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C’eravamo tanto amati: la frattura tra Trump e Netanyahu si allarga

Di In Politica
Giugno 08, 2026
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Il sodalizio tra il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu inizia a scricchiolare. Il pomo della discordia sono stati i bombardamenti dell’IDF contro il Libano che, oltre le vittime e i danni in quella zona, stanno prolungando la cosiddetta Terza guerra del Golfo con l’Iran; cominciata lo scorso 28 febbraio con l’operazione “il Ruggito del Leone”. I negoziati con lo Stato del Medio Oriente vanno avanti ma non si è ancora arrivati alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Già nei giorni scorsi l’inquilino della Casa Bianca aveva detto al Primo ministro dello Stato ebraico, secondo fonti Axios, “Sei un dannato pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me, ti sto salvando”. E ancora, in un crescendo, “tutti ti odiano adesso, tutti odiano Israele per questo”.

Le parole attribuite a Trump rappresentano probabilmente il punto più basso nei rapporti tra i due leader da quando il tycoon è tornato alla Casa Bianca. Se fino a pochi mesi fa Washington e Tel Aviv apparivano come un blocco compatto nella gestione della crisi mediorientale, oggi emergono crepe sempre più evidenti sulle modalità con cui affrontare il dossier iraniano.

L’attacco di Netanyahu all’Europa e i “disaccordi tattici” con Trump

Netanyahu, in un’intervista alla Cnbc a Gerusalemme, ha attaccato duramente diversi leader europei, accusandoli di non sostenere con sufficiente decisione Israele e di non comprendere la minaccia rappresentata dalle organizzazioni radicali nella regione. Il premier israeliano ha criticato anche parte dei media occidentali e le piattaforme social, sostenendo che diffondano una narrazione “ingiusta e distorta” sul conflitto in Medio Oriente.

Nei giorni scorsi, inoltre, il premier israeliano ha minimizzato le ipotesi di tensione con l’alleato americano, definendo i rapporti tra i due Paesi solidi e parlando solo di “disaccordi tattici”, senza alcuna frattura strategica. Le divisioni, tuttavia, restano sulla condotta del conflitto in Medio Oriente.

La strategia americana sul dossier iraniano e la linea dura di Israele

L’obiettivo dell’amministrazione americana resta infatti quello di arrivare a un’intesa con Teheran che possa garantire la sicurezza della regione, la ripresa dei traffici commerciali nel Golfo Persico e soprattutto la riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico da cui transita una quota significativa delle forniture energetiche mondiali. Un risultato che Trump considera fondamentale anche per evitare nuove tensioni sui mercati internazionali e sui prezzi dell’energia.

Israele, invece, continua a mantenere una linea più aggressiva. Nelle ultime ore l’Aviazione dello Stato ebraico ha colpito diversi obiettivi ritenuti collegati all’apparato militare e logistico iraniano, inclusi siti strategici legati al comparto energetico. Raid che, secondo diverse ricostruzioni, sarebbero avvenuti proprio mentre Washington stava cercando di consolidare il fragile percorso negoziale avviato con la Repubblica Islamica.

Da Teheran la reazione non si è fatta attendere. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha accusato apertamente gli Stati Uniti di essere corresponsabili dell’escalation, sostenendo che le operazioni militari israeliane non possano essere considerate indipendenti dalla strategia americana nella regione. Una posizione che conferma come la leadership iraniana continui a vedere Washington e Tel Aviv come due facce della stessa medaglia, nonostante le tensioni emerse tra Trump e Netanyahu.

Il ritorno degli Houthi e la minaccia nel Mar Rosso

Nel frattempo, a complicare ulteriormente il quadro, si registra il ritorno sulla scena degli Houthi yemeniti, gruppo armato sostenuto dall’Iran. I ribelli hanno annunciato nuovi lanci missilistici contro Israele e minacciato di impedire il passaggio delle navi israeliane nel Mar Rosso, riaprendo uno scenario che rischia di mettere nuovamente sotto pressione una delle principali rotte commerciali del pianeta.

Gli Houthi erano già saliti agli onori della cronaca internazionale nel 2024, quando avevano compiuto diverse azioni nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, tra cui l’attacco alla nave petroliera americana Thorm Thor e l’abbattimento di un drone intercettato dalla nave della Marina Militare italiana Caio Duilio durante la sua attività nel Mar Rosso il 2 marzo dello stesso anno.

Un conflitto sempre più frammentato

La sensazione è che la cosiddetta Terza guerra del Golfo sia entrata in una fase diversa rispetto ai mesi scorsi. Se all’inizio del conflitto il fronte occidentale appariva compatto nel sostegno a Israele, oggi emergono divergenze sempre più marcate tra gli interessi strategici di Washington e quelli del governo dello Stato ebraico.

Trump punta a chiudere la partita diplomatica e a presentarsi come l’uomo che ha riportato stabilità in Medio Oriente. Netanyahu, al contrario, sembra convinto che la pressione militare resti l’unico strumento efficace per contenere l’influenza iraniana nella regione.

Da qui la distanza sempre più evidente tra i due leader, che non è più soltanto una sfumatura diplomatica ma un elemento politico centrale nella gestione della crisi mediorientale. In questo spazio sempre più stretto tra diplomazia e guerra, la frattura tra Washington e Tel Aviv rischia di diventare uno dei fattori determinanti dei prossimi sviluppi del conflitto, con ripercussioni che vanno ben oltre i confini del Medio Oriente. Vedremo, prossimamente, se i due leader troveranno una nuova comunione d’intenti oppure se l’alleanza tra gli attuali leader politici di USA e Israele sarà archiviata e ricordata come una delle tante storie di potere finite con un “c’eravamo tanto amati”.