Nonostante le provocazioni dello “Zar”, che in più occasioni ha paventato lo spettro dell’utilizzo di armi nucleari, la comunità internazionale ha cercato di stemperare le tensioni e di favorire un dialogo tra il leader del Cremlino e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Dall’ex premier ungherese Viktor Orbán all’ex cancelliere tedesco Olaf Scholz, fino ad arrivare allo storico faccia a faccia tra Putin e Donald Trump nella base militare di Anchorage, in Alaska, si sono susseguiti numerosi tentativi diplomatici, tutti conclusisi però con un nulla di fatto.
Zelensky tende la mano, Putin chiude la porta
L’ennesimo tentativo di riaprire un canale diplomatico tra Mosca e Kiev si è però infranto nelle ultime ore contro il muro eretto dal Cremlino. Volodymyr Zelensky ha infatti inviato una lettera aperta a Vladimir Putin chiedendo un incontro diretto tra i due leader nel tentativo di sbloccare una situazione che, dopo oltre quattro anni di guerra, appare sempre più impantanata.
La risposta del presidente russo non si è fatta attendere. Intervenendo al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Putin ha liquidato la proposta definendola sostanzialmente inutile nelle condizioni attuali, sostenendo che un eventuale vertice potrà avvenire soltanto quando le delegazioni dei due Paesi avranno raggiunto un’intesa concreta sui punti fondamentali del conflitto.
Una posizione che conferma la linea adottata da Mosca fin dall’inizio delle trattative: prima gli accordi tecnici e politici, poi eventualmente l’incontro tra i capi di Stato. Non solo. Il leader del Cremlino ha ribadito che gli obiettivi dell’operazione militare restano invariati, a partire dal riconoscimento delle regioni occupate e dalla rinuncia dell’Ucraina a entrare nella NATO.
Parole che hanno provocato l’immediata reazione di Zelensky, il quale ha accusato la Russia di non voler realmente mettere fine alla guerra. Secondo il presidente ucraino, la risposta arrivata da San Pietroburgo dimostrerebbe ancora una volta come Mosca continui a privilegiare la strada militare rispetto a quella diplomatica.
L’impressione, almeno per il momento, è che il dialogo resti fermo al punto di partenza. Né i tentativi europei di mediazione promossi da Francia, Germania e Regno Unito, né la nuova iniziativa del leader ucraino sembrano aver modificato la posizione del Cremlino, che continua a ritenere il vantaggio militare sul terreno il principale strumento negoziale.
L’Europa tra sostegno a Kiev e isolamento di Mosca
Dopo questo ennesimo rifiuto da parte di Vladimir Putin, che a quanto pare vuole chiudere la guerra avendo l’ultima parola in merito e soprattutto alle proprie condizioni, il conflitto tra Russia e Ucraina sembra destinato ad andare avanti ancora a lungo senza un vero vincitore.
Da una parte c’è Mosca che, ormai da anni, ha gettato l’ancora nei territori occupati, stanziandosi stabilmente in Crimea e in ampie porzioni delle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporižžja e Cherson. Dall’altra c’è Kiev, che continua a resistere soprattutto grazie al sostegno garantito dagli alleati europei e occidentali.
La vera sconfitta di questa guerra, oltre ai due popoli costretti a sopportarne gli orrori e le difficoltà quotidiane, è però l’Unione Europea che, invece di prendere apertamente le parti di uno dei contendenti, quello invaso, avrebbe dovuto cercare di ergersi ad arbitro del conflitto e favorire un dialogo tra le parti.
Con questa netta presa di posizione nei confronti di Zelensky, che in questi anni ha chiesto aiuti con una guisa che a tratti ricordava quella di un bambino che scrive la letterina a Babbo Natale per ricevere i regali, invece di compiere prima il passo tentato nei giorni scorsi, Bruxelles non è riuscita a favorire una soluzione che avrebbe potuto risparmiare ulteriori sofferenze agli ucraini e soprattutto a quei giovani che hanno scelto di difendere la propria patria, un sentimento che, da queste latitudini, sembra ormai sconosciuto a molti.
Allo stesso tempo, l’atteggiamento europeo ha contribuito ad allontanare ulteriormente la Russia dall’Occidente, spingendola verso un rafforzamento dei rapporti con Cina e Iran. Un esito che assume un peso ancora maggiore se si considera che Mosca, al netto della figura di Vladimir Putin, rappresenta uno dei più importanti serbatoi mondiali di materie prime e risorse strategiche.
Una situazione che rappresenta, secondo questa lettura, l’ennesima dimostrazione di come l’Unione Europea dovrebbe ripensare il proprio approccio alla politica estera, ragionando maggiormente sul piano del realismo politico e degli interessi strategici piuttosto che su quello, spesso astratto, del moralismo internazionale.