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Governo Meloni, perché è durato così a lungo? L’analisi dei 4 anni a Palazzo Chigi

Di In Politica
Settembre 06, 2026
Meloni salvini tajani image photo

Il governo Meloni, che dal 22 ottobre 2022 è alla guida dell’Italia, verrà ricordato principalmente per aver conseguito due record nella storia repubblicana: il primo per essere stato il primo esecutivo con a capo una donna e il secondo per la sua longevità.

Lo scorso 4 settembre, l’attuale governo ha tagliato il traguardo dei 1.413 giorni (1.415 oggi), superando il Berlusconi II, rimasto in carica per 1.412 giorni, dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005. Un traguardo, quello raggiunto dalla leader di Fratelli d’Italia, che ha riscosso i complimenti del mondo della politica internazionale vicini al lei come il premier giapponese Sanae Takaichi, il primo ministro albanese Edi Rama, il primo ministro indiano Narendra Modi.

Ma, a parte il primato del genere e quello della durata, non si può dire che il quinto esecutivo di centrodestra, il primo a trazione Fratelli d’Italia, che ha preso il posto alla guida della coalizione di Forza Italia, abbia rivoluzionato la nazione, nonostante le promesse e le aspettative.

Nella campagna elettorale del 2022, i leader del centrodestra, da Meloni a Salvini, hanno fatto varie promesse agli italiani, come il taglio delle accise, una maggiore sicurezza sulle strade, i blocchi navali per la gestione dei flussi migratori e poi le riforme, da quella della giustizia a firma del guardasigilli Nordio – bocciata dagli italiani nel referendum del 22 e 23 marzo – a quelle sul premierato e sull’autonomia differenziata.

A queste si unisce anche l’infinita telenovela sul Ponte dello Stretto, la grande opera diventata, negli ultimi 30 anni, un autentico cavallo di battaglia del centrodestra, il cui iter sulla realizzazione è stato frenato da un doppio binario di ostacoli: da un lato, un progetto ereditato dal passato e ritenuto dalla comunità scientifica inadeguato alle sfide odierne; dall’altro, lo stop tecnico-giuridico della Corte dei Conti, che ha congelato i fondi miliardari del CIPESS.

Nonostante ciò, il governo Meloni è riuscito a rimanere in sella per tutto questo tempo, pur con qualche malcontento che ha portato alla nascita di Futuro Nazionale, che ha avuto sin da subito un boom di adesioni, in quanto il suo fondatore e leader, Roberto Vannacci, è stato abile a intercettare e a sfruttare i malumori degli elettori delusi, specie quelli più intransigenti dell’ala sovranista della Lega e di Fratelli d’Italia.

Ma analizziamo, invece, quali sono stati i motivi della longevità del governo Meloni.

L’eredità dei governi precedenti e il pragmatismo economico

Se prima abbiamo parlato a grandi linee delle promesse disattese e delle riforme mancate del governo Meloni, non possiamo certo cavarcela con un generico e qualunquista “non ha fatto niente”.

L’esecutivo di centrodestra, come sempre succede a chi subentra, ha raccolto un’eredità pesante, rappresentata dai buchi di bilancio lasciati dai governi precedenti, come il Conte-bis. Il Reddito di cittadinanza e il Superbonus, che nelle buone intenzioni erano misure atte a contrastare la povertà e a rilanciare il settore dell’edilizia, sono diventati fonte di giganteschi danni erariali.

Entrando nel merito, il Reddito di cittadinanza era diventato una “mammella” dalla quale hanno succhiato tutti e non solo coloro che ne avevano legittimità, arrivando a costare allo Stato italiano ingenti somme di denaro pubblico a causa di truffe, omissioni e dichiarazioni ISEE false. Dall’altra parte, invece, il Superbonus ha pesato gravemente sulle casse pubbliche, a causa delle frodi accertate, della speculazione sui prezzi dei materiali che ha gonfiato la spesa dello Stato e di un effetto fortemente regressivo che ha avvantaggiato una quota limitata dei proprietari immobiliari a spese di tutta la collettività.

Per rimediare a questi disastri economici, alla prova dell’aula e dei mercati l’esecutivo ha dimostrato una marcata vocazione al pragmatismo economico, trainata principalmente dalla figura del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Considerato da osservatori di diversi schieramenti come uno dei principali perni tecnici dell’esecutivo, il titolare del MEF ha lavorato per mettere in sicurezza i conti pubblici italiani nel post-Superbonus, mantenendo sotto controllo il rapporto deficit-PIL e lo spread.

