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L’Europa intrappolata nel cloud altrui: la corsa in salita verso la sovranità tecnologica

Di — In Politica
Settembre 22, 2026
L'Europa intrappolata nel cloud altrui: la corsa in salita verso la sovranità tecnologica

Se nella seconda metà del Novecento le arterie della geopolitica erano i gasdotti e le rotte petrolifere, oggi la sovranità delle nazioni si gioca su infrastrutture invisibili: i centri dati (Data Center), la fibra ottica ad altissima velocità e le dorsali Cloud.

Mentre l’Unione Europea si è affermata come la “superpotenza regolatoria” del pianeta imponendo standard globali sulla privacy (GDPR) e sull’intelligenza artificiale (AI Act), dal punto di vista infrastrutturale soffre di una drammatica dipendenza coloniale. L’Europa scrive le regole del mondo digitale, ma l’hardware e il software su cui girano la sua economia e le sue amministrazioni pubbliche appartengono quasi interamente a nazioni terze.

L'Europa intrappolata nel cloud altrui: la corsa in salita verso la sovranità tecnologica

La Commissione europea ha presentato un ampio pacchetto per la sovranità tecnologica europea, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dell’Unione da fornitori stranieri e rafforzare la capacità industriale continentale nei settori dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale, del cloud computing e del software open source. Per comprendere la portata del problema, basta guardare i numeri della gestione dei dati europei. Il mercato del Cloud in Europa è dominato per oltre il 70-75% da tre colossi americani (i cosiddetti Hyperscaler): Amazon Web Services (AWS), Microsoft Azure e Google Cloud. I principali fornitori europei (come la francese OVHcloud o la tedesca Hetzner) si spartiscono quote marginali, inferiori al 2% ciascuno.

Questo squilibrio si traduce in tre livelli di vulnerabilità: Il primo riguarda la Sovranità dei Dati e Privacy riguarda la protezione legale delle informazioni e il contrasto ai rischi di ingerenza estera, dove la problematica chiave sono i rischi legali ed extraterritoriali derivanti da normative estere (come lo U.S. CLOUD Act), che consentono ad autorità straniere di accedere a dati archiviati da provider soggetti alla loro giurisdizione, prescindendo da dove si trovino i server. Il secondo punto si tratta della Sovranità Operativa e riguarda il controllo materiale e strategico sull’infrastruttura di rete e sui centri dati dove la problematica chiave in questo caso è la risposta alla domanda “Chi gestisce concretamente gli impianti e il personale?”. Senza la certezza che la manutenzione, gli accessi fisici e l’amministrazione dei sistemi siano gestiti da personale e soggetti locali, il controllo sul territorio resta solo formale. Il terzo ed ultimo punto si tratta della Sovranità Tecnica, questo punto sostanzialmente riguarda l’autonomia tecnologica e l’assenza di vincoli monopolistici. La problematica chiave è la dipendenza strutturale da software, protocolli e strumenti proprietari sviluppati da soggetti terzi (vendor lock-in), che impedisce la migrazione autonoma dei dati e limita lo sviluppo di soluzioni alternative.

Per rispondere a questa minaccia, nel 2020 Francia e Germania lanciarono in grande stile Gaia-X, un progetto con l’obiettivo di creare una federazione di dati e infrastrutture cloud europee trasparenti e interoperabili. Tuttavia, Gaia-X è diventato un emblematico caso di studio sulle profonde difficoltà dell’Unione Europea nel tradurre le proprie ambizioni strategiche in realtà infrastrutturale. Noto in origine come il grande progetto per la creazione di un’infrastruttura cloud sovrana, trasparente e interoperabile, l’iniziativa si è scontrata quasi subito con la pressione delle lobby industriali globali. L’esito è stato l’ingresso nel consorzio degli stessi colossi tecnologici americani e cinesi che si intendeva arginare—da Amazon Web Services, Microsoft e Google fino ad Alibaba e Huawei.

Questo frazionamento degli intenti ha spianato la strada al controverso fenomeno del sovereign washing: per conformarsi alle rigide normative europee e rassicurare le istituzioni governative, le Big Tech hanno iniziato a commercializzare soluzioni denominate “Sovereign Cloud”, proponendo data center situati fisicamente sul suolo europeo ma gestiti attraverso partnership con grandi aziende locali, come la collaborazione tra Google e Thales in Francia o quella tra Microsoft e il Polo Nazionale Cloud in Italia.

Nonostante la veste rassicurante, numerosi analisti e ingegneri informatici sottolineano come si tratti di un’autonomia puramente di facciata: sebbene i server risiedano entro i confini dell’Unione e la gestione commerciale sia affidata a partner europei, il codice sorgente, l’architettura software di base e le decisioni strategiche di lungo periodo rimangono saldamente ancorate ai quartieri generali di Seattle o Mountain View, lasciando irrisolto il nodo della reale indipendenza tecnologica dell’Europa.

