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Sudan, la guerra dimenticata: petrolio, potere e una crisi umanitaria senza fine

Di In Politica
Agosto 16, 2026
Pozzi di petrolio

La guerra civile in Sudan è uno dei tanti focolai della guerra globale che sta insanguinando il nostro pianeta in questo particolare contesto storico. A differenza dei conflitti in corso in Medio Oriente o della guerra in Ucraina, quello sudanese è sicuramente uno dei più lontani dai riflettori internazionali. A darsi battaglia, dall’aprile 2023, sono l’esercito regolare, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Rapid Support Forces (RSF), la potente forza paramilitare comandata da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, accusata di gravi crimini contro la popolazione civile e di genocidio in relazione agli eventi di El Fasher.

In questi tre anni di combattimenti, la popolazione civile è stata al centro di innumerevoli violenze e sopraffazioni, mentre il conflitto non accenna a finire. A questo si aggiunge, come riportato da la Repubblica, una carenza strutturale di fondi per il sostegno umanitario, che rende sempre più difficile rispondere ai bisogni della popolazione sudanese, soprattutto degli sfollati. A fotografare la situazione è l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), che continua a lanciare l’allarme sulle condizioni dei civili intrappolati in quella che è ormai una delle guerre più dimenticate del pianeta.

Petrolio, terra e potere: il cuore della guerra civile in Sudan

Dietro la guerra civile sudanese non c’è soltanto lo scontro per il controllo politico del Paese, ma anche una partita strategica per il controllo delle risorse naturali e delle principali vie di rifornimento, a partire dal petrolio. Le aree del Kordofan e del Nilo Azzurro rappresentano infatti snodi fondamentali all’interno di un conflitto nel quale Sudan Armed Forces (SAF) e Rapid Support Forces (RSF) continuano a contendersi territori strategici. Il controllo di queste zone significa infatti anche avere una posizione di forza sulle infrastrutture, sui collegamenti e sulle risorse che possono garantire finanziamenti e capacità militare alle fazioni in guerra. È anche per questo che El Obeid, con circa mezzo milione di abitanti e 100 mila sfollati, è diventata uno dei principali fronti del conflitto: la città occupa una posizione strategica tra il Darfur, il Kordofan e il resto del Sudan e rappresenta un nodo essenziale per i collegamenti e i rifornimenti.

La guerra per le risorse si intreccia così con quella per il territorio. Le recenti offensive e i continui cambi di fronte nel Kordofan settentrionale e meridionale e nel Nilo Azzurro mostrano quanto il controllo geografico sia determinante per le due fazioni. Le RSF, che hanno costruito una parte significativa della propria forza anche attraverso il controllo delle risorse economiche del Paese, continuano a cercare di mantenere corridoi strategici e aree utili al sostentamento delle proprie operazioni, mentre l’esercito di Abdel Fattah al-Burhan prova a riconquistare terreno e infrastrutture strategiche. Il petrolio diventa quindi uno degli elementi della più ampia guerra per il potere e per le risorse, in un Paese che prima del conflitto dipendeva fortemente dalle esportazioni di greggio e nel quale la perdita del controllo delle infrastrutture energetiche ha avuto conseguenze pesantissime sull’economia.

Il paradosso è che mentre il Sudan continua a essere devastato dalla guerra e milioni di persone sono costrette a fuggire, le risorse che rendono strategico il controllo del territorio continuano ad alimentare la competizione tra le fazioni e gli interessi delle potenze esterne. È in questo intreccio tra petrolio, territorio, rotte commerciali e sostegno internazionale che va letta una parte importante della guerra sudanese: un conflitto che non si combatte soltanto per conquistare Khartoum, ma anche per controllare ciò che resta della ricchezza del Paese.

El Obeid sotto assedio

La situazione più preoccupante riguarda El Obeid, capitale del Kordofan settentrionale, dove le Forze di Supporto Rapido (RSF) hanno accerchiato la città e minacciano un’offensiva su vasta scala. La popolazione sta cercando di fuggire verso le aree circostanti, mentre i combattimenti continuano ad alimentare una nuova ondata di sfollamenti.

Nel solo Darfur occidentale, nell’ultima settimana, circa 18 mila persone provenienti da oltre venti villaggi sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Molti hanno attraversato il confine con il Ciad, aumentando ulteriormente la pressione su un Paese già sottoposto a una fortissima emergenza migratoria.

L’emergenza sanitaria

A rendere ancora più drammatica la situazione è la cronica mancanza di finanziamenti. Tre strutture sanitarie nel Darfur centrale hanno dovuto chiudere, lasciando circa 75 mila sfollati senza accesso alle cure essenziali.

Secondo l’OCHA, il Sudan avrebbe bisogno di circa 3 miliardi di dollari per affrontare le principali esigenze umanitarie, ma al momento sono stati raccolti soltanto 1,2 miliardi, pari al 40% del necessario. Una carenza di risorse che rischia di aggravare ulteriormente una crisi già devastante.

Otto milioni di bambini senza scuola

Ma tra le conseguenze più drammatiche della guerra c’è quella che riguarda il futuro dei bambini. Almeno otto milioni di minori in età scolare non frequentano la scuola e la situazione è particolarmente grave tra quelli costretti a vivere come sfollati.

Come sottolineato dalla vicesegretaria generale delle Nazioni Unite Amina Mohammed, il conflitto sta privando un’intera generazione del diritto all’istruzione. Nel solo Darfur, quasi tre quarti delle scuole sono state danneggiate, distrutte o rese inutilizzabili dall’inizio dei combattimenti, nell’aprile 2023. Anche le strutture scolastiche sono finite nel mirino della guerra. Dal 2024 le Nazioni Unite hanno verificato oltre 67 attacchi contro le scuole e 154 casi di utilizzo militare degli edifici scolastici, anche se la reale portata del fenomeno potrebbe essere ancora maggiore.

A questo si aggiunge la crisi degli insegnanti: più della metà non riceve lo stipendio, ma molti continuano comunque a insegnare nel tentativo di garantire ai bambini almeno un minimo di continuità e normalità.

Una generazione che rischia di essere perduta

È proprio sul futuro dei più piccoli che arriva l’allarme più forte delle Nazioni Unite. «Il Paese ha già perso una generazione a causa delle guerre precedenti, ora ne sta perdendo un’altra», ha sottolineato Amina Mohammed, come riportato da la Repubblica.

La guerra in Sudan continua così a distruggere vite, famiglie, scuole e prospettive. E mentre il conflitto resta lontano dai riflettori internazionali, milioni di civili continuano a vivere intrappolati in una crisi umanitaria che, giorno dopo giorno, rischia di diventare ancora più drammatica.