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Professionismo e dilettantismo nello sport

Di In Sport
Settembre 05, 2026
Giocatrici di pallavolo che festeggiano un punto durante una partita indoor.
Le differenze tra professionismo e dilettantisimo non sono solo di carattere economico, bensì si ha un impatto soprattuto a livello politico.

In Italia la materia del professionismo sportivo è tratta dalla legge 91/1981, in base alla quale vengono riconosciute le federazioni sportive nazionali che gestiscono l’attività professionistica, con i successivi e necessari riconoscimenti da parte del CONI. Le FN riconosciute come professionistiche in Italia sono solo 5: la FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) che rappresenta la Federazione con l’estensione di professionismo maggiore, dalla Lega di Serie A, passando per la B fino alla C, e con la promozione a professioniste per le calciatrici di Serie A femminile avvenuta nel 2022, con quasi 90 società professionistiche iscritte ai campionati, più di qualsiasi altra nazione in Europa; la FIP (Federazione Italiana Pallacanestro) nella solo categoria maggiore maschile; la FCI (Federazione Ciclistica Italiana) per i soli atleti di èlite; la FIG (Federazione Italiana Golf), comprendendo giocatori e giudici impegnati nei circuiti internazionali e nazionali di alto livello; e la FPI (Federazione Pugilistica Italiana), in solo riferimento agli atleti che combattono a livello remunerato.

Anche se potrebbe risultare assurdo altre federazioni, come la FIPAV (pallavolo) risultano ed operano formalmente nell’area del dilettantismo, pur gestino accordi economici di alto livello.

Dopo la cosiddetta riforma dello sport, il D.Lgs 36/2021 e i successivi aggiustamenti, si è coniato il termine di lavoratore sportivo, cercando di andare ad equiparare la figura lavorativa dello sportivo, a prescindere dalla natura della federazione di appartenenza. Infatti, grazie a questi ultimi interventi legislativi, è stato possibile far emergere a livello di tutele previdenziali ed assicurative i lavori dello sport dilettantistico. Senza entrare nei dettagli della norma, soprattutto dal punto di vista fiscale, atleti e volontari del settore dilettantistico hanno vissuto decenni nell’ombra, con retribuzioni che li rendevano “professionisti di fatto”, vista la consistenza retributiva dei rimborsi spesa fittizi che percepivano.

La misura appunto ha apportato dei grandi cambiamenti nei dilettanti, non andando a toccare particolarmente la disciplina del professionismo, la quale però è stata di recente criticata, alla luce dell’arretratezza dell’intervento.

La crisi del calcio italiano ha portato il tema del professionismo/dilettantismo al centro del dibattito, soprattutto dopo la terza consecutiva mancata qualificazione della nazionale maschile di calcio ai mondiali FIFA, grazie anche alle dichiarazioni dell’ex numero 1 della FIGC, Gabriele Gravina: “Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono sport dilettantistici e dobbiamo fare dei rapporti su basi di equità. Perché negli sport dilettantistici si possono adottare tutta una serie di scelte che in sport professionistici non si possono attuare. Mi riferisco anche all’utilizzo di tanti giovani all’interno degli Under, all’interno dei propri tornei. Per non parlare degli sport di Stato, come lo sci, eccetto Arianna Fontana, tutti gli altri sono dipendenti del nostro Stato”.

Nelle affermazioni di Gravina c’è un fondo di verità: le federazioni dette dilettantistiche possono operare in maniera più libera in materia di organizzazione interna, come, per esempio, imporre un numero minimo di italiani o di giovani all’interno delle società. Questo per il calcio e gli altri sport professionistici non è possibile: questi si devono attenere alle direttive europee sul tema del lavoro e della governance, che in seguito al caso Bosmann, vietano qualsiasi politica in questo senso.

Inoltre, verso la fine del suo discorso, l’ex Presidente del calcio italiano si riferisce ai corpi militari dello Stato e ai relativi gruppi sportivi di Forze Armate e Polizia. Infatti, essendo i costi collegati allo sport molto elevati e discipline come atletica, scherma o sport invernali non troppo attraenti per gli sponsor, lo Stato italiano ha trovato nei gruppi sportivi la soluzione al problema economico in capo agli atleti. Questi, infatti, risultano dei veri e propri “atleti-militari” o poliziotti, permettendo loro di dedicarsi interamente agli allenamenti, essendo sostenuti economicamente con uno stipendio fisso ed avendo a disposizione supporto tecnico, strumenti all’avanguardia e tutto ciò di cui un atleta professionista può aver bisogno. Infine, però, anche avendo un fondo di verità, le dichiarazioni di Gabriele Gravina stonano, portando comunque l’attenzione verso una governance non d’eccellenza: il calcio risulta comunque da decenni lo sport maggiormente finanziato, con contributi statali maggiori del doppio rispetto alla seconda in classifica (Nuoto).

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Giovane professionista di comunicazione sportiva. Mi occupo del lato economico e politico dello sport.

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