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Benito Mussolini e l’ascesa del Fascismo in Italia (V parte)

Di — In Senza categoria
Settembre 22, 2026
Benito Mussolini e l'ascesa del Fascismo in Italia (V parte)

Il 16 novembre Mussolini si presentò alla Camera e tenne il suo primo discorso come Presidente del Consiglio (il “discorso del bivacco“), nel quale minacciò il parlamento, rivendicando l’ascesa al potere tramite la marcia su Roma. L’intervento segnò una rottura drastica con la prassi parlamentare dell’epoca liberale. Mussolini utilizzò un linguaggio volutamente intimidatorio, affermando di aver rinunciato a “stravincere” nonostante la disponibilità di migliaia di squadristi ai suoi ordini. Attraverso la metafora del “bivacco di manipoli”, svilì il ruolo del Parlamento, riducendolo a una concessione temporanea del nuovo governo anziché riconoscerlo come fonte della legittimità politica.

Gli rispose il giorno dopo, unico in una platea di oppositori silenti, forse sbigottiti dalla violenza verbale del discorso del futuro duce, il leader socialista Filippo Turati, che pronunciò un discorso altrettanto duro e veemente, di condanna del capo fascista e di denuncia dell’ignavia dei parlamentari delle altre forze politiche, poi divenuto noto con il titolo “Il Parlamento è morto” o “Il bivacco della Camera“.

Nella Camera dei deputati Mussolini ottenne poi la fiducia con 306 voti a favore, 116 contrari (socialisti, comunisti e qualche isolato) e 7 astenuti (rappresentanti delle minoranze nazionali), nel Senato con 196 voti favorevoli e 19 voti contrari. Tra i favorevoli risultarono Giovanni Giolitti, Vittorio Emanuele Orlando, Luigi Facta e Antonio Salandra, mentre Francesco Saverio Nitti abbandonò l’aula per protesta.

Il 25 novembre Mussolini ottenne dalla Camera i pieni poteri in ambito tributario e amministrativo sino al 31 dicembre 1923, al fine di “ristabilire l’ordine”. Il 15 dicembre 1922 si istituì il Gran consiglio del fascismo. Il 14 gennaio 1923 le camicie nere vennero istituzionalizzate attraverso la creazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Il 9 giugno, dopo esser riuscito, con minacce, a far dimettere uno dei suoi principali antagonisti parlamentari, Don Luigi Sturzo, e a far frazionare il gruppo dei popolari con il suo pacato discorso del 15 luglio, presentò alla Camera la nuova legge Acerbo in materia elettorale, approvata dalla stessa il 21 luglio e il 13 novembre dal Senato, divenendo poi la legge 18 novembre 1923, n. 2444. Mussolini ebbe un successivo voto di fiducia il 15 luglio con 303 voti a favore, 140 contro e 7 astensioni. Sempre in luglio, grazie all’appoggio britannico, nella conferenza di Losanna fu riconosciuto il dominio italiano sul Dodecaneso, occupato dal 1912. Il 27 agosto si verificò l’eccidio di Giannina: la spedizione militare Tellini, col compito di definire la linea di confine tra Grecia e Albania venne massacrata. Mussolini inviò un ultimatum alla Grecia per chiedere riparazioni, scuse e onori ai morti e, in seguito al parziale rifiuto del governo greco, ordinò alla marina italiana di occupare Corfù. Con questa azione, il nuovo presidente del consiglio voleva dimostrare di voler perseguire una politica estera forte e ottenne, grazie alla Società delle Nazioni, le riparazioni richieste (dietro l’abbandono dell’isola occupata).

Il 19 dicembre presiedette alla firma dell’accordo tra Confindustria e la Confederazione delle Corporazioni fasciste (il cosiddetto “patto di Palazzo Chigi“). Il regio decreto 30 dicembre 1923 n. 2841. URL consultato il 9 febbraio 2018 (archiviato dall’url originale il 14 luglio 2014). Il 27 gennaio 1924 venne firmato il trattato di Roma tra Italia e Jugoslavia, col quale quest’ultima riconobbe all’Italia Fiume, annessa il 22 febbraio. In seguito a questo, il 26 marzo il re conferì a Mussolini l’onorificenza dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata.

A partire dalla marcia su Roma il governo italiano stabilì rapporti diplomatici con l’Unione Sovietica, che vennero migliorati nel corso del febbraio 1923, giungendo al riconoscimento dell’URSS e alla stipulazione di un trattato di commercio e navigazione il 7 febbraio 1924.

Un accordo con il Regno Unito permise all’Italia di acquisire l’Oltregiuba, regione keniota che venne annessa alla Somalia italiana. Il 24 marzo si ebbe il primo tentativo di radiotrasmissione di un discorso politico. Alle elezioni del 6 aprile 1924, la “Lista Nazionale” (nota con il nome di “Listone”) ottenne il 60,1% dei voti e 356 deputati (poi ridotti a 355 per la morte di Giuseppe de Nava, non sostituito); a essi si aggiunsero il 4,8% di voti e i 19 seggi conseguiti dalla “lista bis”. Nel complesso le due liste governative raccolsero il 64,9% dei voti validi, eleggendo 375 parlamentari, di cui 275 iscritti al Partito Nazionale Fascista. Oltre al PNF erano entrati nel “Listone” la maggioranza degli esponenti liberali e democratici (tra cui Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra, ed Enrico De Nicola, che però ritirò la sua candidatura prima delle elezioni), ex popolari espulsi dal partito, demosociali e sardisti filofascisti, e numerose personalità della destra italiana.

Le consultazioni si svolsero in un clima generale di violenza e intimidazioni, nonostante Mussolini avesse inviato reiterati appelli all’ordine ai fascisti e telegrammi ai prefetti affinché impedissero a chiunque intimidazioni, provocazioni e aggressioni, che avrebbero potuto portare le forze di minoranza a chiedere l’annullamento delle elezioni (che vedevano comunque favorito il “Listone”). Allo stesso tempo, Mussolini aveva impegnato telegraficamente i prefetti affinché ogni sforzo fosse effettuato per assicurare la vittoria alla Lista Nazionale, attraverso l’opera di convincimento degli incerti e la lotta all’astensionismo, l’opera di propaganda sulla corretta compilazione della scheda elettorale, e soprattutto attraverso manifestazioni e celebrazioni pubbliche patriottiche e religiose, nelle quali i Fasci locali avrebbero potuto presentarsi come gli unici detentori della legittimità a rappresentare la nazione.

