La Rivoluzione russa è stato un evento sociopolitico, avvenuto in Russia nel 1917, che portò al rovesciamento dell’Impero russo e alla creazione della Repubblica russa, succeduta dalla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e, nel 1922, in seguito alla guerra civile russa, dell’Unione Sovietica. Fu un tentativo di applicazione delle teorie sociali ed economiche di Karl Marx e Friedrich Engels.
All’inizio del 1917, l’Impero russo, che da tre anni combatteva nella prima guerra mondiale come membro della Triplice intesa, era stremato: le perdite ammontavano a più di sei milioni tra morti, feriti e prigionieri e, tranne alcune vittorie sul fronte austriaco, ormai vanificate dagli eventi, la Russia aveva subito una grave serie di sconfitte che avevano comportato la perdita della Polonia, di una parte di Paesi baltici e dell’Ucraina, portando così il fronte all’interno dei suoi stessi confini, mentre le condizioni del popolo si aggravavano fortemente.
Con una grande ricchezza di prodotti agricoli e minerari, l’Impero zarista poteva considerarsi autosufficiente e quindi non aveva grosse mire espansionistiche intese alla conquista di altri Stati allo scopo di procurarsi prodotti dei quali disponeva già in abbondanza.
L’espansionismo russo era motivato dalla ricerca di nuove basi commerciali, soprattutto marittime, in quanto per le vie di terra doveva per forza transitare attraverso barriere doganali e su suolo prevalentemente straniero. In mare e negli oceani le navi potevano invece muoversi liberamente approdando negli scali a loro più favorevoli.
Lo Zar ed i suoi ministri ritenevano che il futuro economico dell’Impero, garantito dalle numerose risorse del sottosuolo russo, fosse assicurato da un’agevole sbocco al mare. La Russia disponeva di due sbocchi al mare, ma entrambi condizionati dal volere della natura e degli uomini: uno sul Mare Artico che era di libero transito ma freddo e d’inverno impraticabile a causa del ghiaccio che ne rendeva impossibile la navigazione; uno sul Mar Nero che era caldo ma non di libero transito, in quanto sbarrato dagli stretti del Bosforo e dei Dardanelli.
A questo punto ai russi occorreva trovare uno sbocco su un mare che fosse nel contempo caldo e libero. Per questo motivo Nicola II decise di cercarlo nell’Oceano Pacifico, entrando però in contrasto con il Giappone: da questo contrasto ebbe inizio la guerra Russo Giapponese del 1904-05 che si concluse con la dura sconfitta subita a Port Arthur, ma soprattutto con la rovinosa sconfitta navale di Tsushima, nel corso della quale la quasi totalità della flotta russa inviata nel Pacifico venne distrutta dall’ammiraglio giapponese Togo.
Il Trattato di Pace di Portsmouth siglato il 5 settembre del 1905, lasciava alla Russia il possesso di Vladivostok, un porto pressoché inaccessibile nei mesi invernali.
Per sottrarre le proprie flotte a lunghi periodi di inattività, allo Zar non restava altro da fare che tentare di risolvere con l’uso della forza ed in maniera definitiva la questione degli stretti.
Infatti il Mar Nero comunica con il Mar Egeo e con il Mediterraneo per mezzo dello stretto del Bosforo, del Mar di Marmara e dello Stretto dei Dardanelli. Le misure molto ridotte di questo passaggio, che in alcuni punti non supera i 3 chilometri di larghezza, lo rendeva pressoché inaccessibile per chi non ne avesse posseduto le rive. Ne derivava quindi che nessuna flotta, per quanto potente e moderna, sarebbe riuscita a forzare gli stretti senza subire sensibili perdite.
Nessuna flotta russa poteva quindi uscire dal Mar Nero senza il consenso del governo Ottomano, sul cui territorio si trovavano le sponde dei due passaggi. Si può quindi facilmente intuire il perché, fin dalla sua creazione, l’Impero degli Zar abbia sempre puntato al possesso di Costantinopoli.
La prima a meditare la conquista di Istanbul fu Caterina II la Grande, ma dopo di lei anche i suoi successori ripresero con sempre più convinzione il progetto. L’eterna questione d’Oriente, mai definitivamente risolta, nonostante gli apparenti buoni rapporti correnti tra le Cancellerie europee covava sotto la cenere.
L’impero russo attendeva impaziente l’occasione propizia per riaccendere lo scontro finale che, secondo i suoi intendimenti, avrebbe dovuto consentirgli finalmente di ottenere quel corridoio che gli avrebbe aperto le porte del Mediterraneo e avrebbe tolto la Russia dall’isolamento nel quale era costretta.
