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Dal caso Roggero alla legge elettorale: la politica delle distrazioni di massa e delle battaglie identitarie

Di In Politica
Luglio 23, 2026
Meloni salvini tajani image photo

L’estate 2026, oltre che per il caldo torrido e per il secondo Mondiale vinto dalla Spagna in America, potrebbe finire agli annali anche per gli argomenti di distrazione di massa sui quali la classe politica italiana si sta concentrando, evitando di affrontare tematiche scomode o di dover fornire spiegazioni e soluzioni credibili.

I “casi bandiera” sono sostanzialmente due: la vicenda del gioielliere Mario Roggero, condannato a 14 anni e 9 mesi di carcere dopo l’uccisione di due rapinatori e il ferimento di un terzo in seguito alla rapina subita il 28 aprile 2021 nella sua gioielleria, sulla quale i partiti di destra, come la Lega di Matteo Salvini e Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, stanno portando avanti un’autentica battaglia di solidarietà. Il leader del Carroccio si è detto addirittura pronto a candidare Roggero nelle liste del partito alle prossime elezioni politiche.

Sul fronte opposto, le sinistre chiedono invece giustizia per Abderrahim Fakir, il 42enne marocchino morto in via Svevo, al Pilastro di Bologna, durante un fermo di polizia e sulla cui morte la Procura sta indagando per accertarne le cause.

Al netto dei precedenti dei protagonisti delle due tragiche vicende, in Italia si continua a puntare il dito e a aizzare le folle, invece di concentrare energie su questioni realmente strategiche per il Paese, come quelle ambientali, economiche e sociali.

Del resto, se il dibattito politico si alimenta sempre più di simboli e polemiche, anche la comunicazione segue la stessa strada. E, a proposito di argomenti di distrazione di massa, come non citare il video generato con l’intelligenza artificiale in cui il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, vestito da generale romano, condanna a morte i principali leader del fronte progressista — Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini — legati al centro dell’arena con il celebre gesto del pollice verso.

Dal filmato ha preso le distanze anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pur comparendo essa stessa nel video. Un episodio che dimostra come l’ex militare si sia ormai messo sulle orme di Donald Trump, il quale negli ultimi mesi ha pubblicato diversi video generati con l’intelligenza artificiale, alcuni dei quali anche di cattivo gusto, confermando ancora una volta la stretta influenza che la comunicazione politica americana esercita su una parte della destra sovranista.

La riforma elettorale infiamma il confronto politico

Mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi su vicende ad alto impatto mediatico, nelle istituzioni si è però consumato uno scontro ben più rilevante sul piano politico.

La riforma della legge elettorale si è infatti prepotentemente presa la scena della politica italiana, dividendo il dibattito e creando nuove tensioni all’interno della maggioranza. Un tema delicato, capace di provocare uno scossone come quello verificatosi la scorsa settimana a Montecitorio, dove la Camera dei deputati ha respinto, con voto segreto, l’emendamento della maggioranza sulle preferenze.

La modalità con cui si è svolta la votazione, pur essendo perfettamente legittima, ha suscitato la contrarietà del premier e della stessa maggioranza, che in quell’occasione ha mostrato le prime crepe. A esprimere parere favorevole all’emendamento sono stati Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, con l’appoggio di Noi Moderati di Maurizio Lupi e dell’Unione di Centro di Pier Ferdinando Casini.

Tuttavia, tra le fila della maggioranza non sono mancati i cosiddetti “franchi tiratori”, che, sfruttando la possibilità garantita dal voto segreto, hanno votato contro insieme ai partiti del centrosinistra. Questi ultimi, nelle settimane precedenti, avevano accusato il governo di impiegare tempo ed energie su argomenti ritenuti secondari, come la riforma della legge elettorale.

Il campo largo ha così bocciato l’introduzione delle preferenze, chiedendo successivamente le dimissioni di Giorgia Meloni dopo che la sua maggioranza è andata sotto per un solo voto, pur confermando il proprio sostegno alla proposta relativa al voto dei fuorisede.

