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Spagna: fine dell’era Sanchez? L’excursus dei tre mandati del “premier nella bufera”

Di — In Politica
Ottobre 05, 2026
Pedro Sánchez interviene alla inaugurazione del Foro La Toja-Vínculo Atlántico

La Spagna si trova in una fase di transizione politica, dopo il terremoto delle scorse ore che ha spinto il premier Pedro Sánchez a sciogliere le Cortes (il Parlamento) e a indire nuove elezioni anticipate. Questa mattina, lunedì 5 ottobre, dopo giorni di riflessioni dettati dalla crisi parlamentare, il leader socialista ha annunciato la decisione di dimettersi durante un discorso a Palazzo della Moncloa: il popolo spagnolo si recherà alle urne domenica 29 novembre.

Le differenze costituzionali tra Spagna e Italia

Essendo la Spagna una monarchia parlamentare, il funzionamento dello scioglimento del Parlamento presenta una differenza fondamentale rispetto all’Italia, legata ai poteri formali e sostanziali dei due Paesi. Secondo l’articolo 115 della Costituzione del 1978, il Parlamento o una delle due Camere possono essere sciolti su proposta del Capo del Governo, mentre il Re firma il decreto di scioglimento e convoca le elezioni, senza la facoltà di rifiutarsi o ricorrere a rimpasti della maggioranza. In Italia, invece, il Presidente della Repubblica valuta se esistono altre maggioranze possibili prima di sciogliere le Camere.

I tre mandati di Sanchez

Si chiude così il terzo mandato di Pedro Sanchez alla guida del Paese, schiacciato sotto il peso delle contestazioni popolari degli ultimi mesi. Neanche i precedenti esecutivi guidati dal socialista Sanchez sono stati tranquilli, per via di varie vicissitudini interne e internazionali. Assunta la guida della Spagna nel giugno 2018, dopo aver promosso la prima mozione di sfiducia della storia democratica spagnola per spodestare l’ex Primo Ministro Mariano Rajoy, travolto dagli scandali di corruzione del suo partito, il suo governo è stato caratterizzato da una maggioranza parlamentare ridottissima, costantemente sotto il ricatto dei partiti regionalisti. Celebre la scelta di riesumare le spoglie di Francisco Franco, il dittatore spagnolo che guidò la Nazione iberica dal 1936 al 1975, dal mausoleo della Valle de los Caídos per spostarle in un cimitero comune. Dopo meno di un anno, a causa della mancata approvazione della legge di bilancio, è stato costretto a indire elezioni anticipate per il 2019.

Il secondo mandato al Palacio de la Moncloa di Sanchez è stato caratterizzato da eventi epocali: in primis, c’è stata la formazione della prima coalizione della storia recente spagnola, nata con l’unità d’intenti con la sinistra radicale di Unidas Podemos. A livello globale il leader socialista ha dovuto fare i conti con la pandemia Covid-19, gestendo la dura fase del lockdown proclamando lo stato di emergenza, dichiarato parzialmente incostituzionale dai tribunali su ricorso dell’opposizione, e una crisi economica devastante dovuta al blocco del turismo. Alla pandemia che ha messo in ginocchio il Paese iberico ha fatto seguito il caro energia e i picchi inflazionistici della guerra in Ucraina. Prima ancora dell’inizio del conflitto, nel 2021 il premier spagnolo aveva concesso la grazia ai leader separatisti catalani che avevano indetto l’illegale referendum del 2017. Una mossa, quella di Sanchez, utile per mantenere in piedi la sua maggioranza e che ha scatenato l’ira del Paese, dalle destre, della magistratura e di milioni di spagnoli, portando a oceaniche proteste di piazza a Madrid.

Il terzo mandato di Sanchez e i motivi della crisi

Anche questo terzo mandato è stato ricco di tensioni. Seppure in Italia l’immagine di Pedro Sanchez sia stata esaltata dalla sinistra italiana, divenendone simbolo ed esempio di coraggio e leadership, per via del rifiuto di collaborare con il presidente americano Donald Trump sulla guerra in Iran, vietando alle forze armate statunitensi di utilizzare le basi militari congiunte Rota e Morón de la Frontera e lo spazio aereo per lanciare attacchi contro Teheran, e per le sue posizioni a favore della causa palestinese, sono tante le controversie che hanno caratterizzato il terzo mandato. Dagli scandali familiari, in particolare le inchieste giudiziarie sul presunto traffico di influenze che ha coinvolto sua moglie, Begoña Gómez, alla crisi di Ceuta di fine luglio, che ha portato a una serie di contestazioni legate alla gestione dei migranti, all’onda delle proteste di piazza per la bocciatura dei decreti casa al Congresso spagnolo, fino ad arrivare al caro-affitti. La proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il controverso sfratto a Madrid dell’87enne Maricarmen Abascal.

I sondaggi spagnoli e il possibile scenario futuro

Nonostante i tumulti e le contestazioni che hanno portato Pedro Sanchez a sciogliere le Cortes, i sondaggi danno il Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe) al 25,6% dei voti, 6,1 punti in meno rispetto alle elezioni del luglio 2023. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio di Sigma Dos per il quotidiano El Mundo e riportato dal Corriere della Sera. A beneficiare da questo marasma politico potrebbe essere il Partito Popolare, formazione di centrodestra, dato da queste proiezioni al 33%. Mentre il partito di estrema destra Vox, guidato da Santiago Abascal, uno dei principali oppositori di Sanchez durante la crisi di Ceuta, è dato al 18%. Nonostante Vox sia nato da una scissione del Partito Popolare nel 2013, lo scenario più plausibile per la Spagna dopo il voto del 29 novembre è la costituzione di un governo di destra sul modello dell’Andalusia. I due partiti nel corso del 2026 hanno unito le forze in diverse elezioni regionali, riuscendo a imporsi in quattro regioni: Andalusia, Aragona, Castiglia-León ed Estremadura. Visti i numeri dei sondaggi, il PP e Vox supererebbero ampiamente la soglia dei 176 seggi necessaria per la maggioranza assoluta al Congresso. Tuttavia, il partito guidato da Abascal entrerà nell’ipotetico nuovo esecutivo con dei propri ministri oppure opterà per uno strategico sostegno esterno.

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