L’Italia all’indomani della Prima Guerra Mondiale (I Parte)

Di In Almanacco
Luglio 21, 2026

Nel 1914 l’Italia faceva parte della Triplice Alleanza che la legava militarmente al Reich tedesco e alla Monarchia austro-ungarica. Con lo scoppio della guerra, ci si aspettava, dunque, che il Belpaese si sarebbe unito ai suoi alleati.

L’Italia invece indugiava e, da un punto di vista formale, non era nemmeno obbligata a intervenire poiché il patto prevedeva che questa avrebbe dovuto sostenere militarmente i propri alleati, soltanto in caso di ricevuta aggressione, cosa che non era avvenuta, poiché era stata la Monarchia austro-ungarica ad attaccare la Serbia.

La posizione esitante dell’Italia aveva, tuttavia, anche motivi strategici, poiché dalla partecipazione alla guerra ci si aspettava una ricompensa in forma di un concreto ampliamento territoriale, ovvero l’annessione del Trentino e della città di Trieste. Entrambe appartenevano alla Monarchia austro-ungarica, tuttavia, a Trieste prevaleva la popolazione italiana e il movimento pro Italia era molto forte e attivo. Nel Trentino, invece, la maggioranza della popolazione era contraria all’annessione all’Italia.

L’Austria, tuttavia, si rifiutò di accettare le condizioni che l’Italia aveva posto per partecipare al conflitto al suo fianco, e cosi questa entrò segretamente in trattativa con l’Inghilterra e la Francia.

Tra il 1914 e il 1915 la propaganda degli interventisti che spingevano verso l’entrata in guerra, diventava sempre più forte. Tra le loro fila si contavano anche il noto poeta Gabriele D’Annunzio e l’allora ancora giovane Benito Mussolini.

La Francia e l’Inghilterra erano più favorevoli alle ambizioni espansive dell’Italia e così, il 23 maggio 1915, questa entrò in guerra al fianco dell’Intesa.

L'Italia all'indomani della Prima Guerra Mondiale (I Parte)
Vignetta satirica sulla neutralità italiana: Vittorio Emanuele al centro assiste al tiro alla fune fra Imperi Centrali a destra e le nazioni dell’Intesa a sinistra.

La decisione ufficiale e definitiva della neutralità italiana fu presa nel Consiglio dei ministri del 2 agosto 1914 e fu diramata il 3 mattina. Diceva: «Trovandosi alcune potenze d’Europa in istato di guerra ed essendo l’Italia in istato di pace con tutte le parti belligeranti, il governo del Re, i cittadini e le autorità del Regno hanno l’obbligo di osservare i doveri della neutralità secondo le leggi vigenti e secondo i princìpi del diritto internazionale. 

La neutralità ottenne inizialmente consenso unanime, tuttavia il brusco arresto dell’offensiva tedesca sulla Marna suscitò i primi dubbi sulla invincibilità tedesca, prima indiscussa. Movimenti interventisti andarono formandosi nell’autunno 1914, fino a raggiungere una consistenza non trascurabile appena pochi mesi dopo. Fu un interventismo composito e quindi equivoco. Per un intervento a fianco dell’Intesa si pronunziarono via via, i nazionalisti, la destra conservatrice, il centro sinistra repubblicano e radicale, il socialismo riformista e l’anarco-sindacalismo. Contro la guerra si schierarono invece i ceti borghesi, col loro leader Giovanni Giolitti, il mondo cattolico fedele alle tendenze politiche del Vaticano, e i socialisti. In termini numerici i contrari alla guerra, o “neutralisti” erano un’ampia maggioranza; evirata però nella voce. I fautori dell’intervento di parte progressista si rifacevano agli ideali di democrazia e alla lotta contro le monarchie autocratiche e alla liberazione di Trento e Trieste. I nazionalisti parlavano di nuovi possedimenti in Dalmazia, del dominio sul mare Adriatico, del protettorato sull’Albania e di compensi coloniali. Tutti però additavano la diminuzione della statura politica incombente sull’Italia, se fosse rimasta spettatrice passiva: i vincitori non avrebbero dimenticato né perdonato, e se i vincitori fossero stati gli Imperi centrali, si sarebbero anche vendicati della nazione che accusavano traditrice di un’alleanza trentennale. Secondo gli interventisti, questa guerra avrebbe vendicato tutte le sconfitte e le umiliazioni del passato, da Adua, Custoza e Lissa fino a Federico BarbarossaAlarico e Brenno, e avrebbe permesso di completare l’unità d’Italia con l’annessione delle terre irredente, terre che tra l’altro l’Intesa avrebbe assicurato all’Italia se si fosse schierata al suo fianco. A ciò i neutralisti potevano opporre solo considerazioni di buon senso: l’Italia era una nazione ancora giovane e fragile, le finanze erano ancora dissestate dalla guerra in Libia, e i guadagni non sarebbero stati paragonabili ai gravissimi rischi e alle sicure perdite.

