La politica estera di Donald Trump, al suo secondo mandato alla Casa Bianca dopo il primo durato tra il 2016 e il 2020, sta diventando sempre più aggressiva. Dopo un anno trascorso nel tentativo di mediare tra l’omologo russo Vladimir Putin e quello ucraino Volodymyr Zelensky, protagonisti della guerra in Ucraina, o di trovare soluzioni per la crisi in Medio Oriente, dove sono contrapposti l’esercito israeliano e le forze di Hamas, il tycoon ha deciso di cambiare registro e vestire i panni del “liberatore”.
Dall’inizio del 2026, infatti, gli Stati Uniti sono stati protagonisti di diverse operazioni militari, come quella del 3 gennaio in Venezuela, denominata “Absolute Resolve”, durante la quale sono stati arrestati il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores, accusati da Washington di essere a capo di un cartello di narcotrafficanti.
A questa si aggiungono le mire sulla Groenlandia, territorio appartenente al Regno di Danimarca e ricco di risorse naturali, e l’intervento militare in Iran a fianco di Israele, iniziato il 28 febbraio con l’operazione congiunta denominata “Il ruggito del leone”, nella quale avrebbe perso la vita l’ayatollah Ali Khamenei.
Il nodo dello Stretto di Hormuz e la crisi energetica
Mentre quest’ultimo conflitto prosegue e l’attenzione della comunità internazionale resta concentrata sullo strategico Stretto di Hormuz — dal quale passa circa il 20% del petrolio mondiale — lo stallo rischia di aprire le porte a una disastrosa crisi energetica globale. Nonostante le tensioni internazionali e le minacce incalzanti del presidente americano, parte delle popolazioni di Venezuela e Iran avrebbe accolto favorevolmente gli interventi di Washington, interpretandoli come un tentativo di liberazione da regimi considerati autoritari, aprendo però, allo stesso tempo, una complessa fase di governi di transizione che continua a incontrare numerosi ostacoli politici e istituzionali.
Cuba nel mirino della Casa Bianca
Intanto, il mirino di Trump sembra essersi spostato verso Cuba.
All’Avana, infatti, aumenta la preoccupazione per un possibile irrigidimento dello scontro con Washington, mentre sull’isola si moltiplicano gli appelli contro il rischio di un’escalation militare e di nuove sanzioni economiche.
Negli ultimi giorni l’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, ha rilanciato la linea dura nei confronti del governo cubano, ipotizzando persino il possibile dispiegamento della portaerei USS Abraham Lincoln nei pressi dell’isola dopo le operazioni condotte in Medio Oriente. Parallelamente, la Casa Bianca ha approvato nuove misure restrittive contro le imprese statali cubane, estendendo le sanzioni anche alle aziende straniere che intrattengono rapporti economici con L’Avana.
Una stretta che rischia di aggravare ulteriormente la situazione economica cubana e che ha già prodotto i primi effetti concreti. Alcune aziende straniere, infatti, starebbero rivalutando la propria presenza sull’isola a causa del timore di ripercussioni economiche e diplomatiche derivanti dalle nuove misure statunitensi.
Le riforme del governo cubano
Le tensioni con Washington arrivano mentre il governo cubano sta tentando di avviare una fase di riforme interne che rappresentano un segnale di cambiamento per l’isola, atte a rilanciare un sistema economico da anni in difficoltà, ma che continuano a scontrarsi con problemi strutturali profondi e con il peso delle sanzioni internazionali.
Il primo ministro Manuel Marrero Cruz ha annunciato una riduzione dell’apparato burocratico, una maggiore apertura agli investimenti privati e stranieri e una revisione delle norme migratorie per favorire il rapporto tra gli emigrati cubani e il Paese. Sul tavolo anche una riforma agraria e nuove aperture alla nascita di imprese miste tra capitale pubblico e privato.
Le accuse di Cuba agli Stati Uniti
In questo clima il viceministro degli Esteri cubano Carlos Fernández de Cossío ha accusato gli Stati Uniti di intensificare la campagna contro Cuba attraverso accuse considerate “sempre più inverosimili”. Come riportato dall’Ansa, il diplomatico ha dichiarato che Washington starebbe costruendo un pretesto per giustificare una possibile aggressione militare contro l’isola.
Secondo alcune indiscrezioni circolate negli Stati Uniti e riportate dall’Ansa, l’amministrazione Trump starebbe valutando le capacità militari cubane nel settore dei droni e presunti rapporti strategici tra L’Avana, Iran e Russia. Accuse respinte con forza anche dal ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla, che ha parlato di un “fascicolo fraudolento” costruito dagli Stati Uniti per giustificare nuove pressioni economiche e politiche contro il Paese.
Nelle prossime settimane si assisterà all’evolversi della situazione anche su quest’altro fronte, che potrebbe trasformarsi nell’ennesimo tassello di una guerra sempre più globale.