Le elezioni si conclusero con una schiacciante vittoria della Lista Nazionale, tale da superare le aspettative dello stesso Mussolini, che sulla base delle informative ricevute dai prefetti si aspettava una percentuale di consensi di poco superiore al 50%. Il “Listone” ottenne invece il 64,9% su base nazionale, tale da raggiungere da solo il premio di maggioranza del 65% previsto dalla Legge Acerbo per il partito di maggioranza relativa. La sconfitta delle opposizioni portò la stampa antifascista e anche quella afascista a un serrato attacco contro le violenze e le illegalità commesse dai fascisti e dagli organi dello Stato allineati al fascismo. Solo pochi giornali riconobbero la vittoria elettorale del blocco nazionale. Il 30 maggio gli abusi, le violenze e i brogli perpetrati dai fascisti durante la campagna elettorale e nel corso delle votazioni vennero denunciate dal deputato socialista unitario Giacomo Matteotti con un duro ma circostanziato discorso alla Camera, col quale chiese di annullare il risultato delle elezioni. L’intervento provocò una seduta concitata, in cui Matteotti venne interrotto a più riprese, in particolare da Farinaci, il quale a sua volta rinfacciò all’opposizione le illegalità commesse dai movimenti antifascisti, mentre maggioranza e opposizione si scambiavano accuse reciproche. Alcuni esponenti della Lista Nazionale abbandonarono l’Aula per protesta contro le accuse lanciate da Matteotti.

Il 10 giugno 1924 Matteotti venne sequestrato per mano di squadristi fascisti e di lui, per settimane, non ci fu più traccia. L’evento provocò grande turbamento in tutta la nazione e numerosi furono gli iscritti del partito nazionale fascista che stracciarono la tessera; la reazione più clamorosa fu tuttavia quella passata alla storia come «secessione dell’Aventino», ovvero l’abbandono del parlamento da parte dei deputati d’opposizione per protesta nei confronti del rapimento. Indicato dalla stampa e dall’opposizione ma anche da alcuni suoi alleati come mandante, Mussolini non venne però imputato nel processo, che portò alla condanna a sei anni per omicidio preterintenzionale di tre militanti fascisti (Amerigo Dumini, Albino Volpi e Amleto Poveromo) che secondo la sentenza avrebbero agito di propria iniziativa nell’assassinare Matteotti. Nonostante la responsabilità politica, se non fattiva, fosse con tutta evidenza di Mussolini e del PNF, anche il processo all’Alta Corte Senato del Regno contro Emilio De Bono non coinvolse Mussolini. La responsabilità di Mussolini come mandante dell’omicidio Matteotti è stata contestata da Renzo De Felice, che ha opinato come egli in quel periodo fosse il più danneggiato nella sua politica e nella sua persona da quel delitto. Lo stress dovuto ai fatti produsse in Mussolini i primi sintomi di un’ulcera duodenale che lo accompagnò per tutto il resto della sua vita.

L’autunno 1924 fu denso di tensioni per Mussolini: alcuni fascisti presero le distanze da lui, e molti chiesero le sue dimissioni, affinché il “fascismo” potesse “ritemprarsi libero dalle responsabilità dei supremi poteri” (così il ministro delle Finanze De Stefani, presentò il 5 gennaio 1925 le proprie dimissioni – respinte – a Mussolini). La pubblicazione del “memoriale Rossi” portò altre accuse, ma per le sue incoerenze interne Mussolini riuscì con un’abile campagna di stampa a ritorcerle a suo vantaggio. Mussolini si limitò a cedere l’interim degli Interni a Federzoni, il quale venne incaricato di reprimere innanzitutto ogni moto spontaneo sia delle opposizioni che degli squadristi. Mentre la situazione si faceva sempre più tesa si agitarono anche voci che sostennero che Mussolini pensasse a un colpo di Stato per risolvere la questione: una tesi che De Felice ha smentito: proprio l’iniziale volontà di Mussolini di risolvere politicamente e nei limiti della legalità costituzionale la crisi spinse invece i ras a metterlo spalle al muro. Dopo una durissima campagna di stampa portata avanti dalle testate dell’estremismo fascista, la sera del 31 dicembre un gruppo di consoli della Milizia capitanato da Aldo Tarabella ed Enzo Galbiati si recò a Palazzo Chigi. Lo scontro verbale fu violentissimo: gli squadristi accusarono Mussolini di volersi disfare della Milizia e del partito e lo minacciarono di un “pronunciamiento“. A Firenze, nel frattempo, si erano radunati oltre diecimila squadristi, pronti all’azione violenta: fu incendiata la sede del Giornale nuovo e altre sedi antifasciste, e dato l’assalto alle carceri delle Murate, dalle quali furono tratti i fascisti ivi detenuti. In tutta questa situazione, il re taceva e l’Esercito non si muoveva. Mussolini, a questo punto “decise di giocare grosso: approfittare dell’atteggiamento del re per mettere fuori giuoco le opposizioni, rassodando così il proprio traballante potere e dando soddisfazione agli intransigenti, ma al tempo stesso tirare anche a questi un colpo mortale”. Una parte della destra che aveva votato a favore del governo Mussolini riteneva di sfiduciarlo e sostituirlo con un esponente moderato, ma nel settembre un militante comunista, Giovanni Corvi, uccise un deputato fascista, Armando Casalini, episodio che ricompattò la maggioranza parlamentare.

Forte dell’indecisione delle opposizioni e premuto dai suoi compagni più radicali (Balbo, Farinacci e Bianchi soprattutto), il 3 gennaio 1925 Mussolini tenne alla Camera dei deputati un discorso sul delitto Matteotti col quale sfidò chiunque a trascinarlo davanti a una corte speciale per giudicarlo, se davvero lo si fosse ritenuto correo al crimine commesso contro Matteotti. Inoltre, dopo aver respinto ogni addebito e ogni accusa in merito all’omicidio di Matteotti, espose le vicende della rivoluzione fascista, delle lotte interne e dell’ascesa al potere del fascismo, arrivando a sfidare l’aula sostenendo che se il fascismo non fosse stato altro che “un’associazione a delinquere”, si procedesse immediatamente a preparare “il palo e la corda ” per impiccarlo seduta stante e quindi concludendo, per riaffermare il proprio potere anche sul fascismo, Mussolini proclamò di volersi assumere “la responsabilità politica, morale, storica” del clima nel quale l’assassinio si era verificato, e dunque anche il comando delle frange più estreme del movimento e del partito che proprio in quei giorni l’avevano brutalmente spinto verso la svolta dittatoriale.

Il giorno dopo il discorso Mussolini fece diramare a Federzoni una serie di telegrammi ai prefetti coi quali chiedeva la repressione più stringente di ogni sommossa o tumulto di ogni fazione in particolare però sui “comunisti e sovversivi”, il controllo della stampa e poi – direttamente ai dirigenti delle federazioni fasciste un richiamo all’ordine con minaccia diretta nei confronti dei dirigenti che avessero permesso disordini da parte dei propri gregari.