Bisogna ricordare che, parlando di interventisti e neutralisti, va esclusa la classe contadina – più della metà della popolazione – che godeva del diritto di voto, ma che non faceva realmente parte dell’opinione pubblica; la politica era accessibile in Italia nei limiti in cui vi penetravano le ferrovie, la popolazione che abitava lontano dalle stazioni ferroviarie era praticamente isolata e fuori dal contesto sociopolitico della nazione.

L'Italia all'indomani della Prima Guerra Mondiale (I Parte)
Manifestazione interventista in piazza Cordusio a Milano (1915)

I neutralisti, nel corso dei dieci mesi che portarono all’entrata in guerra, appaiono più numerosi degli interventisti, anche e soprattutto se misurati guardando i loro referenti politici. Originariamente quattro, tali referenti durante la crisi di governo del maggio 1915 si riducono quantomeno a due, socialisti e liberali giolittiani (mentre i cattolici assunsero posizioni diverse e ambigue); infine a uno (i socialisti) quando la crisi rientra, Salandra si presenta alla Camera e vengono votati i crediti di guerra (20 maggio). Il quarto referente politico dei neutralisti – il primo a diluirsi man mano che il governo rende decifrabili le sue propensioni – è il variegato mondo dei conservatori: il notabilato, la destra liberale, gli agrari e gli uomini d’ordine, che trovarono in Salandra il loro uomo, i quali stettero a guardare ragionando in termini di convenienza, e che alla fine si schierarono a favore dell’intervento a fianco dell’Intesa.

Ma in questi dieci mesi fu la politica a farla da padrone, chiamando in causa il popolo e la nazione nel richiamo al patriottismo, e forzando o surrogando le istituzioni. Seppur maggiori in termini numerici agli interventisti, i neutralisti non avevano dalla loro parte gli organi e le istituzioni politiche che potevano smuovere le masse. L’urgenza politica fece dei giornali un’arma per indirizzare le masse: la rivista di carattere interventista Lacerba diventa del tutto “politica”, la Gazzetta del Popolo di forte impronta unitaria si schierò nettamente a favore dell’intervento, il Corriere della Sera del liberal-conservatore Luigi Albertini si schiera via via con la classe dirigente, e nasce Il Popolo d’Italia, un vero e proprio organo di battaglia e giornale-partito guidato dall’interventista Mussolini. Un’altra forma di mobilitazione politica fu il dibattito pubblicistico, dove l’agitazione verbale della carta stampata si sposta sulle piazze, nei teatri e nelle sale di conferenza. In questo campo d’azione le tre correnti neutraliste – socialisti, cattolici e liberal giolittiani – mancavano di progetti comuni e punti d’incontro, mentre il fronte interventista agisce fin da subito come un blocco unificato, emarginando progressivamente i neutralisti i quali si ritirano dal campo prima ancora di tentare di agire in modo unificato. La piazza interventista , dove s’incontrano sovversivi di sinistra e di destra, uniti dallo scopo immediato, si arroga la funzione di stimolo decisivo nei confronti delle più alte istituzioni statali e governative e si propone quasi come un governo di riserva a rappresentanza popolare. Qui si giocò le sue carte Salandra. Il 13 maggio si dimise; Giolitti e Salandra si recano dal re, mentre D’Annunzio e Mussolini su Il Popolo d’Italia e su L’Idea Nazionale elettrizzano il clima minacciando una guerra civile. Giolitti arretra e rinuncia a fare appello alla “sua” piazza, che del resto, tace, mentre Salandra, associato volente o nolente alla piazza del popolo patriottico, prevale. La Camera dei Deputati così il 20 maggio, si piega.

