Paul Morphy, il genio venuto dall’America: Vita e leggenda di un talento irripetibile

Di — In Almanacco
Ottobre 09, 2026
Paul Morphy

Paul Morphy, il genio venuto dall’America: Vita e leggenda di un talento irripetibile.

Ci sono uomini che trascorrono una vita intera cercando di diventare leggenda; Paul Morphy ebbe una sorte diversa e, forse, assai più elegante: arrivò, vinse quasi tuttoe se ne andò.Quando nel 1858 attraversò l’Atlantico aveva appena ventun anni. Partiva da NewOrleans per raggiungere un’Europa che aveva già consumato imperi, rivoluzioni,dinastie e parecchie certezze, in un tempo nel quale il mondo era ancora abbastanzagrande perché un oceano separasse davvero due continenti. Eppure la fama di quelgiovane americano aveva viaggiato più rapidamente di lui e, quando Morphy arrivò,molti già conoscevano il suo nome.Non aveva una corona, anche perché un titolo ufficiale di campione del mondoancora non esisteva, né possedeva l’aspetto di chi fosse venuto a conquistarequalcosa. Aveva però una qualità assai più preoccupante per coloro che avrebberodovuto sedergli di fronte: sulla scacchiera sembrava accorgersi prima degli altri diciò che stava per accadere.

Un bambino guarda gli adulti Paul Charles Morphy era nato a New Orleans il 22 giugno 1837 e gli scacchi eranoentrati nella sua vita quasi senza essere invitati. Secondo quanto tramandano ibiografi, imparò soprattutto osservando gli adulti giocare: seguiva le mani chespostavano i pezzi, ascoltava le discussioni, assimilava regole e posizioni senza chenessuno gli stesse impartendo una vera lezione. Quando cominciò a giocare anchelui, gli adulti si trovarono così davanti a una circostanza piuttosto imbarazzante: ilbambino aveva imparato molto più di quanto ricordassero di avergli insegnato.A tredici anni affrontò Johann Löwenthal, forte maestro ungherese di passaggio a New Orleans, e non si trattò della graziosa esibizione di un piccolo prodigio davantia un professionista indulgente. Morphy dimostrò di poter competere realmente conlui, lasciando intravedere qualcosa che andava ben oltre la semplice precocità. Delresto, ogni bambino prodigio incontra prima o poi lo stesso inconveniente: cresceabbastanza da poter sfidare quelli che dovrebbero essere più forti di lui.Quel momento arrivò definitivamente nel 1857, quando, a vent’anni, partecipò alprimo American Chess Congress di New York e lo vinse, superando Louis Paulsen infinale.

Paul Morphy, il genio venuto dall’America: Vita e leggenda di un talento irripetibile

2 L’America aveva ormai trovato il proprio campione; per Morphy, invece, siapriva un problema molto più affascinante, perché dall’altra parte dell’oceanoc’erano ancora i grandi giocatori europei.Non rimaneva che andare a cercarli.I giovani attraversano l’oceano per conoscere il mondo. Morphy lo attraversòper vedere se il mondo sapeva giocare a scacchi. L’Europa scopre MorphyNel 1858 Morphy arrivò in Europa e quello che avrebbe potuto essere semplicementeun viaggio si trasformò rapidamente in una piccola campagna di conquista. Possiamoimmaginarlo fra Londra e Parigi, nelle sale da gioco, nei caffè e negli alberghi, mentrefuori passavano le carrozze e il XIX secolo correva verso le ferrovie, le industrie el’elettricità. Dentro quelle stanze, invece, uomini vestiti di scuro continuavano achinarsi sopra pezzi d’avorio e d’ebano, e in mezzo a loro era comparso un ragazzodi New Orleans.Morphy affrontò Löwenthal, Daniel Harrwitz, Henry Bird e altri fra i migliorigiocatori disponibili. Cercò a lungo anche di organizzare una sfida con HowardStaunton, ma quell’incontro non si disputò mai e intorno alla partita mancatanacquero discussioni destinate a durare sorprendentemente a lungo: uno di quei casinei quali gli uomini riescono a discutere per anni di una partita che non è maicominciata.

