nel periodo 2021-2027), i fondi strutturali e di investimento europeo e il programma Next Generation EU (750 miliardi di euro in risposta alla pandemia Sars Covid-19), hanno al proprio interno politiche mirate allo sviluppo del movimento sportivo ma solo in maniera collaterale.

Come detto, uno dei principali bandi europei per lo sport è “Erasmus+ Sport”, il quale assolve alla KA2, cioè la cooperazione tra organizzazioni e istituzioni. L’ultima call, scaduta nel marzo del 2026, metteva in gioco quasi 60 milioni di euro e si rivolgeva a enti pubblici e privati con personalità giuridica negli Stati Membri e nei Paesi Terzi associati al programma (Macedonia del Nord, Norvegia, Turchia, ecc..), ed organizzazioni sportive a vari livelli, anche di base. Tra gli obiettivi principali ritroviamo: la mobilità del personale sportivo, la creazione di partenariati paneuropei, di piccola e grande scala, per favorire lo scambio di best practices, congeniali all’attuazione dell’agenda politica dell’Unione in materia di sport; ma anche l’organizzazione di eventi sportivi da parte di enti no-profit.

La durata dei progetti è solitamente di 24-36 mesi per un ammontare di 400 mila euro da suddividere tra i partecipanti al partenariato.