Cosa è successo alla Camera: la legge passa, ma lo scontro sulle preferenze resta aperto

La vicenda parlamentare è stata molto più articolata di quanto il dibattito politico abbia lasciato intendere. Prima del voto finale sulla riforma elettorale, la Camera dei deputati era stata chiamata a esprimersi sull’emendamento relativo all’introduzione delle preferenze, bocciato per un solo voto. Il giorno successivo non è stata invece approvata neppure una proposta analoga presentata da Futuro Nazionale, il partito guidato da Roberto Vannacci.

Solo dopo il doppio stop agli emendamenti sulle preferenze l’Aula è passata all’esame del testo complessivo della riforma. La domanda politica, a quel punto, non era più se introdurre o meno le preferenze, bensì se approvare comunque la nuova legge elettorale così come uscita dall’esame degli emendamenti. Su questo punto la maggioranza ha ritrovato la compattezza e il provvedimento è stato approvato.

L’opposizione ha però duramente contestato l’esito del voto. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha accusato le opposizioni di definire “non centrali” le preferenze salvo poi protestare per l’approvazione di una legge che, almeno nella sua versione attuale, continua a prevedere liste bloccate. Le parole del premier hanno provocato la reazione delle opposizioni, che hanno inscenato una vivace protesta in Aula tra urla, cartelli e accuse rivolte alla maggioranza. Il deputato di Più Europa Riccardo Magi ha parlato di una “deriva autoritaria” e di una legge destinata a compromettere la rappresentanza democratica, mentre dai banchi del centrosinistra sono comparsi cartelli di protesta contro il governo.

Nel merito, il testo approvato introduce l’indicazione sulla scheda del candidato alla Presidenza del Consiglio, un premio di maggioranza per la coalizione che supera il 42 per cento dei voti, l’esclusione delle liste minori che non raggiungono le soglie previste e, qualora nessuna coalizione raggiunga quella percentuale, una ripartizione proporzionale dei seggi. Resta invece irrisolta la questione delle preferenze, poiché il testo continua a prevedere liste bloccate.

La maggioranza può dunque rivendicare di aver superato il primo vero ostacolo parlamentare sulla riforma elettorale, ma la partita è tutt’altro che chiusa. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato, dove Fratelli d’Italia potrebbe tentare di reinserire il meccanismo delle preferenze. In quel caso, però, qualsiasi modifica costringerebbe il testo a un nuovo passaggio alla Camera, prolungando ulteriormente il confronto su una delle riforme più controverse della legislatura.

Le opposizioni contro la norma “anti-cespugli”: “Così si cancellano milioni di voti”

Come riportato da Open, dopo il via libera della Camera alla nuova legge elettorale si è aperto un nuovo fronte di scontro sulla cosiddetta norma “anti-cespugli”, introdotta dalla maggioranza attraverso un emendamento di Forza Italia. La disposizione prevede che i voti raccolti dalle liste di una coalizione che non raggiungono il 3% non contribuiscano più al risultato complessivo della coalizione stessa, fatta eccezione per la lista più votata tra quelle escluse, definita “miglior perdente”.

Secondo le forze minori del centrosinistra, riunite alla Camera per contestare la modifica, il rischio è quello di trasformare centinaia di migliaia di consensi in voti privi di peso politico. Il segretario di Più Europa Riccardo Magi ha annunciato battaglia al Senato, sostenendo che la norma penalizzerebbe la rappresentanza degli elettori, mentre il costituzionalista Enrico Grosso ha sollevato dubbi sulla compatibilità della misura con il principio di uguaglianza del voto sancito dall’articolo 48 della Costituzione.

Le opposizioni hanno quindi chiesto una revisione del testo durante l’esame a Palazzo Madama, annunciando che, in caso di mancata modifica, la questione potrebbe essere portata anche all’attenzione del Presidente della Repubblica.