La consacrazione arrivò comunque con Adolf Anderssen, l’uomo dell’“Immortale” edella “Sempreverde”, uno dei nomi più prestigiosi degli scacchi europei. Morphyvinse sette partite, ne perse due e ne pareggiò due, e dopo un risultato del generel’assenza di un titolo mondiale ufficiale cominciava quasi a sembrare uninconveniente burocratico.A volte la storia arriva prima delle istituzioni e deve aspettare che qualcunoinventi il titolo adatto.Il segreto era il tempoQuando oggi riapriamo le partite di Morphy, è naturale lasciarci sedurre dai sacrifici,dalle linee aperte, dalle Torri che irrompono nella posizione e dai Re trascinati fuoridai propri rifugi. Per questo siamo tentati di ricordarlo soprattutto come unmagnifico giocatore d’attacco. Ma, se guardiamo con maggiore attenzione, ciaccorgiamo che molto spesso l’attacco era soltanto la parte visibile di qualcosa cheaveva cominciato a costruire parecchie mosse prima. Morphy sviluppava rapidamente i pezzi, apriva le linee e portava nuove forze nelgioco mentre l’avversario perdeva tempo spostando più volte lo stesso pezzo olasciandone altri immobili sulle case iniziali. All’inizio non accadeva nulla dispettacolare: usciva un Cavallo, un Alfiere trovava la propria diagonale, una Torrecominciava a vedere una colonna. Poi, quasi senza che ce ne accorgessimo, tutti i suoi pezzi sembravano trovarsi nel luogo esatto nel quale avrebbero dovuto essere equelli dell’avversario arrivavano sempre con una mossa di ritardo.È questo che rendeva i suoi attacchi così naturali: quando finalmente esplodevano,erano già stati preparati dal tempo guadagnato prima.Il principiante attacca quando vede il Re.

Morphy faceva in modo che, quandovedeva il Re, tutto fosse già pronto per attaccarlo.Aveva compreso una delle verità più silenziose degli scacchi: il tempo non fa rumorementre lo perdiamo e, quasi sempre, ci accorgiamo del suo valore soltanto quandovorremmo riaverlo. 3Una sera all’OperaFra tutte le sue partite, però, ce n’è una che sembra essere stata preparata non dallastoria degli scacchi, ma da un romanziere. Siamo a Parigi, nel 1858. Possiamoimmaginare le carrozze davanti al teatro, le luci, il brusio delle conversazioni e ilfruscio degli abiti nei corridoi. Morphy è seduto in un palco dell’Opera italiana edavanti a lui ci sono il duca Karl II di Brunswick e il conte Isouard deVauvenargues, che giocano insieme, consultandosi prima di scegliere le mosse.Mentre sul palcoscenico va in scena l’opera, nel palco accanto alla scacchiera ne stanascendo un’altra, molto più piccola e silenziosa. Morphy sviluppa rapidamente ipezzi, apre le linee, sacrifica materiale e infine offre perfino la Donna; alladiciassettesima mossa la partita è terminata.Quella che probabilmente era nata come una partita d’occasione sarebbe diventatala celeberrima Partita dell’Opera, ancora oggi mostrata a chi vuole capire che cosasignifichino sviluppo, iniziativa, coordinazione e sacrificio. Ed è difficile resistere alfascino della scena: due aristocratici discutono fra loro prima di muovere, il giovaneamericano aspetta e risponde, l’orchestra suona poco lontano e il pubblico è venutoper guardare il palcoscenico, senza sapere che in un palco laterale diciassette mossestanno silenziosamente entrando nella storia.La musica di quella sera terminò, naturalmente.