Un fattore decisivo per quanto accadde in Italia in quei dieci mesi fu indubbiamente lo scollamento e l’indecisione delle due correnti neutraliste più forti, i socialisti e la classe liberale. I primi sono i più numerosi, e in maggior parte resteranno ostili alla guerra, ma al suo interno ci fu fin da subito una sorta di “diaspora” che portò molti socialisti ad appoggiare il richiamo nazionale andando a gremire le file interventiste. Caratteristica in questo senso fu l’attività del deputato socialista trentino Cesare Battisti, che percorse tutta l’Italia per convincere i suoi compatrioti che «l’ora di Trento è suonata» e che il socialismo non può ignorare le radici nazionali e le ragioni dell’appartenenza nazionale. Ma forse la vicenda più rappresentativa delle divisioni interne dei socialisti, fu la fuoriuscita del direttore dellAvanti! e giovane leader del partito, Benito Mussolini, prima dal giornale e infine dal partito stesso. Ma il cambiamento di rotta di Mussolini non rimase una scelta personale, venne anzi condivisa dalla sezione milanese del partito, e venne utilizzata dal mondo politico per puntare il dito contro le divisioni interne ai neutralisti. Il 10 novembre Mussolini dichiarò che «il vecchio antipatriottismo è tramontato» e cinque giorni dopo, sul primo numero de Il Popolo d’Italia (fondato dallo stesso Mussolini), uscì il famoso pezzo Audacia in cui Mussolini scrisse a favore della guerra. Queste prese di posizione dei socialisti a favore della guerra, non erano, per la maggior parte conversioni improvvise. Fondamentalmente, pur con motivazioni e obiettivi diversi, c’era la convinzione della maggior parte delle correnti politiche dell’epoca che la guerra era destinata a cambiare il mondo, per cui era impossibile e poco augurabile, rimanerne fuori, in quanto essa avrebbe comunque travolto le vecchie convinzioni e i vecchi equilibri Ciò spiega lo schieramento a favore della guerra di uomini e gruppi che si rifacevano alla tradizione socialista e democratica, definendo quello che successivamente venne chiamato «interventismo democratico» o nel caso dei socialisti, «rivoluzionario». Per questi ultimi la guerra era auspicabile come base di partenza per il «grande incendio che avrebbe travolto tutto il vecchio ordine», che avrebbe portato a una rivoluzione sociale, e come scrisse il 5 dicembre 1914 Filippo Corridoni sullAvanguardia, avrebbe permesso di: «… spianare la via della rivoluzione sociale, eliminando gli ultimi rimasugli della preponderanza feudale» consentendo la presa di coscienza di classe del proletariato.

La partecipazione dellItalia alla prima guerra mondiale ebbe inizio il 24 maggio 1915, circa dieci mesi dopo l’avvio del conflitto, durante i quali il paese conobbe grandi mutamenti politici, con la rottura degli equilibri giolittiani e l’affermazione di un quadro politico rivolto a mire espansionistiche, legate al fervore patriottico e a ideali risorgimentali e si concluse il 4 novembre 1918, con il proclama della Vittoria

Durante i primi mesi di guerra l’Italia era fortemente armata e la propaganda bellica contro la Monarchia austro-ungarica si faceva sempre più aggressiva, tuttavia, sia la preparazione militare che quella psicologica alla guerra non erano assolutamente sufficiente.

