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Roggero, il verdetto sulla legittima difesa

Di In Cronaca
Luglio 16, 2026

La vicenda di Mario Roggero, il gioielliere di Gallo di Grinzane, in provincia di Cuneo, è diventata uno dei casi più discussi degli ultimi anni sul tema della sicurezza, della reazione alle rapine e dei limiti della legittima difesa. La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione per l’uomo, accusato di aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo una rapina avvenuta nella sua gioielleria il 28 aprile 2021.

La rapina e gli spari

Secondo la ricostruzione emersa nel processo, tre uomini entrarono nella gioielleria di Roggero durante una rapina. La situazione fu caratterizzata da minacce e violenza nei confronti del titolare e dei presenti. Dopo la fuga dei rapinatori, però, Roggero uscì dal negozio armato di una pistola legalmente detenuta e li inseguì all’esterno, esplodendo diversi colpi.

Due dei rapinatori, Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli, morirono, mentre il terzo uomo, Alessandro Modica, rimase ferito ma sopravvisse.

Il punto centrale del processo non è stato stabilire se la rapina fosse realmente avvenuta — circostanza riconosciuta — ma valutare se gli spari fossero ancora una reazione difensiva oppure una risposta punitiva dopo la fine del pericolo immediato.

La questione giuridica: quando finisce la legittima difesa?

La legittima difesa, prevista dall’articolo 52 del codice penale italiano, permette a una persona di reagire contro un’aggressione ingiusta quando vi è un pericolo attuale per sé o per altri e quando la reazione è necessaria per difendersi.

Nel caso Roggero, i giudici hanno ritenuto che questi presupposti non fossero presenti nel momento degli spari. Secondo le sentenze dei vari gradi di giudizio, infatti, i rapinatori stavano già lasciando il luogo della rapina e l’azione aggressiva era terminata. Per questo motivo la reazione armata non è stata considerata una difesa da un pericolo imminente, ma un comportamento successivo all’aggressione.

La difesa dell’imputato aveva invece sostenuto che Roggero avesse agito in una condizione di forte paura e turbamento psicologico, ritenendo ancora presente una minaccia per sé e per la propria famiglia. Questa linea puntava anche sulla cosiddetta legittima difesa putativa, cioè il caso in cui una persona ritenga erroneamente, ma in modo giustificabile, di trovarsi davanti a un pericolo.

Il percorso processuale

Il procedimento giudiziario ha attraversato diversi livelli.

In primo grado, la Corte d’Assise di Asti aveva condannato Roggero a 17 anni di carcere, escludendo la legittima difesa.

Successivamente, la Corte d’Assise d’Appello di Torino aveva ridotto la pena a 14 anni e 9 mesi, confermando però la responsabilità penale dell’imputato. La Cassazione ha poi respinto il ricorso della difesa, rendendo definitiva la condanna.

Un caso che divide l’opinione pubblica

La sentenza ha riaperto un dibattito molto acceso in Italia: fino a che punto un cittadino può reagire quando subisce una rapina? E quanto deve pesare la paura vissuta da chi viene aggredito?

Da una parte, molti hanno espresso solidarietà verso Roggero, sottolineando la condizione psicologica di una persona che subisce una rapina violenta e il senso di insicurezza vissuto da commercianti e cittadini.

Dall’altra parte, i sostenitori della decisione dei giudici hanno evidenziato un principio fondamentale dello Stato di diritto: la difesa personale è ammessa per fermare un pericolo presente, ma non può trasformarsi in una forma di punizione privata nei confronti di chi sta fuggendo.

Il nodo centrale, quindi, non riguarda soltanto il caso specifico, ma un interrogativo più ampio: quanto spazio può avere la reazione individuale quando la paura supera il controllo razionale?

Illustrazione simbolica con una mano che impugna una pistola, una figura nell'ombra, una bilancia della giustizia e un martelletto del giudice, a rappresentare il dibattito sulla legittima difesa.

Un’immagine simbolica che richiama il caso Roggero e il dibattito giuridico sulla legittima difesa, tra tutela della persona, uso delle armi e limiti imposti dalla legge.

Il caso Roggero rappresenta un esempio emblematico della difficoltà nel bilanciare due esigenze entrambe rilevanti: il diritto delle persone a proteggersi e il principio secondo cui l’accertamento delle responsabilità deve rimanere nelle mani delle istituzioni.

La Cassazione, confermando la condanna, ha ribadito che anche chi subisce un grave torto non può sostituirsi alla giustizia quando il pericolo è ormai cessato. La decisione non cancella il dramma vissuto durante la rapina, ma stabilisce un limite giuridico preciso: la difesa deve essere rivolta a fermare un’aggressione, non a punire un aggressore dopo la fine del rischio immediato.