Sotto la regia del ministro leghista, l’esecutivo di centrodestra ha impresso la sua impronta politica attraverso due direttrici chiare: la demolizione del Reddito di cittadinanza, sostituito da misure mirate all’inserimento lavorativo, e la stabilizzazione del taglio del cuneo fiscale, che ha alleggerito la pressione contributiva sui redditi medio-bassi.

Una strategia che, pur non stravolgendo la pressione fiscale complessiva, ha ridefinito alcune delle priorità della spesa pubblica italiana.

La politica estera tra atlantismo, Europa e Mediterraneo

Uno degli elementi più discussi dell’esecutivo di centrodestra è stato indubbiamente la politica estera. Il Capo del Governo, Giorgia Meloni, insieme al suo vice e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno miscelato nello stesso calderone un atlantismo discutibile, che ha generato non pochi malumori e antipatie soprattutto per quanto riguarda la guerra in Medio Oriente tra Israele e le forze di Hamas; un equilibrismo europeo che ha portato allo scontro ideologico e al pragmatismo negoziale con Bruxelles; e un attivismo geopolitico mirato.

Oltre ai buoni rapporti nutriti con figure come il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il governo italiano è stato molto vicino al leader di Kiev Volodymyr Zelensky, smarcandosi dalle simpatie per Vladimir Putin degli anni scorsi in seguito all’aggressione della Russia all’Ucraina e portando avanti la politica estera del precedente governo Draghi. Proprio questo è stato uno degli elementi più discussi dai detrattori dell’esecutivo, alcuni dei quali hanno scelto di passare sotto le insegne di Futuro Nazionale.

Giorgia Meloni e il suo esecutivo, inoltre, hanno mantenuto una postura critica verso l’asse franco-tedesco e la Commissione europea, concretizzatasi nel voto contrario al secondo mandato di Ursula von der Leyen. Dall’altro lato, il governo ha negoziato con pragmatismo i dossier economici cruciali, come la revisione del PNRR e il Patto di Stabilità, evitando l’isolamento finanziario.

Un altro elemento da non sottovalutare è stata la capacità di Meloni di moderare, una volta arrivata a Palazzo Chigi, le componenti più radicali della destra italiana. Le posizioni più estreme che avevano caratterizzato una parte del dibattito politico di Fratelli d’Italia e della Lega sono state progressivamente accantonate di fronte alla necessità di governare e di rispettare gli impegni assunti dall’Italia sul piano internazionale. Emblematico, in questo senso, è il progressivo abbandono di proposte radicali come l’uscita dall’euro, incompatibili con la linea pragmatica adottata dall’esecutivo una volta arrivato al governo.

Al netto della retorica sovranista, l’azione diplomatica si è concentrata su un forte pragmatismo europeo e sull’attivismo nel Mediterraneo, simboleggiato dal Piano Mattei e dal controverso modello Albania per la gestione dei flussi migratori.

Pur muovendosi costantemente sul filo del rasoio tra la fedeltà alle proprie radici identitarie e i rigidi vincoli delle alleanze occidentali, la politica estera di Palazzo Chigi è diventata, alla prova dei fatti, uno dei principali fattori di stabilizzazione della leadership della premier.

La debolezza dell’opposizione

Ai motivi sopracitati potremmo aggiungerci la comunicazione, uno dei punti forti di un personaggio politico come Giorgia Meloni, specializzata nelle campagne elettorali. La leader di Fratelli d’Italia ha la capacità di comunicare, veicolando il messaggio che desidera lanciare e ottenendo consenso, a dimostrazione del fatto che il suo partito dispone di una macchina comunicativa efficiente.

Forse anche l’assenza di riforme può essere considerata un elemento della longevità del governo. Essendo il centrodestra una coalizione composta da varie anime, il mancato sbilanciamento è riuscito a mantenere l’equilibrio interno senza scontentare, fondamentalmente, nessuno dei compagni di governo.

Ma non si può non tenere conto anche del ruolo dell’opposizione, rappresentata dal centrosinistra e dagli altri partiti moderati, come Azione di Carlo Calenda e Italia Viva di Matteo Renzi, che in questi 1.415 giorni non sono riusciti a dare una spallata nei momenti giusti, facendo leva sui punti critici del governo.

