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Ronaldo, il Fenomeno ha 50 anni

Di — In Calcio, Sport
Settembre 22, 2026
Ronaldo

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Ronaldo LuisNazario de Lima, il Fenomeno ha cinquanta anni. Il campione del Brasile è stato uno dei più forti attaccanti della storia del calcio. I suoi anni li dimostra con quel profilo arrotondato che tradisce un regime alimentare fantasioso e qualche birretta con gli amici. Ma basta andare a rivedere qualcuno dei suoi gol per perdonarlo. . In Italia, è stato cinque anni all’Inter, uno e mezzo al Milan. Poteva scrivere tanta storia, ne ha scritta un poca. L’importante è che sia passato dal Bel Paese.Esplode giovanissimo nel Cruzeiro, impressiona l’Europa con il PSV Eindhoven e si consacra al Barcellona, vincendo il primo Pallone d’Oro a soli 21 anni.

Ronaldo ha compiuto cinquata anni il 18 settembre 2026, l’attaccante brasiliano lascia dietro di sé un’eredità sportiva che appare ancora oggi inarrivabile.  Debutta a soli 16 anni nel Cruzeiro segnando 44 gol in 47 partite. A 17 anni viene convocato senza scendere in campo per il Mondiale USA 94, vinto dal Brasile. Nel 1994 sbarca in Europa al PSV Eindhoven. In due stagioni realizza 54 reti in 57 gare, annichilendo le difese olandesi. Nel 1996 passa al Barcellona per una cifra record. È l’anno della consacrazione, segna 47 gol in 49 partite, vince la Coppa delle Coppe a soli ventuno anni.

Nel 1997 l’Inter paga la clausola rescissoria e lo porta a Milano. La prima stagione in Serie A è devastante: trascina i nerazzurri alla vittoria della Coppa UEFA 1998 con giocate iconiche: i doppi passi in finale contro la Lazio. Quando è arrivato lui, la nebbia se n’è andata da Milano. Spazzata via dalla potenza di quella stella iridescente, diradata dal fruscio inafferrabile della sua velocità. Quando è arrivato lui, era il giocatore più forte di tutti i tempi, nn ostate Pelè, Maradona, e Di Stefano. Fosse stato possibile clonare quell’anno, moltiplicarlo per quattro o per cinque, oggi nei bar non ci sarebbe nessuna discussione.

Nessuno meglio di lui. Nessuno meglio di Ronaldo quello che prendeva “in giro” gli avversari, quello che si è guadagnato per l’eternità l’appellativo di Fenomeno. Quella di Ronaldo è la storia di un giocatore che inizia come ne sono iniziate tante. Abbastanza povero da non avere i soldi per andare agli allenamenti in autobus, ma bravo per trovare qualcuno che gli pagasse non solo l’autobus ma anche il treno, l’aereo, la casa, il pane e il companatico. Era il signor Jairzinho, campione del mondo ventiquattro anni prima di lui, ma soprattutto uno che avendo giocato con Gerson Tostao Pelè e Rivelino di fenomeni ci capiva qualcosa. Poi è diventato tutto troppo facile, i soldi hanno iniziato a piovere, così come il resto, lusso, auto, donne.

Ronaldo, il Fenomeno ha cinquanta anni

Poteva fare di più, ma questo vale per tutti. Poteva impegnarsi in un paio di allenamenti supplementari anziché abbandonarsi tra le braccia accoglienti di mille bionde. Poteva mangiare un hamburger in meno, poteva evitare di camuffare un birrone gelato nella lattina della Coca-Cola. Poteva fare tutto questo e anche molto altro, allenarsi in vacanza come faceva il suo capitano. Poteva mordersi la lingua quando il senor Cuper gli chiedeva di svolgere la fase difensiva come Kallon e lui gli rispondeva a mente serena di chiedere a Kallon che facesse i suoi stessi gol. Non sarebbe cambiato molto, forse dieci gol in più, forse uno scudetto in Italia, forse un altro Pallone d’oro. Ma la differenza tra lui e quelli che nella storia sono rimasti sopra di lui l’hanno fatta i tendini, quegli strumenti meravigliosi che gli hanno dato forza inarrestabile ma che poi gli hanno intimato di dire basta, di mettersi a fare altro, con trenta chili in più ma con la stessa voglia di vivere.

E se fosse stato diverso non sarebbe stato lui, Ronaldo. Allergico alle feste comandate e agli allenamenti pianificati. Con il pallone tra i piedi andava a quaranta all’ora, senza pallone faticava a superare i quindici. Inconcepibile per lui l’assenza di competitività. La sua sfida: farsi portare via il pallone correndo all’indietro, contro tre difensori. Vinceva sempre lui, anche quando era più adulto e cicciottello. Se c’erano le ripetute da fare, aveva il mal di pancia. Le partitelle a un tocco, anche no. Partite vere, sempre e comunque. Il problema era solo uno: voleva essere Ronaldo per sempre, voleva essere il ragazzino sorridente con i suoi dentoni, voleva poter scegliere di ordinare un chilo di gelato alle due di notte anziché attenersi agli orari stabiliti per petto di pollo e insalatina verde. Voleva essere Ronaldo per sempre e invece gli chiedevano di essere Fenomeno. Proprio lì qualcosa si è rotto. C’è stato un corto circuito e allora non è stato più Ronaldo e non è stato più il Fenomeno, ma qualcosa a mezz’aria.

Ronaldo, il Fenomeno ha cinquanta anni

La sua era una Milano dalle due facce, quella spensierata vissuta da ventunenne in maglia nerazzurra dopo la stagione del decollo a Barcellona, poi quella più faticosa da trentenne appesantito ma ancora decisivo con la maglia rossonera, non abbastanza lunga da giocarsi il rapporto filiale con Massimo Moratti. Un gol in un derby perso alla fine si può anche perdonare limitandosi alla dedica di un gesto dell’ombrello. Finita lì, anche perché più o meno lì, tra una degenza e l’altra, è finita anche la sua seconda Milano, poco redditizia dal punto di vista della gloria sportiva personale, decisamente appagante sotto molti altri punti di vista, come l’ultima esperienza agonistica di altissimo livello, perché poi, il ritorno in Brasile con la maglia del Corinthians, è stato un’operazione più d’immagine che di ambizione. Nel suo curriculum diverse vittorie, ma almeno la metà di quelle che poteva raggiungere. Poco per colpa sua e molto per colpa delle contingenze, magari di quel famoso fallo di Iuliano al Delle Alpi, magari del suo crollo psicofisico il giorno della finale dei Mondiali, un po’ per quel black-out del 5 maggio.

Il resto lo hanno fatto le paure, perché tutti abbiamo paura di qualcosa, anche i potenziali fenomeni. A volte sono paure strane e incomprensibili. In questo caso non si può parlare di paura della vita o dell’infinito, nemmeno paura dei difensori che picchiano con una cattiveria ossessiva. La paura di Ronaldo è la più irrazionale ma anche la più banale di tutte, la paura del buio. E per vincerla non basta dormire con la luce accesa.

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