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Trump vuole ancora la Casa Bianca: il terzo mandato riapre il dibattito sui limiti del potere americano

Di In Politica
Luglio 26, 2026
Donald trump

Nelle scorse ore il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è tornato a far discutere come è suo solito fare   riaccendendo il dibattito sul futuro della politica americana. Il leader MAGA si è presentato alla cena dell’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca indossando un cappellino rosso con la scritta “Trump 2028”, lasciando intendere di non voler escludere una terza candidatura alla presidenza. Nel corso del suo intervento il Tycoon, come riportato dall’Ansa, ha alternato ironia e messaggi politici, dichiarando: “Questa è la mia intenzione per un terzo mandato come presidente degli Stati Uniti. Lo faremo. Ci divertiremo un po’. Ho vinto. Ho vinto tre volte. Ora lo farò di nuovo”. Trump ha poi aggiunto di essere ormai diventato “molto bravo” a candidarsi alla Casa Bianca.

Dal Nobel per la Pace alla svolta militare

Le parole del presidente americano arrivano a due anni dal suo ritorno alla Casa Bianca, dopo il primo mandato durato dal 2017 al 2021. Un arco temporale che consente già di tracciare un primo bilancio delle due presidenze Trump, profondamente diverse tra loro sul piano della politica estera.

Nel suo primo quadriennio il Tycoon si era distinto, seppur in modo discutibile secondo numerosi esperti di politica internazionale, soprattutto per aver evitato lo scoppio di nuove guerre su vasta scala.

Durante la prima presidenza Trump, infatti, non sono nati nuovi conflitti di ampia portata, fatta eccezione per l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione, morto il 3 gennaio 2020 in un attacco con un drone statunitense nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, in quello che possiamo tranquillamente considerare il preludio dell’escalation in corso tra Stati Uniti e Iran.

Le promesse di pace e il ritorno alla Casa Bianca

Nonostante ciò, Donald Trump ha ricevuto diverse candidature al Premio Nobel per la Pace e le promesse di mettere fine ai due grandi focolai della guerra globale — quello in Ucraina e quello di Gaza tra Israele e le forze di Hamas — hanno rappresentato il vero passe-partout per il suo ritorno alla Casa Bianca.

Il secondo tempo del magnate americano a Washington, tuttavia, non ha mantenuto le attese. Dopo un primo anno trascorso nel tentativo di ricoprire il ruolo di paciere, eccezion fatta per il braccio di ferro con l’Europa sul fronte dei dazi reciproci, il secondo anno si è distinto per aver riportato “Lady USA” a mostrare al mondo intero il suo volto più bellicoso.

Dalla Groenlandia all’Iran: il nuovo volto della politica estera americana

Le pretese territoriali sulla Groenlandia, autentico giacimento di risorse naturali, l’intervento di polizia in Venezuela del 5 gennaio, durante il quale sono stati tratti in arresto il presidente Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores, accusati da Washington di terrorismo e di essere a capo di un cartello di narcotrafficanti, hanno segnato un deciso cambio di passo.

Il 28 febbraio, inoltre, con l’operazione congiunta condotta insieme a Israele, denominata “Il Ruggito del Leone”, nella quale ha perso la vita l’ayatollah Ali Khamenei, è iniziato il conflitto con l’Iran, Paese con il quale già nel 2025 si erano registrate forti tensioni in seguito ai bombardamenti americani contro i siti nucleari della Repubblica islamica.

Le tensioni in Medio Oriente hanno portato anche alla chiusura dello strategico Stretto di Hormuz, divenuto il principale argomento dei vertici bilaterali tra le due nazioni e uno dei dossier che continuano a tenere il mondo con il fiato sospeso per il forte rialzo del prezzo del greggio registrato negli ultimi mesi. Al netto di tutto questo, una parte della popolazione iraniana e di quella venezuelana ha accolto con giubilo gli interventi degli Stati Uniti, auspicando un nuovo corso politico nei rispettivi Paesi dopo anni trascorsi sotto un regime teocratico, nel caso dell’Iran, e socialista, nel caso del Venezuela.

Il nodo del XXII Emendamento e le possibili strade costituzionali

Le dichiarazioni di Donald Trump sulla possibilità di un terzo mandato hanno riacceso un serio dibattito interno negli Stati Uniti. La Costituzione americana, precisamente con il XXII Emendamento, stabilisce che “nessuno può essere eletto alla carica di presidente per più di due mandati”. Tuttavia, l’attuale inquilino della Casa Bianca sostiene che esistano dei “metodi” per aggirare l’ostacolo giuridico previsto dall’attuale Carta costituzionale.

Uno di questi è la modifica dello stesso emendamento, già proposta da alcuni deputati repubblicani, ma che richiederebbe il sostegno dei due terzi della Camera dei Rappresentanti e del Senato. L’altra strada è quella della convention costituzionale, che può essere convocata su richiesta dei due terzi delle legislature statali (attualmente 34 Stati su 50). Una volta proposto, l’emendamento dovrebbe poi essere ratificato con una delle due modalità previste: dalle legislature di tre quarti degli Stati (oggi 38 su 50) oppure da convention di ratifica convocate in tre quarti degli Stati. Quest’ultima procedura è stata utilizzata una sola volta nella storia americana, per ratificare il XXI Emendamento, che nel 1933 abolì il proibizionismo. Una convention costituzionale nazionale per proporre un emendamento, invece, non è mai stata convocata.

Le dichiarazioni di Trump hanno fatto piombare il silenzio nella sala della cena dell’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca e riportano alla memoria anche il celebre bilaterale nello Studio Ovale con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, quando, lo scorso agosto, il Tycoon arrivò a sostenere che una futura guerra avrebbe potuto significare “niente più elezioni” negli Stati Uniti.

Il limite del potere e il futuro del Partito Repubblicano

Attorno a questo limite costituzionale si è così riacceso, nelle ultime ore, il dibattito politico e giuridico al di là dell’oceano, tra chi considera le parole di Donald Trump una semplice provocazione e chi, invece, intravede il tentativo di aprire un nuovo fronte sul piano istituzionale, figlio più dell’ego dell’attuale presidente americano che di una reale necessità politica.

Il potere deve avere dei limiti e anche il Partito Repubblicano, la forza politica più longeva d’America, deve poter esprimere nuove figure di riferimento come l’ex governatrice della Carolina del Sud Nikki Haley e l’attuale governatore della Florida Ron DeSantis, entrambi sfidanti di Trump nelle primarie del Grand Old Party (GOP). Un grande partito dovrebbe essere in grado di rinnovare la propria classe dirigente senza dover dipendere, ancora una volta, da un solo leader.