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Islanda, vince il No all’UE: pesca e sovranità frenano Bruxelles, esultano i sovranisti

Di In Politica
Agosto 31, 2026
Islanda, vince il No all’UE: pesca e sovranità frenano Bruxelles, esultano i sovranisti

Sabato 29 agosto è stata una giornata storica per l’Islanda. La popolazione avente diritto di voto dell’isola dell’Atlantico settentrionale è stata chiamata alle urne per esprimersi sulla riapertura dei negoziati di adesione dell’Islanda all’Unione Europea.

Un iter lungo e travagliato, quello dell’Islanda, che ha avuto inizio nel 2008, in seguito al grave collasso finanziario che ha visto il crollo delle tre grandi banche nazionali e la perdita di valore della valuta. La forte svalutazione della corona islandese rispetto all’euro, superiore al 35%, e l’impennata dell’inflazione al 14% spinsero la banca centrale a portare i tassi d’interesse al 15,5%. Nel tentativo di arginare il dissesto, il governo dispose la nazionalizzazione del comparto bancario: i patrimoni nazionali confluirono in enti statali di nuova costituzione, lasciando gli asset esteri in liquidazione.

La domanda di adesione all’UE

Da quel momento prese forma il percorso dell’Islanda verso l’Unione Europea. Nel 2009, il Parlamento islandese approvò la presentazione della domanda ufficiale di adesione, inviata a Bruxelles il 16 luglio. I negoziati iniziarono nel 2010 e portarono all’apertura di 27 dei 33 capitoli previsti, ma il percorso si scontrò con forti resistenze interne, soprattutto sulla pesca, settore vitale per l’economia dell’isola, e sulla sovranità delle proprie acque.

La sospensione e il ritiro

Con l’ascesa al potere di una coalizione di centrodestra euroscettica, nel dicembre 2013 Reykjavik decise di sospendere unilateralmente i negoziati. Nel 2015 arrivò quindi il passo successivo: il governo islandese inviò alla Commissione europea una lettera chiedendo di non essere più considerato un Paese candidato. Una decisione che avrebbe congelato il dossier europeo per oltre un decennio, fino alla nuova svolta arrivata con il referendum del 29 agosto.

Analisi del voto

Nelle consultazioni tenutesi nelle scorse ore, ha vinto il fronte del NO, con il 52,8%, a fronte del 47,2% del , sostenuto dall’Alleanza socialdemocratica, il partito del premier Kristrún Frostadóttir, e dalla formazione liberale Viðreisn, della ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir. Contrari alla riapertura dei negoziati erano invece gli esponenti del Partito del Popolo, una delle tre forze della maggioranza di governo, oltre alla comunione d’intenti tra la destra nazional-conservatrice e la sinistra radicale.

Una differenza di 12.701 suffragi che, almeno per il momento, tiene l’Islanda fuori dall’Unione Europea e che vede i contrari concentrarsi soprattutto nelle aree rurali, particolarmente forti nelle zone dove l’economia è maggiormente legata alla pesca. Il netto rifiuto dei pescatori islandesi si basa sulla difesa della propria sovranità economica e su una profonda sfiducia verso la Politica Comune della Pesca (PCP) di Bruxelles. Nella terra del fuoco e del ghiaccio, le quote di pesca sono gestite a livello nazionale attraverso criteri scientifici rigorosi, considerati tra i più efficienti al mondo. Entrando nell’UE, l’Islanda dovrebbe cedere parte della propria sovranità decisionale a Bruxelles e, a quel punto, sarebbe l’Unione Europea a stabilire i Totali Ammissibili di Cattura (TAC) e a ripartire le quote, sulla base degli interessi politici e geopolitici europei e non esclusivamente di quelli islandesi.

Le reazioni al voto

Il risultato del referendum rappresenta una battuta d’arresto per Bruxelles, che puntava sull’Islanda come possibile storia di successo dell’allargamento verso Nord. Il No islandese è stato accolto dalle istituzioni europee in maniera fredda e prudente, senza particolari dichiarazioni. La premier Kristrún Frostadóttir ha ammesso la sconfitta, rivendicando però la scelta di aver affidato direttamente ai cittadini la decisione sulla riapertura dei negoziati con l’Unione Europea. Il capo del governo islandese ha inoltre chiarito che il tema non verrà ripreso almeno fino alla fine del suo mandato, nel 2028, sottolineando come gli islandesi siano soddisfatti dell’attuale rapporto con Bruxelles attraverso l’EFTA e la partecipazione al mercato comune del SEE. Da Bruxelles, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha ribadito che l’Islanda resta uno dei partner più stretti e fidati dell’UE, mentre la Commissione guidata da Ursula von der Leyen si è limitata a prendere atto del risultato e a rispettare la volontà degli elettori, confermando comunque la volontà di rafforzare i rapporti con Reykjavík.

Dall’altra parte, la vittoria del NO è stata accolta in modo diverso dal fronte sovranista europeo. Dalla Francia, la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen, dal suo account X ha parlato della possibilità di «un’altra Europa». Di seguito, le dichiarazioni della candidata alle prossime elezioni presidenziali francesi, riportate dall’Ansa: «Rifiutando con un referendum la ripresa delle negoziazioni per l’adesione all’Unione europea, il popolo islandese ha ricordato un’evidenza: l’adesione all’Unione europea non è l’orizzonte naturale di ogni democrazia europea. Nel momento in cui alcuni spingono per un maggiore federalismo e per un trasferimento di sovranità alla Commissione europea, questo voto ricorda che un’altra Europa è possibile, un’Europa delle nazioni libere, sovrane e che cooperano volontariamente sui temi di interesse comune».

Sulla stessa linea anche il britannico Nigel Farage, leader di Reforme UK, secondo cui «questo voto trasmette un messaggio limpido: i popoli devono poter decidere da soli del loro futuro, delle loro istituzioni e della loro capacità di difendere i propri interessi nazionali». Il leader britannico si è quindi congratulato con gli islandesi per aver difeso la propria indipendenza, mentre la Lega e il fondatore e leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, hanno utilizzato il risultato per rilanciare i temi della sovranità nazionale, dell’identità e della difesa delle tradizioni.