Dall’annuncio della dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, si evince: «Combattenti di terra, di mare, e dell’aria! Camicie Nere della Rivoluzione e delle Legioni, uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno di Albania. Ascoltate! […] La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia […] La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.

Il 22 maggio 1939 Galeazzo Ciano, ministro degli esteri italiano, firmava il Patto d’Acciaio con la Germania, che sancì ufficialmente la nascita di un’alleanza vincolante italo-tedesca.
In merito alla guerra Mussolini scriveva, il 31 marzo 1940: «… è solo l’alleanza colla Germania, cioè con uno Stato che non ha ancora bisogno del nostro concorso militare e si contenta dei nostri aiuti economici e della nostra solidarietà morale, che ci permette il nostro attuale stato di non-belligeranza. … L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la durata della guerra, senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci. Il problema non è quindi di sapere se l’Italia entrerà o non entrerà in guerra perché l’Italia non potrà fare a meno di entrare in guerra, si tratta soltanto di sapere quando e come: si tratta di ritardare il più a lungo possibile, compatibilmente con l’onore e la dignità, la nostra entrata in guerra…
Ma circa il quando, cioè la data, nel convegno del Brennero si è nettamente stabilito che ciò riguarda l’Italia e soltanto l’Italia». Il 30 maggio Mussolini incaricò il generale Ugo Cavallero di recapitare a Hitler un memoriale, in cui affermava che la guerra era inevitabile, ma che l’Italia non sarebbe stata pronta a intraprenderla prima di 3 anni. Nonostante le iniziali rassicurazioni in merito, la Germania invase la Polonia il 1º settembre, determinando l’inizio del conflitto. Mussolini dichiarò la «non belligeranza», grazie alla quale lo Stato italiano si manterrà momentaneamente fuori dalla guerra.

Il 10 marzo 1940 Mussolini accolse a Roma il ministro degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop e il successivo 18 marzo incontrò Hitler al Brennero, ricevendo da entrambi forti pressioni a entrare in guerra al fianco della Germania. Il 16, il 22, il 24 e il 26 aprile ricevette messaggi da Winston Churchill, da Paul Reynaud, da Pio XII e da Roosevelt, i quali gli chiedevano di rimanere neutrale.
Di fronte agli straordinari e inaspettati successi della Germania nazista tra l’aprile e il maggio del 1940, Mussolini ritenne che gli esiti della guerra fossero oramai decisi, e, sia per poter ottenere eventuali compensi territoriali, sia per timore di un’eventuale invasione nazista dell’Italia se quest’ultima non si fosse schierata apertamente al fianco della Germania (come ebbe poi a spiegare lo stesso Mussolini), il 10 giugno dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Alla contrarietà e alle rimostranze di alcuni importanti collaboratori e militari (fra cui Pietro Badoglio, Dino Grandi, Galeazzo Ciano e il generale Enrico Caviglia) Mussolini avrebbe risposto: «Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative».
Sul fronte con la Francia, le truppe italiane assunsero inizialmente un atteggiamento difensivo, sia per la mancanza di un’adeguata artiglieria e contraerea (non vi era stato il tempo di mobilitare tutti i reparti necessari all’avanzata), sia per la riluttanza ad attaccare i cugini d’oltralpe. Conseguentemente, i primi a prendere l’iniziativa furono gli avversari: aerei britannici, decollati da aeroporti francesi, bombardarono Torino nella notte tra l’11 e il 12 giugno. Come ritorsione, aerei italiani bombardarono le basi militari francesi di Hyères e Tolone. Il 14 la zona industriale di Genova venne bombardata e, di conseguenza, l’esercito italiano ricevette l’ordine di passare decisamente alla contro-offensiva, programmata per il 18. Gli Italiani attaccarono quindi Biserta, Bastia e Calvi.