Nel gennaio iniziarono le azioni poliziesche di sequestro di giornali (il primo dei quali fu La conquista dello Stato, della sinistra fascista) di chiusura di sedi e circoli dell’opposizione e di arresto di elementi “sospetti” (111 “pericolosi sovversivi” erano stati arrestati). Alle dimissioni di alcuni elementi liberal moderati dal governo Mussolini, questi rispose con un rapido “giro di poltrone”, portando all’interno dei ministeri personalità fondamentali per il fascismo come il giurista Rocco e Giovanni Giuriati. Questi uomini – diretti da Mussolini – avrebbero nel giro di un anno costruito l’intelaiatura giuridica e funzionale dello Stato dittatoriale fascista. Con la legge 17 aprile 1925 n. 473 vennero sancite le nuove norme igieniche per le imprese, con l’obbligo di provvedere al servizio sanitario nell’azienda, di non gravare donne e minorenni con carichi eccessivi e di segnalare come tali e custodire le sostanze nocive. I contratti nazionali di lavoro assumevano forza di legge e i «padroni» («datori di lavoro») potevano stipulare contratti individuali difformi dai collettivi di categoria solo se erano previste condizioni migliori per i lavoratori. Sull’osservanza dell’atto vigilava il neo-costituito Ispettorato Corporativo. Col regio decreto 1º maggio 1925 n. 582 nacque l’Opera nazionale del dopolavoro (“OND”) allo scopo di “promuovere il sano e proficuo impiego delle ore libere dei lavoratori intellettuali e manuali con istituzioni dirette a sviluppare le loro capacità fisiche, intellettuali e morali”.

Il 14 giugno 1925 il Presidente del Consiglio annunciò l’inizio della battaglia del grano. La campagna aveva lo scopo di far raggiungere l’autosufficienza dell’Italia dall’estero per quanto riguardava la produzione del frumento (la cui importazione era causa diretta del 50% del deficit della bilancia dei pagamenti) e, più in generale, di tutti i prodotti agricoli. Benché l’obiettivo della completa autosufficienza non venisse raggiunto, in termini d’incremento della produzione il successo fu cospicuo. L’agricoltura tuttavia perse redditività e si registrò una perdita di mercati d’esportazione per i prodotti agricoli più pregiati, dovuta al fatto che molte superfici destinate ad altre colture furono coltivate a cereali.

Maggior fortuna ebbe il progetto della bonifica dei territori paludosi ancora presenti nella penisola italiana (tra cui l’Agro Pontino) realizzato tra il 1928 e il 1932. I nuovi comuni nacquero spesso in connessione con una particolare destinazione economica prestabilita (Carbonia, ad esempio, fu fondata per lo sfruttamento dei limitrofi giacimenti di carbone). Le bonifiche permisero anche l’attuazione di un efficace programma sanitario che consentì di debellare la malaria, con risultati significativi anche contro la tubercolosi, il vaiolo, la pellagra e la rabbia.

Il 21 giugno del 1925 si tenne il IV Congresso del Partito Nazionale Fascista, l’ultimo, in cui Mussolini invitò le camicie nere ad abbandonare definitivamente la violenza. Molti elementi squadristi furono resi impotenti entro la fine dell’anno grazie alla riforma del sistema di polizia (e ciò permise il rafforzamento del potere dell’esecutivo) ma le vicende di Giovanni Amendola e Piero Gobetti, conclusesi tragicamente nel principio del 1926, dimostrarono che le squadracce erano ancora attive.

Il 18 luglio Italia e Jugoslavia firmarono il trattato di Nettuno per la definizione dei rispettivi confini in area dalmata; nello stesso periodo, a seguito della decisione di “italianizzare” l’Alto Adige, attuata spesso in maniera brutale (lo stesso Mussolini parlò di deportazione di massa delle minoranze linguistiche), il governo italiano pregiudicò per qualche tempo i rapporti diplomatici con l’Austria. Dopo una serie di alti contrasti fra il sindacato fascista e gli industriali, Mussolini giunse il 2 ottobre 1925 al Patto di Palazzo Vidoni, che rese la Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali l’unico organo riconosciuto dalla Confindustria.

Il 20 ottobre Mussolini nominò Cesare Mori prefetto di Palermo, con poteri straordinari e con competenza estesa a tutta la Sicilia, al fine di porre un freno al fenomeno mafioso nell’isola. Il «prefetto di ferro», anche attraverso metodi extralegali (fra cui la tortura, la cattura di ostaggi fra i civili e il ricatto), con l’esplicito appoggio di Mussolini, ottenne significativi risultati, continuando la sua azione per tutto il biennio 1926-27. Fra le “vittime eccellenti” iniziarono a figurare anche personalità del calibro del generale di corpo d’armata Antonio di Giorgio, il quale riuscì a ottenere un colloquio riservato con Mussolini, cosa che non impedì né il processo né il pensionamento anticipato dell’alto ufficiale. Ben presto però circoli politico-affaristici di area fascista collusi con la mafia riuscirono a indirizzare, tramite attività di dossieraggio, le indagini di Mori e del procuratore generale Luigi Giampietro sull’ala radicale del fascismo siciliano, coinvolgendo anche il federale Alfredo Cucco, uno dei massimi esponenti del fascio dell’isola. Cucco nel 1927 venne espulso dal PNF “per indegnità morale” e sottoposto a processo con l’accusa di aver ricevuto denaro e favori dalla mafia, venendo assolto in appello quattro anni dopo, ma nel frattempo il fascio siciliano era stato decapitato dei suoi elementi radicali. L’eliminazione di Cucco dalla vita politica dell’isola favorì l’insediamento nel PNF siciliano dei latifondisti dell’Isola, essi stessi affiliati, collusi o quantomeno contigui alla mafia.

A questa azione si aggiunse quella delle “lettere anonime” le quali tempestarono le scrivanie di Mussolini e del ministro della Giustizia Alfredo Rocco, avvisando dell’esasperazione dei palermitani e minacciando rivolte se l’operato eccessivamente moralistico di Giampietro non si fosse moderato. Contestualmente il processo a Cucco si rivelò uno scandalo, nel quale Mori veniva dipinto dagli avvocati di Cucco come un persecutore politico e nel 1929 Mussolini decise di porre a riposo il prefetto Mori facendolo cooptare dal Senato del Regno. La propaganda fascista dichiarò orgogliosa che la mafia era stata sconfitta: tuttavia l’attività di Mori e Giampietro aveva avuto drastici effetti soltanto su figure di secondo piano, lasciando in parte intatta la cosiddetta “cupola” (composta da notabili, latifondisti e politici), la quale riuscì a reagire attraverso l’eliminazione di Cucco, e così addirittura installarsi all’interno delle federazioni del fascio siciliane.