Il regime zarista, chiuso a riccio nella difesa del principio dell’autocrazia, aveva ormai perso del tutto il contatto con la realtà della Russia, al punto che anche molti degli elementi conservatori delle classi tradizionalmente alleate del regime stavano prendendo coscienza che solo un’uscita di scena dello zar Nicola II avrebbe permesso loro di mantenere il controllo dello Stato. A Pietrogrado scoppiò la rivolta con la Rivoluzione di febbraio e il 2 marzo (15 marzo secondo il calendario gregoriano) Duma e Soviet di operai e soldati si accordarono per la deposizione dello zar e l’istituzione di un governo provvisorio formato da cadetti, menscevichi e socialisti rivoluzionari.
Si formò il governo provvisorio di Georgij L’vov, che indusse Nicola II ad abdicare. Mentre lo zar e la sua famiglia venivano arrestati, nel Paese si formarono due poteri: quello del governo provvisorio e quello dei soviet, formato da delegati eletti, compresi i bolscevichi. Contemporaneamente, si diffuse in tutto il paese il disfattismo nazionale, segno della crescente stanchezza verso la guerra. Il leader bolscevico Lenin, tornato dall’esilio, sostenne la necessità di trasformare la rivoluzione borghese di febbraio in rivoluzione proletaria, guidata dai soviet, e che mirava all’instaurazione di una società comunista. Nell’ottobre seguente i bolscevichi occuparono i punti nevralgici della capitale, dando vita alla Rivoluzione d’ottobre.
La vittoria dei bolscevichi portò al rovesciamento del Governo provvisorio russo e alla nascita della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, governata dal Consiglio dei commissari del popolo. Dal 1917 al 1921 esplose la guerra civile russa, che avrebbe visto la vittoria dell’Armata Rossa (bolscevichi) sull’Armata Bianca (contro-rivoluzionari) e ciò portò, nel 1922, all’istituzione dell’Unione Sovietica.
In quel periodo maturò presso larghi settori della borghesia e degli intellettuali un fenomeno di politicizzazione in relazione alla scoperta delle classi popolari e delle loro durissime condizioni di vita. Da tale orientamento si originò, negli anni settanta dell’Ottocento, il movimento populista, composto da molte correnti di pensiero, alcune orientate verso la prospettiva di un rovesciamento, anche violento, dello zarismo e dell’aristocrazia. Uno di questi gruppi (Volontà del popolo) organizzò l’assassinio di Alessandro II (13 marzo 1881), che pure a partire dagli anni sessanta dell’Ottocento aveva introdotto alcune caute riforme. I suoi successori (Alessandro III e Nicola II) tentarono di ristabilire il potere autocratico e sostennero una politica di controriforme e repressione politica, denunciata con forza, tra gli altri, dallo scrittore Lev Tolstoj nel 1902, in una lettera inviata allo stesso zar.
I populisti riponevano grande fiducia nelle potenzialità del popolo russo, in particolare del ceto rurale: essi prospettavano una rivoluzione contadina e guardavano quindi alla comunità di villaggio come ad un’organizzazione sociale ideale, nella speranza di evitare al loro paese i mali del capitalismo che dilaniavano l’Occidente. Il Partito Socialista Rivoluzionario russo, fondato nel 1901, si sarebbe ispirato a tale orientamento. Alcuni populisti in esilio (Georgij Valentinovič Plechanov, Pavel Aksel’rod, Vera Zasulic) si avvicinarono invece al marxismo, dando vita nel 1883 a Losanna alla organizzazione marxista russa, chiamata Emancipazione del lavoro. Negli anni successivi nacquero numerosi circoli marxisti: nel 1895 a San Pietroburgo fu fondata l‘Unione di Lotta per l’Emancipazione della Classe Operaia e nel 1898 a Minsk il Partito Operaio Socialdemocratico Russo.
Gli aderenti a questo partito, contrariamente ai populisti, auspicavano una rivoluzione mondiale, così come era stato teorizzato da Marx sulla base della contrapposizione, caratteristica del sistema capitalistico, tra borghesia e classe operaia. Diffidenti verso i contadini, i socialdemocratici erano quindi favorevoli ad uno sviluppo industriale del paese tale da favorire la formazione di un vasto proletariato e dunque da alimentare la prospettiva di allargamento della lotta di classe, dal quale sarebbe sorto il movimento rivoluzionario. Le condizioni di vita variavano a seconda dello stato sociale, ma in generale c’era una forte disuguaglianza. Gli zar e l’aristocrazia vivevano nel lusso, come il Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, mentre la maggior parte della popolazione era povera.