Il 22 giugno la Francia firmò l’armistizio con la Germania. Il 18, dopo che in territorio alpino si erano avuti solo marginali scontri tra truppe anglo-francesi e italiane, Mussolini partecipò a un vertice a Monaco di Baviera con Hitler per discutere dell’inaspettata e improvvisa resa: le condizioni di pace richieste dal duce (ossia l’occupazione e amministrazione di Corsica, Tunisia, Somalia francese e del territorio francese sino al Rodano, la concessione di basi militari a Orano, Algeri e Casablanca, la consegna della flotta e dell’armata aerea e la denuncia dell’alleanza col Regno Unito) vennero solo parzialmente accolte, in quanto furono riconosciute all’Italia solo le richieste di occupazione.
Il 24 giugno la Francia firmava l’armistizio con l’Italia, riconoscendole, oltre alla richiesta di occupazione, anche la cessione di una porzione di territorio francese di confine e la smilitarizzazione di una fascia larga 50 miglia lungo il confine franco-italiano e libico-tunisino. Di fronte alla notizia di un imminente sbarco in Inghilterra dei tedeschi (Operazione Leone Marino), Italo Balbo, governatore della Libia, ricevette l’ordine di avanzare verso l’Egitto, protettorato inglese (25 giugno). Ma il 28, mentre sorvolava Tobruch bombardata dagli inglesi, venne abbattuto dalle batterie antiaeree italiane, che lo avevano scambiato per un nemico. Le iniziali parziali vittorie si rivelarono tuttavia effimere, poiché la guerra si prolungò oltre il previsto, rivelando l’impreparazione, la disorganizzazione e le deficienze dell’esercito italiano. In Africa, nel dicembre 1940 gli inglesi diedero vita a una vigorosa contro-offensiva che porterà, tra l’altro, alla conquista dell’Africa Orientale Italiana entro il giugno 1941. Le ultime truppe italiane si arresero a Gondar il 21 novembre. La superiorità numerica e tecnologica degli inglesi e la progressiva perdita d’iniziativa della Marina italiana non poterono che condurre alla disfatta.
In seguito, gli scontri tra le due marine nemiche si limiteranno, da parte italiana, alla guerra sottomarina, alla protezione delle rotte di rifornimento tra la Sicilia e la Libia, a sporadici tentativi di intercettazione di convogli inglesi sulla rotta Gibilterra–Alessandria d’Egitto e a operazioni temerarie compiute da mezzi d’assalto (quali i MAS, i «barchini» – piccole imbarcazioni dotate di siluri e mitragliatrice, che causarono l’affondamento di molte navi inglesi- e i «maiali» ossia piccoli sommergibili). Il 27 settembre 1940 Italia, Germania e Giappone si unirono nel Patto tripartito, cui aderiranno anche nell’ordine, nel corso della guerra, Ungheria (20 novembre 1940), Romania (23 novembre), Slovacchia (24 novembre), Bulgaria (1º marzo 1941) e Jugoslavia (27 marzo).
Il 4 ottobre 1940 Mussolini incontrò Hitler al Brennero per stabilire di comune accordo una strategia militare; tuttavia, il 12 ottobre, i tedeschi presero il controllo della Romania, sita nella zona di influenza italiana e ricca di giacimenti petroliferi, senza avvisare gli Italiani. Conseguentemente, Mussolini decise d’imbarcarsi in una «guerra parallela» a fianco dell’alleato tedesco, al fine di non dipendere troppo dall’iniziativa militare e politica di Hitler; sempre convinto che la Gran Bretagna sarebbe scesa presto a patti col Führer e che il principale fronte di guerra sarebbe così stato chiuso. Il 19 ottobre il duce gli inviò una lettera in cui comunicava la sua intenzione di attaccare la Grecia. Hitler si recò a Firenze il 28 ottobre, per dissuadere Mussolini dall’impresa, ma questi lo avvertì, assumendo un atteggiamento simile a quello avuto dall’alleato con l’aggressione alla Romania, che l’attacco era già iniziato da alcune ore. L’attacco alla Grecia si concluse in un disastro: la stagione invernale e il territorio montuoso ostacolarono ogni tentativo d’avanzata, anche a causa dell’equipaggiamento in dotazione alle truppe italiane, che era del tutto inadeguato. L’esercito greco, rafforzato dall’arrivo di oltre 70 000 militari inglesi, si rivelò inoltre più agguerrito e organizzato del previsto; anche l’appoggio di numerose squadriglie aeree e navali britanniche risultò determinante. Gli Italiani furono costretti a ripiegare in territorio albanese, dove solo nel dicembre 1940 riuscirono a bloccare la contro-offensiva degli avversari, trasformando così il conflitto in una guerra di posizione.