Tra il 1925 e il 1926 furono varate le leggi fascistissime, ispirate dal giurista Alfredo Rocco. La legge 26 novembre 1925, n. 2029, sanciva che i corpi collettivi operanti in Italia (associazioni, istituti ed enti) erano tenuti, su richiesta dell’autorità di pubblica sicurezza, a dichiarare statuti, atti costitutivi, regolamenti interni ed elenchi di soci e di dirigenti, pena, in caso di dichiarazione omessa o infedele, lo scioglimento del corpo medesimo, sanzioni detentive indeterminate e sanzioni pecuniarie da un minimo di 2 000 a un massimo di 30 000 lire. In tal modo, il governo arrivò a disporre di una chiara mappa del tipo e del numero di associazioni non governative presenti. La legge 24 dicembre 1925, n. 2300, stabiliva che tutti i funzionari pubblici che avessero rifiutato di giurare fedeltà allo Stato italiano avrebbero dovuto essere destituiti. La legge 24 dicembre 1925, n. 2263, prevedeva che la dizione «presidente del consiglio» venisse mutata in «Capo del governo primo ministro segretario di Stato»; il «capo del governo» era nominato e revocato solo dal re ed era responsabile solo nei suoi confronti. I ministri diventavano responsabili sia verso il monarca che Mussolini. La legge sulla stampa del 31 dicembre 1925 riconosceva come illegali tutti i giornali privi di un responsabile riconosciuto dal prefetto (e, quindi, indirettamente da Mussolini). La legge 31 gennaio 1926, n. 100, attribuiva a Mussolini, in quanto capo del governo, la facoltà di emanare norme giuridiche. Con la legge 4 febbraio 1926, n. 237, vennero eliminati dall’ordinamento municipale il consiglio comunale e il sindaco, quest’ultimo sostituito dalla figura del podestà, che esercitava le funzioni del sindaco, della giunta e del consiglio comunale ed era nominato con decreto reale dal potere esecutivo. Il 3 aprile 1926 venne abolito il diritto di sciopero e si stabiliva che i contratti collettivi potessero essere stipulati solo dai sindacati legalmente riconosciuti dallo Stato; in tale contesto, l’8 luglio 1926 venne costituito il Ministero delle corporazioni, di cui Mussolini assunse la direzione.

Nel frattempo, Mussolini impose all’Albania di Ahmet Zogu una forma non ufficiale di protettorato. Inoltre, l’Italia aderì al Patto di Locarno per la garanzia delle frontiere e la sicurezza generale. Nell’aprile 1926, con un discorso a Tripoli, Mussolini avanzò l’idea del mare nostrum (ovvero di una talassocrazia italiana sul mar Mediterraneo) e contrappose, per la prima volta, fascismo e democrazia. Sempre nel 1926, i confini della Libia vennero ridefiniti a favore dell’Italia, che acquistò, tra l’altro, il Fezzan. Sempre il 3 aprile venne fondata l’Opera nazionale Balilla (ONB), col compito di «riorganizzare la gioventù dal punto di vista morale e fisico», ovvero all’educazione spirituale e culturale e all’istruzione premilitare, ginnico-sportiva, professionale e tecnica dei giovani italiani tra gli 8 e i 18 anni. Nel 1927 tutte le altre organizzazioni giovanili furono sciolte per legge, a eccezione della Gioventù Italiana Cattolica. Nel 1937 la ONB sarà sostituita dalla Gioventù italiana del Littorio (GIL).

Il 18 agosto il duce tenne a Pesaro un discorso in cui proclamò che, per combattere la svalutazione, il cambio lira–sterlina sarebbe stato fissato alla fatidica «quota 90»: nel periodo conseguente a questa sua dichiarazione la lira continuò a cadere toccando quota 150 lire per una sterlina ma egli insisté che il cambio a 90 doveva essere conquistato a qualsiasi costo, per il prestigio personale e politico che ne avrebbero tratto lui, il fascismo e l’Italia; le conseguenze economiche per i cittadini non gli importavano. Il ministro delle Finanze Giuseppe Volpi era conscio che ci si era spinti troppo in là ma Mussolini tenne duro e non volle ammettere di essersi sbagliato. Qualche anno dopo fu costretto ad accettare una massiccia svalutazione, ma a nessuno fu permesso di dire in pubblico che “quota 90” fu un errore. Intanto Mussolini rinunciò a qualsiasi forma di remunerazione pubblica per l’incarico di governo svolto. Giornali internazionali si contesero la sua firma e furono pronti a pagare in maniera rilevante i suoi articoli che, particolarmente negli Stati Uniti d’America, erano considerati di sommo interesse. Nel dopoguerra la vedova Mussolini provò a chiedere la reversibilità della pensione per l’attività svolta dal marito come capo del governo; gli enti previdenziali del dopoguerra risposero a Rachele Mussolini che non le spettava alcuna pensione di reversibilità: non a causa di un giudizio morale sull’azione dittatoriale svolta dal marito, ma per la semplice questione tecnica che Mussolini non aveva mai accettato alcuno stipendio pubblico.

L’8 ottobre il Gran Consiglio varò il nuovo statuto del PNF, col quale furono abolite le elezioni interne dei membri del partito. Inoltre, il 12 ottobre Mussolini assunse il comando della MVSN. Il 5 novembre furono sciolti tutti i partiti al di fuori del PNF e si stabilì che la stampa era sottoponibile a censura. Furono introdotti il confino di polizia e la pena di morte per attentati perpetrati od organizzati a danno delle massime figure dello Stato[219] e venne istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Il 30 dicembre il fascio littorio venne dichiarato simbolo dello Stato.

Il 15 gennaio 1927 Winston Churchill, allora Cancelliere dello Scacchiere, fu accolto a Roma da Mussolini, che nel frattempo lanciò la campagna a sostegno della crescita demografica: gli scapoli furono tenuti a pagare una tassa speciale, in occasione dei matrimoni lo Stato elargì un premio in danaro agli sposi, e furono previsti prestiti, agevolazioni economiche (anche nel campo dell’educazione scolastica dei figli) ed esenzioni dalle tasse per le famiglie numerose (premi di natalità). Furono istituiti i Gruppi Universitari Fascisti (GUF), per la formazione della futura classe dirigente. Il 21 aprile il Gran Consiglio approvò la Carta del Lavoro per la riforma dell’economia italiana in senso corporativo. Il 5 giugno, parlando al Senato, Mussolini affermò la linea del revisionismo in politica estera, dichiarando che i trattati stipulati dopo la prima guerra mondiale rimanevano validi, ma non erano da considerarsi eterni e immutabili. Con la legge 9 dicembre 1928, n. 2693, venne istituzionalizzato il Gran Consiglio del Fascismo, ovvero il massimo organo del PNF (presieduto dal duce in persona), che fu riconosciuto come organo costituzionale supremo dello Stato. Il 15 gennaio 1928 venne fondato l’Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (EIAR) ente statale cui competeva in esclusiva la gestione del servizio pubblico radiofonico sul territorio nazionale. Nel 1944 verrà ribattezzato RAI (Radio Audizioni Italiane).

