Il 16 agosto 1977 moriva Elvis Presley. Quarantanove anni dopo, il ragazzo ribelle che conquistò il cinema e la musica continua a vivere nell’immaginario collettivo.
Il 16 agosto 1977 il mondo si fermò davanti a una notizia che, ancora oggi, sembra quasi impossibile da pronunciare: Elvis Presley era morto. Aveva 42 anni.
Quasi mezzo secolo dopo, il suo volto continua a essere riconoscibile in ogni angolo del pianeta, la sua voce continua a risuonare e il suo nome è diventato qualcosa di più di quello di un cantante. Elvis è un simbolo, un’immagine, un pezzo della storia del Novecento.
Ma prima di diventare The King, prima delle tute bianche, dei concerti sold out e delle imitazioni, Elvis era soprattutto un ragazzo che aveva fatto della propria irrequietezza una forma d’arte.
E forse non è un caso che uno dei suoi film più celebri si intitoli proprio “Il delinquente del rock and roll”.
Uscito nel 1957, Jailhouse Rock — questo il titolo originale — raccontava la storia di Vince Everett, un giovane condannato al carcere che, una volta tornato libero, cercava fortuna nel mondo della musica. La pellicola contribuì a costruire l’immagine di Elvis come ragazzo ribelle, provocatorio, capace di scandalizzare il pubblico con un movimento del bacino e con una musica che sembrava rompere tutte le regole.
Quell’immagine non era soltanto cinema.
Elvis era arrivato sulla scena musicale in un’America ancora profondamente segnata dalle divisioni razziali. La sua musica mescolava country, blues, gospel e rhythm and blues, trasformandoli in qualcosa di nuovo e dirompente. Per una parte dell’America conservatrice rappresentava un pericolo; per milioni di giovani, invece, rappresentava la libertà.
In pochi anni quel ragazzo di Tupelo sarebbe diventato una delle più grandi celebrità del pianeta.
Il paradosso è che Elvis trascorse il resto della sua vita cercando di convivere con quella trasformazione. Il ragazzo ribelle degli anni Cinquanta lasciò progressivamente spazio a un personaggio sempre più grande di lui. Il successo diventò una macchina difficile da fermare, mentre la distanza tra l’uomo Elvis Presley e il mito di Elvis cresceva.
La sua parabola ebbe anche un lato oscuro. Gli ultimi anni furono segnati da problemi di salute, dipendenze e da una vita privata sempre più lontana dall’immagine perfetta costruita intorno a lui. Il 16 agosto 1977, a Graceland, quella parabola si concluse.
Quarantanove anni dopo, resta una domanda affascinante: chi era davvero Elvis Presley?
Il ragazzo inquieto che cantava il rock and roll? Il divo di Hollywood? Il re delle classifiche? L’uomo fragile nascosto dietro i costumi di scena?
Probabilmente era tutte queste cose insieme.
E forse è proprio questa la parte più interessante della sua storia: Elvis non fu mai soltanto il personaggio che il pubblico vedeva sul palco. Fu anche il prodotto di un’epoca, delle sue contraddizioni e di un successo che, alla fine, diventò difficile da controllare.
Nel 1957 era Il delinquente del rock and roll. Vent’anni dopo era già diventato Elvis Presley, uno dei nomi più riconoscibili del secolo.
Il 16 agosto 1977, a 42 anni, quella storia finì.