L'Europa intrappolata nel cloud altrui: la corsa in salita verso la sovranità tecnologica
L’architettura federata prevista dal progetto Gaia-X. Fonte: Gaia-X Hub Germany


La Commissione europea ha presentato un ampio pacchetto per la sovranità tecnologica europea, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dell’Unione da fornitori stranieri e rafforzare la capacità industriale continentale nei settori dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale, del cloud computing e del software open source.

L’iniziativa comprende il Chips Act 2.0, il Cloud and AI Development Act, una strategia europea per l’open source e una roadmap dedicata alla digitalizzazione del settore energetico.

Il punto di partenza è un dato che preoccupa Bruxelles: l’Europa registra un grave ritardo tecnologico rispetto ai principali concorrenti globali. Nessuna azienda europea figura tra le prime trenta società tecnologiche mondiali per fatturato, con poche eccezioni, tra cui l’olandese ASML, leader mondiale nelle macchine litografiche utilizzate per produrre i microchip più avanzati.

Secondo la Commissione, l’Europa è diventata eccessivamente dipendente da tecnologie sviluppate e controllate all’estero, in particolare nei settori del cloud, della posta elettronica, delle infrastrutture digitali e dell’intelligenza artificiale.

Il principio che guida l’intero pacchetto è quello del “Buy European”, una strategia industriale volta a favorire la crescita di imprese europee senza escludere formalmente i concorrenti stranieri. L’obiettivo dichiarato non è chiudere il mercato europeo alle Big Tech americane, bensì creare le condizioni affinché emergano campioni industriali europei capaci di competere con i grandi gruppi statunitensi. Ecco il testo unificato e narrativo, privo di schemi, elenchi puntati o grafici, integrato con tutte le informazioni geopolitiche, giuridiche ed economiche sulla sovranità digitale dell’Unione Europea.

L'Europa intrappolata nel cloud altrui: la corsa in salita verso la sovranità tecnologica

Negli ultimi anni la percezione della tecnologia all’interno dell’Unione Europea ha subito una mutazione profonda, passando da semplice leva di efficienza economica a vero e proprio asset di sicurezza nazionale e autonomia strategica. Il nuovo pacchetto normativo europeo rappresenta il tentativo più ambizioso e articolato mai messo in campo da Bruxelles per affrancare il continente dalle dipendenze digitali esterne. L’obiettivo dichiarato della Commissione è triplice: rafforzare la capacità industriale interna, aumentare la resilienza delle infrastrutture critiche e ridurre in modo drastico la subordinazione tecnologica da attori controllati fuori dai confini dell’Unione.

Nel dibattito politico e strategico dell’Unione, la dipendenza tecnologica non viene più considerata un semplice ritardo di mercato, ma un’articolata combinazione di quattro profili di rischio interconnessi. Il primo riguarda il profilo giuridico ed extraterritoriale, incarnato dallo U.S. CLOUD Act, che autorizza le autorità giudiziarie americane a richiedere dati gestiti da aziende soggette alla giurisdizione degli Stati Uniti, persino quando tali server e dati risiedono fisicamente in territorio europeo. Per molti governi comunitari, questa sovrapposizione è difficilmente compatibile con i più elevati standard di tutela della privacy garantiti dal GDPR e con l’autonomia richiesta dalle infrastrutture pubbliche. A questo si affianca il rischio politico, derivante dalla consapevolezza che le architetture digitali proprietarie possano essere trasformate in strumenti di pressione geopolitica o ritorsione diplomatica. Vi è poi il rischio operativo, generato dall’estrema concentrazione dell’infrastruttura Cloud globale nelle mani di tre soli attori americani, ovvero Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, il che espone l’intero sistema critico europeo a guasti a cascata o decisioni unilaterali di erogazione. Infine, emerge il rischio economico e democratico, legato al dominio quasi incontrastato delle piattaforme digitali statunitensi nei settori dell’informazione, della pubblicità mirata e dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale Generativa.

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Logo Google Cloud

Per affrontare tali vulnerabilità, l’Europa sta intervenendo sulla spesa pubblica per l’innovazione attraverso strumenti come il Cloud and AI Development Act, che introduce criteri di sicurezza e livelli di conformità per la pubblica amministrazione. In base a questo impianto, la Commissione europea e le autorità nazionali valutano quali Paesi offrano garanzie sufficienti per erogare servizi digitali alla pubblica amministrazione. Gli Stati membri hanno l’obbligo di condurre specifiche valutazioni del rischio di sovranità, analizzando il grado di controllo azionario e strategico straniero sui fornitori, il rischio effettivo di accesso non autorizzato a dati sensibili da parte di giurisdizioni estere, la probabilità di interruzioni operative del servizio da remoto e il livello di dipendenza da infrastrutture o software di sviluppo esterni.

Sebbene la normativa eviti di sancire un divieto esplicito e generalizzato contro le Big Tech nelle gare d’appalto, l’effetto pratico è una forte pressione sui contratti pubblici dei comparti più sensibili, come sanità, finanza, difesa, energia ed enti di governo. Le amministrazioni sono spinte a premiare non più soltanto il criterio del minor prezzo o dell’efficienza immediata, ma indicatori come la localizzazione europea dello sviluppo hardware e software e la protezione dai trasferimenti transfrontalieri dei dati. Secondo le stime preliminari, le restrizioni più severe, che possono includere l’esclusione totale di tecnologie di origine extra-europea, riguarderanno una nicchia ristretta, pari a circa l’uno per cento dei servizi pubblici europei, legata alla sicurezza di primissimo livello e all’ordine pubblico.