Paul Morphy, il genio venuto dall’America: Vita e leggenda di un talento irripetibile

Le mosse di Morphy continuarono aessere ripetute.Ci sono sere che appartengono al calendario. Altre trovano per caso una porta ene escono.Poi il silenzioA questo punto, in una biografia normale, dovrebbe cominciare la parte più lunga.Morphy è ancora giovanissimo, è celebrato in America e in Europa, ha sconfittoAnderssen e ha dimostrato di poter dominare alcuni dei migliori giocatori del suotempo. Tutto farebbe pensare ad altri tornei, altre sfide, altri viaggi e forse a venti otrent’anni di partite.Invece accadde quasi il contrario.Se facciamo iniziare la sua grande stagione con l’American Chess Congressdell’ottobre 1857 e la facciamo terminare con il ritorno dall’Europa nel maggio 1859,la carriera di Morphy ai massimi livelli dura meno di due anni. È un periodotalmente breve da sembrare una parentesi nella vita di un uomo, eppure gli fusufficiente per entrare nella storia.Morphy non desiderava essere considerato un professionista degli scacchi. Avevastudiato legge, voleva dedicarsi alla professione forense e soprattutto non voleva chela propria esistenza fosse identificata con il gioco. Tornato dall’Europa, si allontanòprogressivamente dalla competizione seria e il resto della sua vita trascorse moltopiù lontano dai riflettori rispetto a quella breve stagione durante la quale duecontinenti avevano parlato di lui. Morì a New Orleans il 10 luglio 1884, aquarantasette anni.

4 Forse una parte della leggenda nasce proprio da ciò che non abbiamo potuto vedere.Non conosciamo un Morphy maturo davanti alla scacchiera, non abbiamo assistito adecenni di dominio, a una corona difesa anno dopo anno, al declino inevitabile oall’arrivo di un giovane capace di spodestarlo. Nella memoria degli scacchi rimaneinvece quasi fermo in quell’età nella quale tutto sembrava ancora possibile: il ragazzodi New Orleans che attraversa l’Atlantico, arriva in Europa, batte Anderssen e giocain un teatro una partita che ancora oggi ricostruiamo.Per questo la domanda che ci ha lasciato è molto più lunga della sua carriera: checosa sarebbe accaduto se avesse continuato a giocare?Non possiamo saperlo e, forse, è proprio questa impossibilità a preservare una partedel suo fascino. Le carriere compiute ci consegnano vittorie, sconfitte, apogei edeclini; quelle interrotte lasciano invece alla fantasia il compito di scrivere gli anniche mancano.Più di un secolo dopo, Bobby Fischer avrebbe manifestato una profondaammirazione per Morphy, considerandolo uno dei giocatori più accurati della storia.Noi possiamo fare qualcosa di molto più semplice: possiamo riaprire una delle suepartite e osservare ciò che accade.

A poco a poco il 1858 scompare. Non ci sono più carrozze, lampade a gas, piroscafisull’Atlantico o uomini in abiti ottocenteschi. Davanti a noi rimangono soltanto unascacchiera, due eserciti e le mosse, esattamente gli stessi elementi che abbiamo oggiquando ci sediamo per giocare.Morphy sviluppa un Cavallo, apre una diagonale, porta un Alfiere nel gioco, trova lacolonna giusta per una Torre. Noi osserviamo e, per qualche minuto, un ragazzomorto da più di un secolo torna idealmente a mostrarci perché non dobbiamoperdere tempo.Forse gli scacchi possiedono anche questa discreta forma d’immortalità: permettonoai morti di continuare a muovere. Non occorre ricostruire la loro voce oimmaginare ciò che avrebbero detto; basta rimettere i pezzi nelle case nelle quali liavevano lasciati e seguirne le mosse.

È per questo che Morphy non appartiene completamente all’Ottocento. Finché unasua partita può essere ricostruita, quella mano continua in qualche modo a passaresopra la scacchiera.Alcuni campioni costruiscono la propria leggenda restando. Morphy ebbel’imprudenza — o forse l’eleganza — di costruirla andandosene.Il talento appartiene inevitabilmente al proprio tempo; una buona mossa, quandoè davvero bella, sembra aver dimenticato di appartenergli.Alla prossima (ci leggiamo martedì, anno del Signore 2026, decimo mese, tredicesimogiorno).