Il 19 e il 20 gennaio 1941, a Berchtesgaden, Mussolini incontrò Hitler, il quale gli promise l’invio di risorse, mezzi, e di contingenti tedeschi in Grecia e in Africa del Nord a sostegno delle truppe italiane ivi presenti. Grazie agli aiuti della Germania e a una maggiore preparazione militare, l’Italia migliorò le proprie prestazioni belliche ma abbandonò la strategia della «guerra parallela» (rivelatasi insostenibile e fallimentare) e finì per condurre il conflitto sempre più conformemente alle direttive e agli interessi nazionalsocialisti, ovvero in un conflitto alla destra del più potente alleato dal quale dipendeva l’esito del conflitto, situazione che Bottai e Ciano avevano previsto e definito «guerra convergente». Sarà proprio per non essere in debito nei confronti di Hitler che Mussolini concepirà l’idea degli aiuti reciproci e trascinerà l’Italia in guerra anche contro l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Ugo Cavallero venne chiamato a sostituire Badoglio e riorganizzò lo Stato Maggiore Generale nel Comando Supremo. Il 9 febbraio la Marina britannica bombardò Genova. L’11 febbraio il duce incontrò Francisco Franco a Bordighera, per convincerlo a entrare in guerra a fianco delle forze dell’Asse, ma fallì nel suo intento. A partire dal 12 febbraio giunsero in Libia gli aiuti militari promessi dal Führer: i Deutsche Afrikakorps, composti principalmente di mezzi corazzati (panzer) e da rinforzi aerei, sotto il comando di Erwin Rommel. Rivestendo de facto il ruolo di comandante supremo delle truppe italiane nella regione (seppur ufficialmente fosse sottoposto del comandante superiore delle Forze Armate in Africa generale Italo Gariboldi), la «volpe del deserto» riuscì rapidamente a riorganizzarle e a guidare un’efficace offensiva (cominciata il 24 marzo) contro le armate britanniche del generale maggiore Richard O’Connor, che nel frattempo avevano conquistato la Cirenaica (Operazione Compass). Entro maggio le truppe dell’Asse riacquistarono il controllo della Libia (eccettuata Tobruch, che resistette al lungo assedio – cominciato il 10 aprile – grazie alla presenza di una forza di occupazione inglese), respinsero un tentativo di contro-offensiva (l’Operazione Brevity) e conquistarono una porzione di territorio egiziano di confine. In conseguenza delle sconfitte subite, il comando delle truppe del Regno Unito fu affidato al generale Claude Auchinleck; questi comandò, nel novembre e nel dicembre, una grande offensiva (l’Operazione Battleaxe) con lo scopo di alleviare l’assedio di Tobruch, ma fallì nel suo intento.