La partita delle preferenze

La partita sulla legge elettorale continua a riservare sorprese e conferma ancora una volta come gli equilibri della politica italiana siano in continua evoluzione. Dopo la bocciatura in Aula dell’emendamento sulle preferenze, arrivata nei giorni scorsi con il voto segreto, alla Camera si è consumato un nuovo capitolo destinato ad alimentare tensioni all’interno del centrodestra.

Questa volta la proposta è stata presentata dal deputato di Futuro Nazionale Edoardo Ziello e puntava a reintrodurre la possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i candidati attraverso le preferenze. In un primo momento la maggioranza sembrava orientata a respingere l’emendamento, ma durante l’esame parlamentare Forza Italia ha cambiato posizione, decidendo di sostenere la modifica.

Una scelta che ha creato una nuova frattura all’interno della maggioranza. Lega e Fratelli d’Italia hanno infatti votato contro la proposta, mentre Forza Italia si è schierata a favore. Anche questa volta il voto segreto si è rivelato decisivo: l’emendamento è stato bocciato, confermando però un quadro politico tutt’altro che statico.

Il dato più significativo è rappresentato dalla posizione assunta da Fratelli d’Italia, che per la prima volta ha scelto la strada dell’astensione, collocandosi di fatto sulla stessa linea della Lega e segnando una divisione interna al centrodestra su un tema delicato come quello della scelta dei parlamentari.

La vicenda dimostra ancora una volta come la legge elettorale sia diventata un terreno di confronto non soltanto sulle regole del voto, ma anche sugli equilibri futuri della maggioranza. Una partita nella quale ogni forza politica cerca di difendere il proprio spazio e il proprio peso all’interno della coalizione.

Meloni e Vannacci: quando la politica crea “strani compagni di letto”

Lo scenario più interessante riguarda però il rapporto tra Giorgia Meloni e Roberto Vannacci. Nonostante le distanze emerse negli ultimi mesi e la competizione tra Fratelli d’Italia e il movimento del generale, la politica italiana insegna che gli equilibri possono cambiare rapidamente.

Gli scenari politici in continua evoluzione possono infatti generare quelli che, nel linguaggio della politica, vengono definiti “strani compagni di letto”: alleanze o convergenze che fino a poco tempo prima sembravano impensabili. Un eventuale riavvicinamento tra Meloni e Vannacci appare oggi complesso, ma non può essere escluso a priori in un quadro in cui il centrodestra è chiamato a mantenere compattezza e consenso.

La premier potrebbe infatti valutare un dialogo con il generale qualora emergesse la necessità di ricomporre alcune fratture nell’area conservatrice e rafforzare il fronte in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

La politica, del resto, è fatta anche di cambiamenti improvvisi, compromessi e nuove alleanze. E la storia italiana dimostra che spesso quelli che sembravano essere avversari inconciliabili possono ritrovarsi, in determinate condizioni, seduti allo stesso tavolo.

La legge elettorale approderà al voto a settembre

Come riportato dall’Agi, il dossier della nuova legge elettorale continua a generare tensioni a Palazzo Madama, sia sul nodo delle preferenze sia sul calendario dei lavori parlamentari. Il termine per la presentazione degli emendamenti dovrebbe essere fissato ai primi di agosto, mentre l’esame in Commissione Affari costituzionali e il successivo voto in Aula sono previsti per il mese di settembre. Resta quindi aperto il confronto tra maggioranza e opposizione, ma anche all’interno dello stesso centrodestra, dove Fratelli d’Italia e Forza Italia mantengono posizioni differenti sulla possibilità di reintrodurre le preferenze e consentire agli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti in Parlamento. La premier Giorgia Meloni difende l’impianto della riforma, ritenendola uno strumento necessario per garantire stabilità e governabilità, mentre gli alleati valutano eventuali modifiche durante l’iter al Senato.