Questo mutamento strategico non è un’astrazione teorica di Bruxelles, ma riflette decisioni concrete già intraprese da diversi governi. L’evoluzione dei Paesi Bassi rappresenta il caso più emblematico di questa svolta. Tradizionalmente sostenitore del libero mercato e delle alleanze atlantiche, il governo dell’Aia ha assunto posizioni drastiche per tutelare le proprie tecnologie critiche, limitando le esportazioni verso la Cina dei macchinari avanzati per semiconduttori prodotti da ASML, assumendo il controllo temporaneo del produttore di chip Nexperia e bloccando l’acquisizione del provider cloud olandese Solvinity da parte della statunitense Kyndryl per motivi di sicurezza nazionale. Queste decisioni mostrano come la tutela delle infrastrutture tecnologiche sia diventata una priorità strategica anche nei confronti di Paesi storicamente alleati.

Parallelamente, altre nazioni europee hanno intrapreso percorsi attivi per ridurre la dipendenza tecnologica. La Francia ha definito scadenze vincolanti per l’abbandono progressivo dei software proprietari statunitensi all’interno dei ministeri e della pubblica amministrazione centrale. La Germania ha avviato una migrazione strutturale di ampi settori dell’amministrazione verso piattaforme Open Source e formati dati aperti, valorizzando la trasparenza del codice sorgente. La Danimarca ha disposto il graduale abbandono di pacchetti di produttività come Microsoft Office 365 nelle scuole e in diversi enti locali. L’Italia, dal canto suo, pur essendosi dotata del Polo Nazionale Cloud e di un perimetro di sicurezza cibernetica, non ha ancora formalizzato un programma di sostituzione sistematica delle tecnologie statunitensi paragonabile, per dimensioni ed estensione, a quelli di Parigi o Berlino.

Il quadro istituzionale si intreccia inoltre con il tentativo di creare infrastrutture federate europee attraverso il progetto Gaia-X. Nato con l’ambizione di garantire un’alternativa sovrana, trasparente e interoperabile, il progetto è divenuto un caso di studio sulle difficoltà dell’Unione nell’affermare la propria indipendenza tecnologica. Sotto la pressione delle lobby industriali, nel consorzio sono stati ammessi gli stessi colossi americani e cinesi che si intendeva contenere. Questa dinamica ha favorito la diffusione del cosiddetto sovereign washing, un fenomeno per cui le Big Tech offrono soluzioni denominate Sovereign Cloud con data center situati in Europa e gestiti in partnership con aziende locali, come le collaborazioni di Google con Thales in Francia o di Microsoft con il Polo Nazionale Cloud in Italia. Molti analisti sottolineano tuttavia come si tratti di un’autonomia puramente formale: sebbene i server risiedano nel continente e la gestione commerciale sia locale, il codice sorgente, l’architettura software di base e le decisioni strategiche rimangono ancorate ai quartieri generali americani.

A spingere l’Unione Europea verso un intervento urgente è la dimensione del divario economico e di investimento rispetto ai competitor globali. Ogni anno l’Europa versa oltre duecento miliardi di dollari per l’importazione di licenze, brevetti e servizi legati alla proprietà intellettuale statunitense. Ancora più netto è il divario negli investimenti infrastrutturali, dove i principali colossi tecnologici americani hanno stanziato complessivamente circa quattrocento miliardi di dollari in un solo anno per data center e risorse di calcolo destinate all’Intelligenza Artificiale. L’impatto di questo squilibrio si riflette sulla produzione di innovazione: su circa cento modelli di Intelligenza Artificiale di rilevanza globale pubblicati di recente, soltanto uno è stato sviluppato interamente all’interno dell’Unione Europea.

L'Europa intrappolata nel cloud altrui: la corsa in salita verso la sovranità tecnologica
Logo IA (Intelligenza Artificale). Fonte:Wikipedia

In questo contesto rimane aperta una fondamentale questione geopolitica ed economica. Se da un lato l’introduzione di criteri di sovranità, gli incentivi per l’open source e le preferenze d’acquisto europee sono considerati indispensabili per tutelare la sicurezza e la competitività del continente, dall’altro tali misure rischiano di scatenare ritorsioni diplomatiche. Sia da Washington che da Pechino le nuove normative dell’Unione potrebbero essere interpretate come barriere commerciali non tariffarie volte a proteggere i mercati locali a danno delle multinazionali estere. In ultima analisi, il successo della strategia europea non dipenderà dalla capacità di produrre leggi e vincoli, ma dall’abilità di trasformare la regolazione in vera capacità industriale e innovazione di mercato. Senza la nascita di campioni tecnologici europei capaci di offrire alternative competitive e scalabili, la sovranità digitale rischia di rimanere un’aspirazione formale incapace di colmare il divario con le altre superpotenze mondiali.