Il 27 marzo in Jugoslavia, che solo due giorni prima aveva aderito al Patto Tripartito, gli inglesi organizzarono con successo il colpo di Stato del generale nazionalista serbo Dušan Simović (il reggente Paolo fu esiliato e il Ministro degli esteri e il Primo Ministro vennero destituiti). Il nuovo governo jugoslavo firmò un trattato di amicizia con l’Unione Sovietica (5 aprile). Di fronte al rischio portato dall’eccessivo rafforzamento della presenza inglese nei Balcani e da un’eventuale alleanza in funzione anti-Asse della Jugoslavia con l’Unione Sovietica, la Germania, l’Ungheria e la Bulgaria attaccarono la Jugoslavia. Nel medesimo giorno anche l’Italia le dichiarò guerra. L’avanzata italiana si rivelò un successo in area slovena e in Dalmazia e la Jugoslavia capitolò rapidamente (17 aprile). Pietro II fuggì a Londra. L’Italia ottenne la maggior parte della costa dalmata e la provincia di Lubiana, mentre il Kosovo venne annesso all’Albania italiana.
Nel frattempo, le truppe italiane, dopo mesi di stallo, ripresero ad avanzare in Albania (13 aprile), che fu totalmente riconquistata in pochi giorni, e in Epiro. Sempre nel mese di aprile, le armate italiane e tedesche sferrarono congiuntamente un nuovo attacco alla Grecia, che ben presto firmò la resa con la Germania (21 aprile). Mussolini, che si sentiva umiliato a causa dell’esclusione dell’Italia dal trattato di pace, pretese di essere rispettato. Per ordine di Hitler, la cerimonia della firma venne quindi ripetuta due giorni dopo anche in presenza di autorità italiane (23 aprile). Il 3 maggio, truppe italo-tedesche sfilarono ad Atene e il 1º giugno cadde Creta, ultimo avamposto nemico rimasto nella regione. Nonostante che la conquista dei Balcani fosse dovuta esclusivamente all’intervento delle forze germaniche, Mussolini ottenne il diritto di occupare le isole Ionie e la maggior parte della Grecia, che non rientravano nella zona d’influenza tedesca.
Il 2 giugno del 1941 Mussolini incontrò nuovamente Hitler, che il 22 ordinò l’attacco all’Unione Sovietica (operazione Barbarossa). In luglio venne inviato in Russia il CSIR (composto di 58 800 soldati al comando del generale di corpo d’armata Giovanni Messe), come sostegno all’alleato tedesco. Il 25 agosto, nel Quartier generale tedesco a Rastenburg, nella Prussia Orientale, il Duce passò in rassegna le truppe accanto a Hitler. Il 7 dicembre la flotta giapponese attaccò Pearl Harbor, base militare statunitense, determinando l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Il 12 dicembre l’Italia dichiarò guerra agli Stati Uniti, seguendo l’iniziativa dell’alleato tedesco che aveva assunto lo stesso provvedimento il giorno precedente. Il 18 dicembre un’incursione italiana nel porto di Alessandria d’Egitto causò ingenti danni alla marina britannica.
A partire dal 15 febbraio 1942 giunsero in Russia numerosi rinforzi italiani a sostegno dell’avanzata tedesca: entro 5 mesi vennero inviati oltre 160 000 soldati. Il 9 luglio il CSIR fu affidato alla guida del generale Italo Gariboldi (che sostituì il precedente comandante, il generale Giovanni Messe) e mutò il proprio nome in ARMIR (“Armata Italiana in Russia”), che arriverà a contare più di 200 000 uomini. L’esercito italiano si distinse per coraggio sul fronte sovietico, in particolar modo a Stalino, tuttavia apparve in tutta la sua evidenza l’inadeguatezza e l’arretratezza dell’equipaggiamento in dotazione alle truppe. La battaglia di Stalingrado si rivelò decisiva per il destino della campagna di Russia e, più in generale, per le sorti della guerra: il 2 febbraio 1943 le forze tedesche accerchiate nella città sul Volga si arresero. Il corpo di spedizione italiano fu sconfitto a partire dal 16 dicembre 1942 nella seconda battaglia difensiva del Don; costretto