All’inizio del XX secolo, le condizioni di vita nelle campagne erano notevolmente peggiorate per la povertà. A ripetute sommosse contadine erano seguite manifestazioni di protesta di ferrovieri ed operai. Aveva inoltre ripreso vigore il terrorismo rivoluzionario: nel 1901 era stato assassinato il ministro dell’istruzione, nel 1902 quello degli interni e nel 1904 il successore di quest’ultimo. In quello stesso anno scoppiava la guerra con il Giappone. La Russia zarista viveva insomma un momento particolarmente difficile e il tradizionale sistema di potere autocratico rivelava tutta la sua debolezza: il conflitto russo-giapponese si concluse infatti con una sconfitta per i Russi.
Le trasformazioni politico-sociali in corso nel Paese non risolsero le tensioni sociali, difatti manifestazioni operaie e popolari sempre più frequenti indebolivano il regime. In una di queste, seguita ad uno sciopero generale cui avevano aderito 250 000 lavoratori, che ebbe luogo domenica 9 gennaio 1905, decine di migliaia di persone scesero pacificamente davanti al Palazzo d’Inverno, inneggiando allo zar. Essi erano convinti che lo zar, qualora fosse stato a conoscenza delle loro difficili condizioni di vita, avrebbe tentato di migliorarle. Per questo i manifestanti portavano una petizione con oltre 130 000 firme, in cui si chiedeva l’attuazione di riforme economiche e politiche: la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore, il salario minimo giornaliero, la convocazione di un’assemblea costituente. Per tutta risposta, i fucili delle truppe imperiali aprirono il fuoco sulla folla, lasciando sul terreno oltre duemila feriti e centinaia di morti e per questo viene ricordata come domenica di sangue. Così, scomparve definitivamente anche la fiducia che il popolo russo aveva da sempre riposto nello zar.
Lo sdegno suscitato da questo episodio moltiplicò nel paese le manifestazioni di protesta. I socialdemocratici, pur divisi in due fazioni (bolscevichi e menscevichi), già dal loro secondo congresso (1903) tentarono di porsi a capo del moto popolare. Consigli di operai (soviet) si formarono a Mosca, San Pietroburgo e in altre città, mentre nelle campagne dilagarono le rivolte contro i proprietari terrieri. Era generale la richiesta di una maggiore rappresentatività del governo, che rifletteva la nuova spinta alla mobilitazione del popolo. Stavano nascendo infatti nuovi partiti.

Nel 1914 l’Impero russo scese in guerra a fianco degli Stati dell’Intesa contro gli Imperi centrali. Dopo alcuni confronti iniziali, venne alla luce l’arretratezza del sistema economico russo e nel 1915 ebbe luogo la grande ritirata, con la quale la Russia perse il controllo della Galizia e della Polonia. L’anno successivo i russi ottennero comunque un’importante vittoria nella cosiddetta offensiva Brusilov, dal nome del generale che la eseguì, contro i tedeschi e gli austro-ungarici, ma ormai il malumore serpeggiava tra le truppe, causa l’ingente numero di perdite subite e di prigionieri catturati, e nel paese, per le crescenti difficoltà economiche a cui dovette far fronte la popolazione.

All’inizio del 1917, la Russia era un paese in preda a una forte tensione sociale, causata dall’andamento della guerra. Al fronte, infatti, le pesanti sconfitte, la perdita di milioni di uomini e un sistema precario di rifornimenti avevano sostanzialmente depresso il morale dell’esercito, composto in gran parte da contadini che non desideravano null’altro se non tornare al proprio villaggio.
Oltre che per i soldati al fronte, le condizioni di vita erano difficili anche per la popolazione civile, in quanto la mobilitazione di grandi masse di contadini aveva drasticamente ridotto il numero di persone addette ai lavori agricoli e ciò aveva causato un crollo verticale della produzione cerealicola, mentre nelle città, anche a causa dello stato disastroso in cui versava il sistema ferroviario, mancavano viveri e combustibile.
Le difficili situazioni economiche erano esacerbate dal collasso del potere esecutivo: con la partenza dello zar, Nicola II, che aveva l’obiettivo di condurre personalmente le campagne militari dal fronte, il governo, minato all’interno da continue lotte di potere, che avevano portato ad un continuo cambio di ministri, aveva perso ogni compattezza e la capacità di controllare il paese reale; ormai gran parte della gestione dei rifornimenti e della produzione era caduta sostanzialmente nelle mani di cooperative e sindacati.