Caso Equalize, il sistema dei dossieraggi illegali: centinaia di vip e imprenditori spiati

Di In Gossip
Aprile 19, 2026
Oip

Il caso Equalize sta emergendo come una delle vicende più inquietanti degli ultimi tempi, non solo per il numero di persone coinvolte, ma soprattutto per il meccanismo che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato messo in piedi. Al centro dell’indagine c’è una domanda semplice: quanto sono davvero al sicuro i nostri dati, anche quando sono custoditi dallo Stato?

Tutto parte da un’agenzia investigativa privata, Equalize, fondata da Enrico Pazzali insieme all’ex poliziotto Carmine Gallo. Secondo la Procura di Milano, attorno a questa struttura si sarebbe sviluppata una rete capace di accedere illegalmente a banche dati riservate e di raccogliere informazioni su centinaia di persone. Non si parla di pochi casi isolati: le presunte vittime sarebbero circa 650.

E qui il racconto si fa ancora più delicato, perché tra queste persone compaiono nomi molto noti. Gente che siamo abituati a vedere in televisione o sui giornali, come Selvaggia Lucarelli, Fabrizio Corona e l’ex calciatore Christian Vieri. Ma anche figure meno “mediatiche” e più legate al mondo dell’impresa o delle istituzioni. Questo dettaglio cambia completamente la prospettiva: non si tratterebbe solo di curiosità su personaggi famosi, ma di un possibile sistema usato per ottenere informazioni sensibili per interesse economico o personale.

Secondo quanto ricostruito, il cuore del meccanismo sarebbe stato l’accesso abusivo a banche dati statali, come il sistema Sdi del Ministero dell’Interno o l’archivio Serpico dell’Agenzia delle Entrate. Strumenti che dovrebbero essere rigidamente controllati e accessibili solo per motivi di servizio. E invece, in alcuni casi, sarebbero stati consultati illegalmente per ottenere informazioni su persone specifiche.

Un aspetto che colpisce è il coinvolgimento di funzionari pubblici. Non solo investigatori privati, quindi, ma anche chi per ruolo, aveva accesso legittimo a quei sistemi. Questo elemento rende la vicenda ancora più grave, perché suggerisce una possibile falla interna nei meccanismi di controllo.

Tra i tanti episodi emersi, uno dei più discussi riguarda il campione olimpico Marcell Jacobs. Secondo l’accusa, sarebbe stato oggetto di un dossier illegale per verificare un sospetto uso di sostanze dopanti. A richiedere queste informazioni sarebbe stato Giacomo Tortu, che avrebbe pagato una somma in contanti per ottenere dati privati. Da lì, la richiesta sarebbe passata attraverso vari intermediari fino ad arrivare a chi materialmente avrebbe violato dispositivi e chat personali dell’atleta.

È proprio questo passaggio che fa riflettere: non si parla solo di database consultati abusivamente, ma anche di intrusioni dirette nella vita privata digitale delle persone. Cellulari, conversazioni, relazioni personali. Una dimensione molto più invasiva che tocca la privacy individuale.

Nel complesso, ciò che emerge è l’ipotesi di un sistema organizzato, quasi “su richiesta”. Qualcuno paga, qualcuno raccoglie la richiesta, qualcun altro accede ai dati e qualcun altro ancora li analizza e li consegna. Una filiera vera e propria dell’informazione illegale.

Siamo ancora nella fase delle indagini, le responsabilità dovranno essere accertate in tribunale e tutte le persone coinvolte hanno diritto alla presunzione di innocenza. Ma già adesso il quadro che si delinea solleva interrogativi difficili da ignorare.

Il caso Equalize non è solo una storia di cronaca giudiziaria. È anche uno specchio dei tempi in cui viviamo, dove i dati sono diventati una risorsa preziosa quanto il denaro. E proprio per questo, vulnerabile. Perché dove c’è valore, c’è anche il rischio che qualcuno provi ad aggirare le regole per ottenerlo.