Il 14 marzo Mussolini presentò alla Camera un disegno di legge di riforma (poi approvato), col quale propose la riduzione a 400 del numero complessivo dei deputati, i quali sarebbero stati eletti in un unico collegio nazionale; la confederazione nazionale dei sindacati fascisti e le associazioni culturali abilitate si sarebbero occupate della presentazione delle candidature. L’11 febbraio 1929 Mussolini pose termine alla decennale questione romana, firmando col cardinale Pietro Gasparri i patti lateranensi, ratificati alla Camera in maggio. Le elezioni del 24 marzo 1929, per il rinnovo della Camera dei Deputati, si risolsero in un plebiscito a favore di Mussolini. Gli elettori vennero chiamati a votare “sì” o “no” per approvare un “listone” di deputati deciso dal Gran consiglio del fascismo. La consultazione si tenne in un clima intimidatorio; la scheda con il “sì” è tricolore, e quella con il “no” semplicemente bianca, rendendo così riconoscibile il voto espresso. La partecipazione al voto fu del 90% e i voti favorevoli al “listone” furono pari al 98,4%.

Il 2 aprile il duce incontrò il ministro degli esteri inglese Neville Chamberlain e, verso la fine dell’anno, la sede del Governo venne trasferita da Palazzo Chigi a Palazzo Venezia. Nel 1930 l’Italia siglò un trattato di amicizia con l’Austria. Nel gennaio 1931 Mussolini, in un’intervista al Daily Mail, affermò la necessità di una revisione dei trattati di pace della grande guerra. Il 9 luglio ricevette il segretario di Stato statunitense Henry Stimson, mentre in dicembre accolse il Mahatma Gandhi a Palazzo Venezia. Tra il 23 marzo e il 4 aprile 1932, il duce incontrò più volte Emil Ludwig, che ne scriverà in Colloqui con Mussolini. Dopo tredici ore di faccia a faccia (un’ora per ogni sera) Ludwig, che l’anno precedente aveva intervistato Stalin, definisce Mussolini «un grande uomo, molto più grande di Stalin». In questo periodo iniziarono ad allentarsi i suoi rapporti amorosi con Margherita Sarfatti, cui tuttavia continuò a essere legato. D’altra parte, agli inizi del 1932, aveva incontrato per la prima volta Claretta Petacci.

Il 12 aprile venne presentata, al salone internazionale dell’automobile di Milano, la nuova FIAT Balilla, che nelle intenzioni di Mussolini avrebbe dovuto essere l’automobile di tutti gli Italiani; a partire da quell’anno ne fu infatti favorita la diffusione, che tuttavia non raggiunse mai i risultati sperati (una simile iniziativa venne poi adottata anche da Adolf Hitler con la Volkswagen).

In giugno, sull’Enciclopedia Treccani venne pubblicata la voce Fascismo, firmata da Mussolini e scritta con la collaborazione di Giovanni Gentile; vi si spiegava la dottrina propria del partito fascista. In occasione del decennale della rivoluzione fascista, fu inaugurata il 28 ottobre la via dell’Impero (attuale via dei Fori Imperiali) e furono riaperte le iscrizioni al PNF, chiuse dal 1928. Il 18 dicembre Mussolini inaugurò Littoria (futura Latina), la prima delle “città nuove” costruite nell’Agro Pontino, bonificato negli anni precedenti. Il 29 marzo 1933 Mussolini incontrò a Roma il Ministro della Propaganda tedesco Joseph Goebbels. Per iniziativa di Mussolini il 7 giugno venne siglato a Roma il patto a quattro tra Italia, Francia, Regno Unito e Germania, col quale questi stati si assunsero la responsabilità del mantenimento della pace e della riorganizzazione dell’Europa nel rispetto dei principi e delle procedure previste dallo statuto della SdN. Il discorso pronunciato da Mussolini al senato subito dopo aver raggiunto un accordo per la sigla del patto (che sarà siglato a Palazzo Venezia subito dopo il discorso al senato) venne descritto dallo storico Francesco Salata e da alcuni autorevoli diplomatici presenti in aula come il miglior discorso mai pronunciato da un capo di Stato o ministro italiano. Salata lo definì anche la migliore interpretazione del «sentimento e le ragioni di vita degli altri e dell’universalità» da parte di un uomo di stato; conscio com’era Mussolini del «sentimento e le ragioni di vita ideale e pratica del proprio paese».Sempre nel 1933 venne creato l’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale (INFPS), che assunse dal 1943 la denominazione di INPS, un ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica e a gestione autonoma con lo scopo di garantire la previdenza sociale ai lavoratori. Con il Regio decreto 30 dicembre 1923, n. 3184 era stata resa obbligatoria l’assicurazione pensionistica contro la vecchiaia, estesa dai soli dipendenti pubblici (per i quali aveva il nome di pensione) a quelli privati. Le diverse Casse infortuni esistenti, cui era deputata la tutela dei lavoratori contro gli infortuni sul lavoro (obbligatoria a partire dal 1898, seppur limitatamente ad alcuni settori), vennero unificate nell’Istituto Nazionale Fascista per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (“INFAIL”), ribattezzato INAIL nel 1943. Scopo dell’ente statale era quello di «esercitare l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (parte delle quali vennero equiparate giuridicamente agli infortuni sul lavoro), la riassicurazione di altri Enti autorizzati e assumere particolari funzioni e servizi per conto di essi». Il 5 febbraio 1934 vennero istituite le 22 corporazioni. Nel 1934 si tennero inoltre i primi littoriali della cultura e dell’arte e venne istituita, nell’ambito della terza edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, la Coppa Mussolini, premio antesignano del Leone d’oro.

Il 14 marzo Mussolini incontrò a Roma il cancelliere austriaco Dollfuß e il Capo del Governo ungherese Gyula Gömbös per discutere una revisione degli assetti territoriali nei Balcani. Il 17 marzo venne concluso un “patto a tre” con Ungheria e Austria in funzione antitedesca e anti-francese (Protocolli di Roma).