a una sfibrante ritirata nella neve, subì perdite ingenti di uomini e materiali, costringendo i comandi italo-tedeschi a ordinarne il ritiro dal fronte. I superstiti fecero rientro in patria tra l’aprile e il maggio 1943: oltre 60 000 furono i soldati ufficialmente dispersi, in gran parte prigionieri che moriranno negli anni seguenti nei campi di detenzione sovietici. Il 29 aprile 1942 Mussolini incontrò Hitler a Salisburgo: durante questo colloquio i due capi di governo si accordarono per scatenare a breve una grande offensiva in Africa settentrionale. Tra il 26 maggio e il 21 giugno le truppe dell’Asse si resero protagoniste di una vittoriosa avanzata in Libia (battaglia di Ain el-Gazala), che portò, tra l’altro, alla caduta di Tobruch (20 giugno), assediata da oltre un anno. Le armate di Erwin Rommel si trovavano a soli 100 chilometri circa da Alessandria d’Egitto, che, secondo le previsioni dei plenipotenziari italiani e tedeschi, avrebbe dovuto esser raggiunta in poco tempo. Il 29 giugno Mussolini partì per la Libia, dove si trattenne sino al 20 luglio. Tra l’1 e il 29 luglio si combatté la Prima battaglia di El Alamein: le truppe italo-tedesche tentarono invano di sfondare le linee difensive inglesi. Fra il 31 agosto e il 5 settembre fallì, con la battaglia di Alam Halfa, l’ultimo tentativo di sfondamento delle armate del Patto Tripartito. Nella seconda battaglia di El Alamein (combattuta tra il 23 ottobre e il 3 novembre) le truppe del Commonwealth del generale Bernard Law Montgomery (che in agosto aveva sostituito al comando il generale Claude Auchinleck) sconfissero gli avversari, costringendoli a un disastroso ripiegamento. L’avanzata inglese si rivelò incontenibile: l’8 novembre 1942, con l’operazione Torch, le truppe anglo-americane sbarcarono in Marocco e in Algeria (amministrate fino ad allora dalla Francia di Vichy, stato teoricamente neutrale), la Libia venne rapidamente perduta (il 23 gennaio 1943 cadde Tripoli), e le truppe italo-tedesche ripararono in Tunisia (che l’Asse aveva fatto occupare in gennaio). Il 13 maggio le ultime truppe dell’Asse, al comando del generale Messe, si arresero. Mussolini stesso diede l’ordine a Messe di accettare la resa e contestualmente lo nominò Maresciallo.
Nel novembre e nel dicembre 1942, Mussolini, abbattuto e depresso, si lasciò sostituire da Ciano in due colloqui con Hitler. Il 2 dicembre, dopo 18 mesi di silenzio e conscio dei recenti rivolgimenti, tornò a parlare al popolo italiano da Palazzo Venezia. Dal 7 al 10 aprile 1943 Mussolini incontrò Hitler a Klessheim (nei dintorni di Salisburgo). Sempre più pessimista sull’esito della guerra, gli propose di giungere a un armistizio coi sovietici, al fine di concentrare gli sforzi sugli altri fronti di guerra. Il Führer rimase irremovibile sulle sue posizioni. Hitler capì che Mussolini voleva tirare fuori l’Italia dal conflitto, ma se avesse acconsentito avrebbe creato un precedente cui si sarebbero poi appellate tutte le nazioni dell’Asse.
Intanto in Italia si diffusero pressioni sul re affinché licenziasse Mussolini e si rivolgesse agli anglo-americani, anche attraverso la mediazione della Santa Sede. Tali richieste provenivano soprattutto da ambienti militari, per i quali la guerra era ormai perduta. Stava maturando anche nelle alte sfere del regime il convincimento che se il re avesse allontanato Mussolini dal governo, al popolo italiano sarebbe stata risparmiata una catastrofe maggiore. Berlino venne a conoscenza di questi tentativi di fronda dagli informatori dislocati sulla penisola. La notte tra il 9 luglio e il 10 luglio gli anglo-americani sbarcarono in Sicilia, avanzando nell’isola. Gli eserciti alleati svilupparono una doppia azione: cominciarono a risalire il Paese dal sud e lo bombardavano al nord.