L’Italia dovette presto abbandonare l’illusione di vincere velocemente il conflitto, basti pensare che soltanto lo scontro sulle Alpi tra Italia e Impero asburgico durò oltre tre anni senza che nessuna delle parti riportasse una sostanziale vittoria. Ciò era dovuto al fatto che le linee del fronte tra Austria e Italia correvano per lo più tra le montagne e spesso nel ghiaccio e nella neve.

Nel corso di 15 sanguinosi scontri nei pressi del fiume Isonzo e durante 3 scontri sul Piave entrambe le parti persero un totale di un milione di soldati senza che nessuna potesse dichiararsi vincitrice. 

L’entrata in guerra dell’Italia aprì un lungo fronte sulle Alpi Orientali, esteso dal confine con la Svizzera a ovest fino alle rive del mare Adriatico a est: qui, le forze del Regio Esercito sostennero il loro principale sforzo bellico contro le unità dell’Imperial regio Esercito austro-ungarico, con combattimenti concentrati nel settore delle Dolomiti, dell’Altopiano di Asiago e soprattutto nel Carso lungo le rive del fiume Isonzo. Contemporaneamente alle operazioni belliche, la guerra ebbe anche una profonda influenza sullo sviluppo industriale del paese, oltre ad avviare grandi cambiamenti in ambito sociale e politico. Il fronte interno giocò un ruolo fondamentale per il sostegno dello sforzo bellico: gran parte della vita civile e industriale fu completamente riadattata alle esigenze economiche e sociali che il fronte imponeva e comparvero la militarizzazione dell’industria, la soppressione dei diritti sindacali a favore della produzione di guerra, i razionamenti per la popolazione, l’entrata della donna nel mondo del lavoro e moltissime altre innovazioni sociali, politiche e culturali.

La guerra impose uno sforzo popolare mai visto prima; enormi masse di uomini furono mobilitate sul fronte interno così come sul fronte di battaglia, dove i soldati dovettero adattarsi alla dura vita di trincea, alle privazioni materiali e alla costante minaccia della morte, che impose ai combattenti la necessità di dover affrontare enormi conseguenze psicologiche collettive ed individuali, che andavano dalla nevrosi da combattimento, al reinserimento nella società, fino alla nascita delle associazioni dei reduci. Dopo una lunga serie di inconcludenti battaglie, la vittoria degli austro-tedeschi nella battaglia di Caporetto dell’ottobre-novembre 1917 fece arretrare il fronte fino alle rive del fiume Piave, dove la resistenza italiana si consolidò; solo la decisiva controffensiva di Vittorio Veneto e la rotta delle forze austro-ungariche sancì la stipula dell’armistizio di Villa Giusti il 3 novembre 1918 e la fine delle ostilità, che costarono al popolo italiano circa 650.000 caduti e un milione di feriti. La firma dei trattati di pace finali portò a una serie di contese sulla fissazione dei confini orientali del paese legati alla applicazione non completa del Patto di Londra, innescando una grave crisi politica interna sfociata nella cosiddetta “Impresa di Fiume“, cui si sommarono i rivolgimenti economici e sociali del biennio rosso; questi fattori gettarono poi le basi per il successivo avvento del regime fascista.

L’Italia, che aveva lottato al fianco dell’Intesa e quindi delle forze vincitrici, ottenne la città di Trieste, il Trentino, l’Alto Adige e l’Istria. Il Belpaese, tuttavia, pretese anche la strategica città-porto di Rijeka (Fiume) e parti della costa della Dalmazia che tuttavia non ottenne.