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Melonellum, la nuova legge elettorale divide la politica: cosa cambia verso il voto del 2027

Di In Politica
Giugno 28, 2026
Meloni salvini tajani image photo

La XIX legislatura, iniziata nell’ottobre 2022 in seguito alle elezioni politiche del 25 settembre dello stesso anno e che ha visto, per la prima volta nella storia repubblicana, una donna alla guida del governo, Giorgia Meloni, volge ormai al termine.

L’esecutivo di centrodestra a trazione Fratelli d’Italia sta infatti battendo ogni record di longevità, superando anche il secondo governo Berlusconi, rimasto alla guida della nazione dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005.

Longevità a parte, le opposizioni e gli osservatori più critici continuano a rimproverare al governo Meloni di non aver portato a compimento molte delle riforme promesse agli italiani durante la campagna elettorale: dal premierato all’autonomia differenziata, passando per la riforma della giustizia, bocciata dalla volontà popolare nel referendum dello scorso marzo, fino alle grandi opere come il Ponte sullo Stretto di Messina, il cui progetto è stato respinto dalla Corte dei conti nelle settimane precedenti.

Negli ultimi mesi, invece, la maggioranza ha concentrato gran parte delle proprie energie su una sfida di grande attualità: la riforma della legge elettorale, fortemente contestata dal centrosinistra. Le opposizioni ritengono infatti che, in un contesto internazionale segnato dalla guerra in Medio Oriente tra l’Iran e l’asse, ormai sempre più traballante, formato da Stati Uniti e Israele, con il conseguente aumento del prezzo del petrolio e dei carburanti, tornati a sfiorare i due euro al litro, le priorità del Paese dovrebbero essere ben altre.

Quello della legge elettorale rappresenta però un cruccio tutto italiano. Negli anni della cosiddetta Prima Repubblica si sono susseguiti accesi dibattiti tra chi riteneva necessario garantire maggiore stabilità ai governi all’interno di un sistema proporzionale, nel quale bastava davvero poco per rompere gli equilibri parlamentari, e chi invece difendeva l’assetto esistente nel timore che un rafforzamento dell’esecutivo potesse favorire derive autoritarie, memore dell’eccessiva concentrazione del potere sperimentata durante il Ventennio fascista.

Tutto cambiò nel 1993 con l’introduzione del sistema elettorale misto, a prevalenza maggioritaria (75%) e per la restante parte proporzionale (25%). Una riforma passata alla storia come “Mattarellum”, dal nome dell’allora deputato Sergio Mattarella, oggi Presidente della Repubblica, approvata durante il primo governo tecnico della storia repubblicana guidato da Carlo Azeglio Ciampi, anch’egli destinato, qualche anno più tardi, a diventare Capo dello Stato.

La vera svolta arrivò però nel 2005, quando il Parlamento approvò la legge elettorale proposta dal leghista Roberto Calderoli, introducendo il premio di maggioranza e, soprattutto, le liste bloccate, sottraendo agli elettori quello che, almeno in teoria, rappresenta il vero premio della politica: la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti.

C’è però anche chi continua a preferire il sistema vigente, sostenendo che il voto di preferenza finisca inevitabilmente per aumentare i costi delle campagne elettorali e favorire fenomeni di clientelismo e corruzione. Non è un caso, infatti, che sia l’Italicum sia l’attuale Rosatellum abbiano mantenuto il sistema delle liste bloccate, segno di un dibattito che, a distanza di oltre trent’anni, continua ancora oggi a dividere la politica italiana.

Cosa prevede il Melonellum?

La riforma della legge elettorale approvata dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera, e destinata ad approdare in Aula nelle prossime settimane, introduce un sistema proporzionale corretto da un premio di governabilità con l’obiettivo dichiarato di garantire maggiore stabilità ai governi senza rinunciare alla rappresentanza parlamentare.

Il cosiddetto “Melonellum” prevede un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato a favore della lista o della coalizione che ottenga almeno il 42% dei voti e risulti prima in entrambi i rami del Parlamento. Il premio, tuttavia, non potrà superare un tetto massimo di 220 deputati a Montecitorio e 113 senatori a Palazzo Madama. Qualora nessuna forza politica raggiungesse la soglia del 42%, il sistema tornerebbe automaticamente a un proporzionale puro, senza alcun premio di maggioranza.

Come avviene già con il Rosatellum, restano le liste bloccate, senza la possibilità per gli elettori di esprimere preferenze sui candidati. Rimangono inoltre in vigore le soglie di sbarramento del 3% per le liste e del 10% per le coalizioni, con l’introduzione del cosiddetto ripescaggio della lista coalizzata che abbia ottenuto il miglior risultato.

Tra le novità figura anche l’obbligo, per partiti e coalizioni, di indicare già al momento della presentazione del simbolo il nome della persona proposta come presidente del Consiglio insieme al programma elettorale. Resta comunque ferma la prerogativa del Presidente della Repubblica di conferire l’incarico di governo secondo quanto previsto dalla Costituzione.

Uno degli aspetti più discussi riguarda infine la raccolta delle firme. La riforma stabilisce infatti che saranno esonerate soltanto le forze politiche che abbiano costituito un gruppo parlamentare alla Camera o al Senato entro il 31 dicembre 2025. Una previsione che, se confermata nel testo definitivo, rischia di penalizzare i nuovi soggetti politici nati successivamente, come Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, costretti a raccogliere le sottoscrizioni necessarie per presentare le proprie liste alle elezioni.

Le proteste delle opposizioni 

Nel corso dell’esame della riforma elettorale alla Camera si sono registrate forti tensioni in Aula. Il segretario di +Europa Riccardo Magi è stato espulso dopo ripetuti richiami della presidente di turno Anna Ascani, a seguito dell’esposizione di un facsimile della scheda elettorale con la scritta “Il tuo voto non conta”, gesto che ha portato alla sospensione dei lavori.

Nel suo intervento, Magi ha contestato duramente la riforma, definendola un ridimensionamento della rappresentanza democratica e accusando il nuovo sistema di rafforzare il ruolo del candidato premier a scapito del rapporto diretto tra eletti ed elettori, fino a configurare — sul piano politico — un “colpo di Stato elettorale” in forma “mite e burocratica”.

Nel comunicato stampa diffuso dal deputato si legge inoltre che la Presidenza della I Commissione avrebbe dichiarato inammissibili alcuni emendamenti di +Europa con motivazioni ritenute “infondate e ipocrite”, tra cui quello che proponeva la sostituzione del titolo della riforma con “Nuova legge fascista Acerbo”, oltre a disposizioni sulla scheda elettorale finalizzate a evidenziare la presunta mancanza di eguaglianza del voto.

Il confronto si inserisce nel più ampio scontro politico sulla riforma, definita informalmente “Melonellum”, che si sta configurando come uno dei principali terreni di contrapposizione tra maggioranza e opposizioni in vista delle prossime elezioni politiche.