Il 13 luglio un gruppo di gerarchi, guidato da Roberto Farinacci, si riunì per decidere il da farsi. In una seconda riunione il 16 luglio, essi chiesero la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo, non più riunitosi dal 1939. La Sicilia era stata da poco invasa dalle truppe alleate e Mussolini decise di scrivere a Hitler per manifestare all’alleato l’impossibilità per l’Italia di continuare il conflitto. Ma il Führer lo prese in contropiede, annunciandogli la sua venuta in Italia per incontrarlo di persona. Il vertice era previsto dal 19 luglio al 21 luglio 1943 nella villa del senatore Achille Gaggia a San Fermo, frazione di Belluno, anche se l’incontro è comunemente noto come “incontro di Feltre“. Era intenzione di Mussolini dire a Hitler che l’Italia era «costretta a cercare una via d’uscita dall’alleanza e dalla guerra». I tedeschi, dal canto loro, avevano perduto fiducia negli italiani e volevano solamente occupare militarmente il più presto possibile l’Italia settentrionale e centrale, lasciando l’Esercito italiano solo a difendere il resto del Paese dagli Alleati. Per di più, essi proposero che il Comando Supremo dell’Asse nella Penisola fosse assunto da un generale tedesco, possibilmente Erwin Rommel. Le prime due ore dell’incontro furono occupate dal consueto monologo di Hitler, che incolpava gli italiani per la loro fiacca performance militare, chiedendo di applicare misure draconiane: il Führer, mise chiaramente le carte in tavola e Mussolini, inchiodato alle sue responsabilità, fu perfino incapace di profferire parola, rimanendo in silenzio. La riunione fu improvvisamente interrotta quando un consigliere italiano entrò nella sala e annunciò a Mussolini che in quel momento gli Alleati stavano per la prima volta bombardando pesantemente Roma. La capitale era stata attaccata da una flotta statunitense di circa 200 aeroplani, che avevano colpito soprattutto la zona di San Lorenzo.
Durante la pausa per il pranzo, i generali Ambrosio e Bastianini (che facevano parte della delegazione italiana) pressarono il Duce affinché dicesse al Führer che una soluzione politica alla guerra era necessaria, ma Mussolini replicò che per mesi era stato tormentato dai dubbi circa l’abbandono dell’alleanza con la Germania o la continuazione della guerra: provava soggezione in presenza del cancelliere tedesco e, non potendo superare il proprio senso d’inferiorità, non ebbe il coraggio di parlare francamente con Hitler di persona. Dopo il pranzo Mussolini interruppe l’incontro perché non riusciva più a trovare le forze – fisiche e psichiche – per proseguire i colloqui. Il vertice, che sarebbe dovuto durare tre giorni, si risolse in tre ore e mezzo. Le delegazioni tornarono a Belluno via treno; Mussolini, dopo aver salutato Hitler, tornò a Roma nel pomeriggio guidando l’aereo personale. Sorvolando il cielo di Roma egli potette vedere i quartieri orientali della città che ancora bruciavano. Mussolini spiegò così il suo stato d’animo dopo il fallimento del vertice di Villa Gaggia, replicando alle voci che lo sollecitavano a portare l’Italia fuori dal conflitto: «Credete forse che questo problema io non lo senta agitarsi da tempo nel mio spirito travagliato? Ammetto l’ipotesi di sganciarsi dalla Germania: la cosa è semplice, si lancia un [messaggio via] radio al nemico. Quali saranno le conseguenze? Eppoi, si fa presto a dire sganciarsi dalla Germania. Credete forse che Hitler ci lascerebbe libertà d’azione?»