Le elezioni del 25 marzo 1934, per il rinnovo della Camera dei Deputati – tenute con lo stesso schema del “listone” unico già adottato nel 1924, con scheda tricolore per il “sì” e bianca per il “no” – si risolsero in un nuovo plebiscito: aumentò il numero dei partecipanti e i voti contrari risultarono 15 201 (lo 0,15%). La legge 22 marzo 1934 n. 654 per la tutela della maternità delle lavoratrici e la legge 26 aprile 1934 n. 653 per la tutela del lavoro della donna e del fanciullo stabilirono il diritto alla conservazione del posto di lavoro per le lavoratrici incinte, un periodo di licenza prima e dopo il parto, e permessi obbligatori per l’allattamento (per le aziende con più di 50 operaie vi era l’obbligo di predisporre un locale per tale scopo). La legge 24 dicembre 1934 n. 2316 stabiliva la creazione dell’ONMI (Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell’Infanzia); l’ente poteva anche finanziare istituzioni private operanti nei medesimi campi. Nel 1935 si ha l’istituzione del sabato fascista.

Il 14 e 15 giugno Mussolini e Hitler si incontrarono a Stra e a Venezia, i colloqui verterono principalmente sulla questione austriaca (il cancelliere tedesco puntava all’annessione dell’Austria). Tuttavia, i rapporti tra i due restarono tesi, anche in seguito al fallito colpo di Stato in Austria (col quale la Germania nazionalsocialista intendeva procedere all’annessione del paese) che portò alla morte di Dollfuß. La situazione si risolse dopo che Hitler desistette dal suo proposito. Il 21 agosto Mussolini incontrò Kurt Alois von Schuschnigg, successore di Dollfuß. Il 6 settembre, a Bari, prese posizione nei confronti della politica estera nazionalsocialista e dalla dottrina razzista hitleriana, proclamando che «trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà a talune dottrine d’Oltralpe, sostenute da progenie di gente che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto».

Il 14 e 15 giugno Mussolini e Hitler si incontrarono a Stra e a Venezia, i colloqui verterono principalmente sulla questione austriaca (il cancelliere tedesco puntava all’annessione dell’Austria). Tuttavia, i rapporti tra i due restarono tesi, anche in seguito al fallito colpo di Stato in Austria (col quale la Germania nazionalsocialista intendeva procedere all’annessione del paese) che portò alla morte di Dollfuß. La situazione si risolse dopo che Hitler desistette dal suo proposito. Il 21 agosto Mussolini incontrò Kurt Alois von Schuschnigg, successore di Dollfuß. Il 6 settembre, a Bari, prese posizione nei confronti della politica estera nazionalsocialista e dalla dottrina razzista hitleriana, proclamando che «trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà a talune dottrine d’Oltralpe, sostenute da progenie di gente che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto».

La stabilità della dittatura fascista è in gran parte da ascriversi alla capacità di Mussolini di generare attorno alla propria figura un forte consenso. L’abilità mostrata nel rendere la sua personalità oggetto di vero e proprio culto si rifletté non solo nell’approvazione che la società italiana a lungo gli mostrò, ma anche nell’ammirazione che riuscì a guadagnarsi presso numerosi capi di Stato stranieri, intellettuali e, più in generale, presso l’opinione pubblica internazionale, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Da questo punto di vista Mussolini divenne un modello di ispirazione per molti futuri dittatori, soprattutto Hitler, ma anche per molti politici di spicco di importanti stati democratici.

La popolarità di Mussolini trova probabilmente la sua origine nell’insoddisfazione del popolo italiano nei confronti delle classi dirigenti liberali per via dei trattati di pace, ritenute dai più sfavorevoli, che l’Italia aveva dovuto accettare alla fine della prima guerra mondiale, nonostante gli oltre 650 000 morti e i sacrifici enormi sopportati dal Paese. Non a caso, Gabriele D’Annunzio parlò di «vittoria mutilata». L’Italia guadagnò territorialmente solo parte di ciò che le era stato promesso col patto di Londra e ciò, unito al generale malcontento post-bellico e alla terribile crisi economica dell’immediato dopoguerra, fece crescere il desiderio di un governo forte. Mussolini fu abile a sfruttare tale situazione nonché la paura del cosiddetto “pericolo rosso”, accresciutasi durante il biennio rosso: si presentò come il restauratore dell’ordine e della pace sociale, teso alla «normalizzazione» della situazione politica. Da questo punto di vista, molti squadristi fascisti intransigenti criticarono la collaborazione (nel 1922-1924) del PNF a livello governativo con i vecchi partiti, nonché il fatto che fossero rimasti in carica molti dei questori e dei prefetti che erano stati estranei, se non ostili, al fascismo. A partire dal 1925, con la promulgazione delle cosiddette leggi fascistissime e l’inizio della dittatura, ogni forma di collaborazione coi vecchi partiti fu abbandonata e gli stessi sciolti. Il consenso fu poi alimentato grazie al controllo sulla stampa e sul mondo culturale italiano. Mussolini, in quanto giornalista, conosceva bene il potere della stampa, e di conseguenza fece in modo di poterlo controllare. Nei suoi Colloqui con Emil Ludwig giustificò la censura imposta ai giornali con il fatto che nelle liberaldemocrazie i giornali non sarebbero più liberi, ma obbedirebbero solo a un’oligarchia di padroni, differenti dallo Stato: partiti e finanziatori plutocratici. Inoltre, ogni forma di dissenso sgradita a Mussolini venne repressa attraverso l’OVRA, il Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato, e l’uso massiccio del confino politico. Tuttavia, Mussolini tollerò – e costrinse i suoi a tollerare – alcune “voci fuori dal coro” (come ad esempio Salvemini, Croce, Bombacci) tanto per alimentare la propria immagine di uomo forte ma non di tiranno, quanto per mantenere aperti canali di dialogo anche con l’antifascismo militante.

Mussolini dimostrò di avere una personalità carismatica, come testimoniano i discorsi tenuti di fronte a «folle oceaniche», e una notevole abilità oratoria, che attinse in parte dall’esempio dannunziano. Egli incrementò la sua popolarità presentandosi come «il figlio del popolo», ricorrendo all’organizzazione e all’irreggimentazione delle masse, chiamate di continuo a partecipare a iniziative di varia natura, ma anche grazie all’appoggio di molteplici intellettuali di spicco (Gabriele D’Annunzio, Mario Sironi, Ezra Pound, i futuristi, Giuseppe Ungaretti, Giovanni Gentile) e di uomini di grandi capacità di governo.

