Quello della legge elettorale è uno degli annosi problemi con cui l’Italia fa i conti da quasi trent’anni. Nel 1946 i padri della Repubblica optarono per un sistema proporzionale puro, che garantiva la massima rappresentatività parlamentare assegnando i seggi alle forze politiche in proporzione ai voti ottenuti e favorendo così la nascita di governi di coalizione, a scapito però della stabilità politica.
Questo sistema ha retto fino al 1993, anno in cui entrò in vigore il Mattarellum, proposto dall’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che introdusse un modello misto a prevalenza maggioritaria. Nel dicembre 2005 il leghista Roberto Calderoli introdusse invece il cosiddetto Porcellum, la cui principale novità erano le liste bloccate.
Secondo molti osservatori, questo sistema elettorale ha contribuito alla formazione di una classe politica spesso considerata inadeguata e poco preparata, alimentando nel tempo un crescente disinnamoramento dei cittadini nei confronti della politica. Da allora sono stati numerosi i governi che hanno tentato di modificare la legge elettorale, mantenendo però quasi sempre il meccanismo delle liste bloccate.
In un contesto storico particolarmente delicato, segnato da tensioni internazionali e da una fase di forte instabilità globale, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni sta lavorando per cercare di cambiare nuovamente il sistema di voto entro un anno, in vista delle prossime elezioni politiche. I nomi della legge elettorale nascente potrebbero essere “Stabilicum”, termine che richiama l’obiettivo di rendere più stabili i governi e ridurre la frammentazione parlamentare, oppure “Melonellum”, definizione utilizzata dalle opposizioni in riferimento all’attuale premier.
Le novità della riforma: premio di maggioranza, ballottaggio e liste bloccate
La riforma alla quale sta lavorando il centrodestra rappresenterebbe una svolta significativa rispetto al Rosatellum, il sistema attualmente in vigore. L’idea dell’esecutivo è quella di costruire una legge elettorale capace di garantire maggiore stabilità politica, riducendo allo stesso tempo la frammentazione parlamentare che negli ultimi anni ha spesso complicato la formazione dei governi.
Tra le modifiche più importanti c’è il superamento dei collegi uninominali. Verrebbe infatti meno il meccanismo che assegnava il seggio al candidato capace di ottenere anche un solo voto in più degli avversari. La nuova impostazione punterebbe invece sui collegi plurinominali e su una distribuzione dei seggi più vicina al criterio proporzionale. Una scelta che cambierebbe profondamente il rapporto tra eletti e territorio, spostando il peso della competizione sempre più sui partiti e meno sui singoli candidati.
Il perno della riforma resta però il premio di maggioranza. La bozza circolata nelle ultime settimane prevede infatti un bonus di seggi per la coalizione o il partito in grado di superare il 40% dei voti. In quel caso scatterebbe un incremento della rappresentanza parlamentare pari a circa 70 deputati alla Camera e 35 senatori a Palazzo Madama, così da garantire una maggioranza ampia e stabile in entrambe le Camere.
Qualora nessuna forza politica dovesse raggiungere quella soglia, il progetto prevede una seconda opzione: un ballottaggio nazionale tra le due coalizioni più votate, purché entrambe abbiano superato il 35%. Il secondo turno servirebbe ad assegnare il premio di maggioranza e ad evitare possibili situazioni di ingovernabilità o maggioranze costruite soltanto dopo il voto attraverso accordi parlamentari.
Resta centrale anche il nodo delle liste bloccate, uno dei temi più discussi degli ultimi anni. Nella versione attualmente allo studio gli elettori non potrebbero esprimere preferenze sui candidati, ma soltanto scegliere il partito da votare. Sarebbero quindi ancora le segreterie a decidere l’ordine degli eletti nelle liste, mantenendo un forte controllo sulla selezione della futura classe parlamentare. Una questione che continua a dividere anche la maggioranza, con Fratelli d’Italia che nei mesi scorsi aveva ipotizzato il ritorno delle preferenze salvo poi rallentare su questa possibilità.
Tra gli elementi più politici della riforma emerge infine il cosiddetto “premier indicato”. Le coalizioni dovrebbero comunicare prima del voto il nome del proprio candidato alla guida del governo. Pur senza comparire direttamente sulla scheda elettorale, la figura del leader assumerebbe così un peso ancora più centrale nella campagna elettorale, rafforzando la personalizzazione dello scontro politico e avvicinando ulteriormente il sistema italiano a una dinamica di tipo maggioritario.
Il confronto tra maggioranza e opposizioni
Sul fronte della riforma elettorale, la maggioranza ha avviato i primi confronti con le opposizioni nel tentativo di evitare l’accusa di procedere unilateralmente sul cosiddetto “Stabilicum”. Al tavolo convocato alla Camera hanno partecipato soltanto Azione, Partito Liberaldemocratico e Autonomie, mentre i due principali partiti del cosiddetto campo largo, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, hanno scelto di non prendere parte all’incontro, chiedendo che il confronto avvenga esclusivamente in commissione.
Gli incontri, definiti da molti più simbolici che sostanziali, hanno comunque evidenziato profonde distanze politiche. Azione e i liberaldemocratici hanno ribadito una posizione favorevole a un sistema proporzionale, giudicato incompatibile con l’impianto della riforma proposta dal centrodestra, mentre le Autonomie hanno posto l’attenzione sulla tutela delle specificità territoriali.
Fratelli d’Italia e gli alleati, però, intendono andare avanti. Il centrodestra continua infatti a sostenere la necessità di una legge capace di garantire stabilità e governabilità, lasciando comunque formalmente aperta la porta al dialogo con le altre opposizioni. La tabella di marcia resta serrata: l’obiettivo della maggioranza è chiudere rapidamente le audizioni in commissione, lavorare agli emendamenti nelle prossime settimane e portare il testo in Aula già nel mese di luglio.
Nel frattempo prosegue anche il confronto interno sulla riforma. Tra le ipotesi ancora sul tavolo ci sarebbero alcune modifiche tecniche, come l’innalzamento della soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza dal 40 al 42% e una possibile revisione del numero massimo di seggi assegnabili alla coalizione vincente.
Dal fronte delle opposizioni, invece, restano forti le critiche all’impianto della legge. Il Movimento 5 Stelle continua a definire lo Stabilicum una “legge truffa”, giudicando insufficienti eventuali correzioni limitate, come il ritorno delle preferenze, senza una revisione complessiva dell’intero sistema.
Tajani: “La legge elettorale va fatta insieme all’opposizione”
Sulla situazione di stallo è intervenuto anche il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani, che ha ribadito la disponibilità della maggioranza al confronto con le opposizioni. Come riportato dall’Ansa, il leader di Forza Italia ha sottolineato che il compito della maggioranza è avanzare una proposta, ma che la riforma dovrebbe nascere attraverso un dialogo condiviso.
“Noi abbiamo una proposta, siamo disposti a discutere, se poi non vogliono discutere è una scelta loro”, ha dichiarato Tajani, accusando una parte delle opposizioni di chiudersi preventivamente al confronto.
Il vicepremier ha inoltre insistito sulla necessità di una legge elettorale che garantisca stabilità e governabilità al Paese indipendentemente da chi vincerà le prossime elezioni politiche. “È una legge che riguarda tutti, non riguarda noi”, ha aggiunto, ribadendo l’intenzione della maggioranza di mantenere aperto il dialogo anche nelle prossime settimane.