Pertanto, le opposizioni, nel bilancio di questi quattro anni, vanno inesorabilmente dietro la lavagna. Nei mesi che ci separano dalle prossime elezioni politiche farebbero bene a coalizzarsi sui programmi, allargando il cosiddetto campo largo anche ad altri soggetti, in modo tale da catalizzare il dissenso degli indecisi e dei moderati, oltre che del fronte progressista, e crescere a livello numerico, approfittando della spaccatura generata dall’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega e dalla conseguente fondazione di Futuro Nazionale.

La storia italiana, del resto, insegna quanto possa essere pericolosa l’assenza di un’opposizione capace di intercettare il malcontento e di proporre un’alternativa credibile. Anche nel secolo scorso, l’incapacità e l’insipienza delle forze politiche che si opponevano al nascente movimento fascista contribuirono a creare le condizioni politiche che favorirono l’ascesa di Benito Mussolini e, successivamente, l’affermazione del regime che, sia attraverso la forza sia attraverso il consenso delle masse, rimane il vero detentore del primato di longevità nella storia politica nazionale. Il paragone con l’attualità non può evidentemente essere portato alle estreme conseguenze, perché il contesto storico e istituzionale è profondamente diverso, ma la lezione rimane attuale: quando l’opposizione appare divisa, inconcludente e incapace di offrire una prospettiva alternativa, finisce inevitabilmente per lasciare spazio a chi governa, anche quando quest’ultimo presenta evidenti punti di debolezza.

La sinistra moderna farebbe bene a non unirsi solo sotto la bandiera dell’antifascismo, se vuole realmente battere la controparte. Per il futuro dovrebbe scendere dal piedistallo, tornare nelle piazze in modo più pragmatico e meno altezzoso e, soprattutto, riprendere le bandiere rosse, simbolo delle lotte sociali, insieme a quelle arcobaleno, che simboleggiano i diritti civili.

Al salario minimo, che è un buon punto di partenza, dovrebbero unirsi altre proposte sociali e progetti seri e concreti per lo sviluppo, soprattutto del Mezzogiorno. Se il centrodestra ha da 30 anni un cavallo di battaglia come il Ponte sullo Stretto di Messina e riesce a individuare problemi e puntare il dito contro “nemici” come gli immigrati o i maranza nelle strade, dall’altra parte al centrosinistra manca la capacità di dare agli italiani, in generale, le motivazioni per farsi preferire.

Se nel 2022 un partito conservatore come Fratelli d’Italia è arrivato a prendere circa il 34% dei consensi dal mondo operaio, a fronte dell’11% circa del Partito Democratico, un problema c’è.

Nelle esperienze di governo precedenti, il centrosinistra ha introdotto riforme come il Pacchetto Treu, la legge Biagi o il Jobs Act. Superare questa stagione e tornare a un socialismo riformista potrebbe essere un’idea.

Ma, al di là delle teorie e delle possibili strategie future, c’è un presente con un governo che è riuscito a raggiungere un primato di stabilità insperato al suo insediamento. La sua permanenza a Palazzo Chigi dimostra comunque che le opposizioni, in questi quasi quattro anni, non sono riuscite a sfruttare pienamente le debolezze dell’esecutivo né a costruire un’alternativa sufficientemente credibile per una parte dell’elettorato.

Le previsioni di una rapida crisi del governo e quelle legate a un possibile isolamento dell’Italia sui mercati internazionali, così come le accuse di una deriva autoritaria, non hanno prodotto quella spallata che molti nell’opposizione si aspettavano. Il centrodestra è rimasto in sella e, parallelamente, ha continuato a governare anche in numerose realtà locali, tra comuni e regioni.

È proprio questo, al netto delle valutazioni sull’operato dell’esecutivo, il dato politico più evidente: Giorgia Meloni è riuscita a trasformare una vittoria elettorale del 2022 in una lunga esperienza di governo, mantenendo insieme una coalizione dalle anime diverse e arrivando al traguardo della maggiore longevità nella storia repubblicana. Ora, però, la vera sfida sarà capire se questa stabilità riuscirà a tradursi anche in consenso alle prossime elezioni politiche.

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