Mussolini seppe sfruttare abilmente, come mai prima era stato fatto in Italia, i nuovi mezzi di comunicazione (la radio, il cinema e i cinegiornali) nonché i successi sportivi conseguiti dall’Italia fascista (come i Mondiali di calcio del 1934 e del 1938, oltre al titolo mondiale dei pesi massimi conquistato da Primo Carnera), che furono entrambi ampiamente utilizzati in funzione propagandistica. A questi Mussolini unì i primati aeronautici conquistati dall’Italia (le trasvolate atlantiche, la conquista del Polo nord, i primati di velocità per idrocorsa) e quelli navali (il transatlantico Rex). Occorre inoltre sottolineare come la politica di potenza inaugurata dall’Italia fascista fosse vista con favore da gran parte della popolazione. Mussolini mirava a fare dell’Italia un paese temuto e rispettato, restaurando i fasti dell’Impero romano, recuperando i territori irredenti e realizzando il controllo italiano sul mediterraneo (il mare nostro). Questa politica – troncata dallo scoppio della seconda guerra mondiale – non produsse i risultati sperati, e ottenne solo di isolare l’Italia dai suoi ex alleati dell’Intesa, spingendola a una sempre più stretta – e definitiva – alleanza con la Germania. Hitler considerò Mussolini suo maestro: «[…] concepii profonda ammirazione per il grand’uomo a sud delle Alpi che, pieno di fervido amore per il suo popolo, non venne a patti col nemico interno dell’Italia ma volle annientarlo con ogni mezzo. Ciò che farà annoverare Mussolini fra i grandi di questa Terra è la decisione di non spartirsi l’Italia col marxismo ma di salvare dal marxismo, distruggendolo, la sua patria. A petto di lui, quanto appaiono meschini i nostri statisti tedeschi! E da quale nausea si è colti al vedere queste nullità osar criticare chi è mille volte più grande di loro!»

Churchill, nel 1933, lo definì «il più grande legislatore vivente» (soprattutto in relazione alla promulgazione del nuovo codice penale, varato nel 1930 dal ministro Alfredo Rocco e tuttora vigente) e «un grande uomo» ancora nel 1940. Il 13 febbraio 1929, Pio XI, a due giorni dai Patti Lateranensi, tenne un discorso a Milano a un’udienza concessa a professori e studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che fece passare alla storia la definizione di Benito Mussolini come «uomo della Provvidenza» (mentre invece il Pontefice aveva indicato nel Capo del governo italiano un più neutrale “l’uomo che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare”): «Le condizioni dunque della religione in Italia non si potevano regolare senza un previo accordo dei due poteri, previo accordo a cui si opponeva la condizione della Chiesa in Italia. Dunque per far luogo al Trattato dovevano risanarsi le condizioni, mentre per risanare le condizioni stesse occorreva il Concordato. E allora? La soluzione non era facile, ma dobbiamo ringraziare il Signore di averCela fatta vedere e di aver potuto farla vedere anche agli altri. La soluzione era di far camminare le due cose di pari passo. E così, insieme al Trattato, si è studiato un Concordato propriamente detto e si è potuto rivedere e rimaneggiare e, fino ai limiti del possibile, riordinare e regolare tutta quella immensa farragine di leggi tutte direttamente o indirettamente contrarie ai diritti e alle prerogative della Chiesa, delle persone e delle cose della Chiesa; tutto un viluppo di cose, una massa veramente così vasta, così complicata, così difficile, da dare qualche volta addirittura le vertigini. E qualche volta siamo stati tentati di pensare, come lo diciamo con lieta confidenza a voi, sì buoni figliuoli, che forse a risolvere la questione ci voleva proprio un Papa alpinista, un alpinista immune da vertigini ed abituato ad affrontare le ascensioni più ardue; come qualche volta abbiamo pensato che forse ci voleva pure un Papa bibliotecario, abituato ad andare in fondo alle ricerche storiche e documentarie, perché di libri e documenti, è evidente, si è dovuto consultarne molti. Dobbiamo dire che siamo stati anche dall’altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi. E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l’incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti « tamquam per medium profundam eundo » a conchiudere un Concordato che, se non è il migliore di quanti se ne possono fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio. Pio XI gli conferì l’Ordine dello Speron d’oro nel 1932; molti in Europa, nel 1933, lo chiamarono «il salvatore della pace»; lo stesso Franklin Delano Roosevelt gli riservò commenti lusinghieri. Lo scrittore americano Ezra Pound, che incontrò di persona Mussolini nel 1933, lo celebrò nel libro “Jefferson and/or Mussolini”.

Il trattato tra Italia ed Etiopia del 1928, sottoscritto con il placet della Gran Bretagna, aveva fissato la frontiera tra la Somalia italiana e l’Etiopia lungo una linea distante 21 miglia dalla costa del Benadir e parallela alla stessa. Pretendendo di agire sulla base di detto accordo (mentre gli etiopi ritenevano che nell’accordo si intendessero “miglia imperiali”, più corte delle miglia nautiche), gli italiani costruirono nel 1930 un forte nell’oasi di Ual-Ual, nel deserto di Ogaden, e lo fecero presidiare da truppe somale, comandate da ufficiali italiani. L’oasi fu scelta dai militari italiani quale luogo da presidiare in mancanza di altre posizioni idonee in pieno deserto. Nel novembre 1934 truppe regolari etiopi, di scorta a una commissione mista inglese-etiope per la delimitazione delle frontiere, contestarono alle truppe italiane lo sconfinamento. I britannici, per evitare incidenti internazionali, abbandonarono la commissione e le truppe italiane ed etiopi rimasero accampate a poca distanza le une dalle altre. Nei primi giorni di dicembre, in circostanze mai chiarite, un combattimento tra italiani ed etiopi costò la vita a 150 soldati etiopi e a 50 soldati italiani (somali).

Mussolini chiese delle scuse ufficiali nonché il pagamento di un’indennità da parte del governo etiope, conformemente a quanto stabilito in un trattato siglato tra Italia ed Etiopia nel 1928. Il negus Hailé Selassié, avendone la possibilità in virtù del medesimo accordo, decise di rimettersi alla Società delle Nazioni (2 gennaio). Per far luce sulla vicenda, questa si impegnò in un arbitrato, temporeggiando; tuttavia, i rapporti italo-etiopi ne risultarono irrimediabilmente compromessi e Mussolini si appellò all’episodio come motivo per minacciare la guerra e con questo far pressione su francesi e britannici. Sconfinamenti di reparti militari abissini si erano già verificati precedentemente: ad esempio, il 4 novembre 1934, quando il consolato italiano a Gondar era stato attaccato da gruppi armati etiopici. Del pari erano stati frequenti i deliberati sconfinamenti di truppe italiane. Le tensioni italo-etiopiche erano dovute al disegno italiano di unificare territorialmente Eritrea e Somalia, a spese dell’Etiopia, e al desiderio etiopico di conquistare uno sbocco sul mare. Deve inoltre tenersi presente che l’Etiopia era uno dei pochissimi stati africani indipendenti, ossia non controllato da una delle potenze coloniali europee: uno Stato ideale per le mire espansionistiche di Mussolini. Tra il 4 e il 7 gennaio 1935, Mussolini incontrò a Roma il ministro degli esteri francese Pierre Laval: vennero firmati accordi in virtù dei quali la Francia si impegnava a cedere all’Italia la Somalia francese (attuale Gibuti), a riconoscere le consistenti minoranze italiane presenti in Tunisia (che era stata oggetto di rivendicazione da parte italiana) e ad appoggiare diplomaticamente l’Italia in caso di una guerra contro l’Etiopia. Laval e Mussolini speravano così in un reciproco avvicinamento fra Italia e Francia, al fine di dar vita a un’alleanza in funzione anti-nazista.

Il 16 gennaio Mussolini assunse la direzione del Ministero delle Colonie. Il 19 gennaio la Società delle Nazioni riconobbe «la buona fede» di Italia ed Etiopia nell’incidente di Ual Ual e decise che il caso dovesse essere trattato tra le due parti interessate; tuttavia, il 17 marzo gli abissini presentarono un altro ricorso, appellandosi all’articolo XV dell’organizzazione. Nella conferenza di Stresa (vedi Fronte di Stresa), svoltasi tra l’11 e il 14 aprile, Italia, Regno Unito e Francia condannarono congiuntamente le violazioni del trattato di Versailles da parte della Germania. L’8 giugno a Cagliari, di fronte all’ostilità mostrata in tal senso dalla Gran Bretagna, Mussolini rivendicò il diritto dell’Italia ad attuare una propria politica coloniale. Il 18 settembre, in un articolo pubblicato sul Morning Post, egli garantì che non sarebbero stati colpiti gli interessi francesi e inglesi nell’Africa orientale.

Il 2 ottobre annunciò la dichiarazione di guerra all’Etiopia dal balcone di Palazzo Venezia. Attaccando il paese africano, membro della Società delle Nazioni, Mussolini aveva violato l’articolo XVI dell’organizzazione medesima: «se un membro della Lega ricorre alla guerra, infrangendo quanto stipulato negli articoli XII, XIII e XV, sarà giudicato ipso facto come se avesse commesso un atto di guerra contro tutti i membri della Lega, che qui prendono impegno di sottoporlo alla rottura immediata di tutte le relazioni commerciali e finanziarie, alle proibizioni di relazioni tra i cittadini propri e quelli della nazione che infrange il patto, e all’astensione di ogni relazione finanziaria, commerciale o personale tra i cittadini della nazione violatrice del patto e i cittadini di qualsiasi altro paese, membro della Lega o no». Per questo motivo, la Società delle Nazioni, espressione principalmente della volontà della Francia e del Regno Unito, condannò l’attacco italiano il 7 ottobre. Gli Stati Uniti d’America invece, pur condannando l’operazione italiana condannarono anche che le sanzioni imposte fossero state votate anche da Francia e Gran Bretagna, a loro volta possessori di imperi coloniali. Il 31 ottobre 1937 inaugurò la nuova città di Guidonia, importante polo strategico di ricerche aeronautiche con il DSSE, e Pontinia il 13 novembre.

Il 18 novembre l’Italia venne colpita dalle sanzioni economiche (nonostante queste non fossero state applicate contro il Giappone nel 1931 in occasione dell’invasione della Manciuria e contro la Germania nel 1934 per la tentata annessione dell’Austria) imposte dalla Società delle Nazioni – approvate da 52 stati con i soli voti contrari di Austria, Ungheria e Albania – in risposta alle quali vennero promossi i programmi economici autarchici. Le sanzioni risultarono comunque inefficaci, poiché numerosi paesi, pur avendole votate ufficialmente, mantennero comunque buoni rapporti con l’Italia rifornendola di materie prime. La Germania nazista è uno di questi e la guerra d’Etiopia rappresenta l’inizio dell’avvicinamento tra Mussolini e Hitler. Già dal 1935 le sanzioni non vennero applicate completamente da tutti gli stati membri della società delle nazioni, il 15 luglio 1936 furono abolite. La guerra in Etiopia sarebbe stata ostacolata nel caso in cui la Gran Bretagna avesse avuto un atteggiamento più risoluto, atteggiamento che non ebbe poiché consapevole di avere concesso all’Italia fascista, con l’Accordo navale anglo-tedesco, il pretesto per la guerra stessa, e perché forse avrebbe voluto salvaguardare il fronte di Stresa. Le linee di rifornimento italiane passavano infatti per Suez, e un blocco del Canale da parte britannica avrebbe reso proibitiva la logistica italiana attraverso il periplo dell’Africa.

Mussolini inizialmente aveva espresso disapprovazione nei confronti della politica razzista espressa dal nazionalsocialismo. Tuttavia, a partire dal 1938, in concomitanza dell’alleanza con la Germania, il regime fascista promulgò una serie di decreti il cui insieme è noto come leggi razziali, che introducevano provvedimenti segregazionisti nei confronti degli ebrei italiani e dei sudditi di colore dell’Impero. Furono letti per la prima volta il 18 settembre 1938 a Trieste da Mussolini dal balcone del Municipio in occasione della sua visita alla città. Fra i diversi documenti e provvedimenti legislativi che costituiscono il corpus delle cosiddette leggi razziali figura il manifesto della razza, o più esattamente il manifesto degli scienziati razzisti, pubblicato una prima volta in forma anonima sul Giornale d’Italia il 15 luglio 1938 con il titolo Il Fascismo e i problemi della razza e ripubblicato sul numero 1 de La difesa della razza il 5 agosto 1938. Il 25 luglio, dopo un incontro tra i dieci redattori della tesi, il ministro della cultura popolare Dino Alfieri e il segretario del PNF Achille Starace – dalla segreteria politica del partito viene comunicato il testo definitivo del lavoro, completo dell’elenco dei firmatari e delle adesioni, aderenti e simpatizzanti del PNF. Al regio decreto legge del 5 settembre 1938 – che fissava «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista» – e a quello del 7 settembre – che fissava «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri» – fece seguito (6 ottobre) una «dichiarazione sulla razza» emessa dal Gran Consiglio del Fascismo; tale dichiarazione venne successivamente adottata dallo stato sempre con un regio decreto legge che porta la data del 17 novembre.

Fra il 1943 e il 1945, il governo della Repubblica Sociale Italiana dichiarò gli ebrei «stranieri appartenenti per la durata della guerra a nazionalità ostile» e procedette al concentramento di numerose persone di religione ebraica, in particolare nel campo di prigionia di Fossoli. In territorio italiano sotto controllo tedesco, nella Risiera di San Sabba, vicino a Trieste, sorse un campo prigionia che funse anche da luogo di raccolta per il trasporto degli ebrei nei campi di concentramento tedeschi. Nel campo le autorità tedesche compirono uccisioni di antifascisti locali e al suo interno fu anche installato un forno crematorio per eliminare i corpi dei prigionieri deceduti o giustiziati.