Il 21 luglio Mussolini concesse la convocazione del Gran consiglio del fascismo per sabato 24, ma ordinò di non divulgare la notizia agli organi di stampa. Il 22 (giovedì) si recò in mattinata dal Re per il consueto colloquio, durante il quale riferì al sovrano dell’incontro con Hitler e della convocazione del consiglio. Si esaminarono i pro e i contro di un eventuale mutamento di alleanze. Venne paventata l’ipotesi che la Germania volesse annettersi i territori conquistati dall’Italia in seguito alla prima guerra mondiale (Alto Adige, Istria, Fiume e Dalmazia). I due furono d’accordo sulla decisione di trarre l’Italia fuori dal conflitto, lasciando l’Asse alla sua sorte, ma il presupposto indispensabile era che il Duce lasciasse il potere. Il Re ricordò infatti a Mussolini che gli Alleati anglo-americani dopo la conferenza di Casablanca consideravano la sua permanenza al governo come un ostacolo a qualsiasi trattativa. Nel primo pomeriggio dello stesso giorno Mussolini ricevette e prese in esame l’ordine del giorno (corredato dalle firme dei gerarchi che lo sostenevano) che Dino Grandi intendeva presentare alla seduta del 24. Lo definì “inammissibile e vile”. Poi ricevette in udienza Grandi in persona. I due discussero gli ultimi avvenimenti politici, poi l’ordine del giorno. Grandi esortò Mussolini a rassegnare volontariamente le dimissioni. Il Duce lo ascoltò senza lasciar trasparire nessuna emozione.
Nel pomeriggio di sabato 24 luglio, a porte chiuse, iniziò la lunga seduta del Gran Consiglio che si concluse alle prime ore del giorno successivo (25 luglio), con l’approvazione dell’ordine del giorno presentato da Dino Grandi. Venne di fatto approvata l’esautorazione di Mussolini dai suoi incarichi di governo. La votazione, seppur significativa (in quanto votata dai massimi rappresentanti del Partito fascista), non aveva de iure alcun valore, poiché per legge il Capo del Governo era responsabile del proprio operato solo dinanzi al Sovrano, il quale era l’unico a poterlo destituire. La mattina di domenica 25 luglio, dopo essersi recato regolarmente nel suo studio di Palazzo Venezia per occuparsi degli affari correnti, Mussolini chiese al sovrano di poter anticipare l’abituale colloquio del lunedì. Si presentò alle 17 a Villa Savoia (oggi Villa Ada) insieme al suo segretario Nicola De Cesare. Vittorio Emanuele III comunicò a Mussolini la sua sostituzione come Capo del Governo con il maresciallo Pietro Badoglio, garantendogli l’incolumità. Il duce deposto non era però al corrente delle reali intenzioni del monarca, che aveva fatto circondare l’edificio da duecento carabinieri, ordinando loro di porre sotto scorta Mussolini.
Il tenente colonnello Giovanni Frignani, che coordinava l’operazione, espose telefonicamente ai capitani Paolo Vigneri e Raffaele Aversa gli ordini del re. I carabinieri fecero salire Mussolini e De Cesare in un’autoambulanza della Croce Rossa Italiana, senza specificare loro la destinazione, ma rassicurandoli sulla necessità di tutelare l’incolumità dell’ex capo del governo (pomeriggio del 25 luglio). In realtà, Vittorio Emanuele III aveva ordinato di arrestare Mussolini. Secondo alcuni autori il re fu spinto a questa decisione anche al fine di salvare il destino della propria dinastia, che rischiava di essere considerata definitivamente compromessa col fascismo.
L’armistizio fra l’Italia e gli Alleati, firmato il 3 settembre e reso noto la sera dell’8 senza precise istruzioni per le truppe italiane, lasciò nella confusione più totale un Paese già allo sbando. L’Italia si spaccò, in quella che è stata poi definita una guerra civile, tra coloro che si schierarono con gli Alleati (che controllavano parte del Meridione e la Sicilia), e coloro che invece accettarono di proseguire il conflitto a fianco dei tedeschi (che avevano intanto occupato gran parte della penisola, incontrando una debole resistenza da parte delle truppe italiane dislocate alle frontiere e nei pressi di Roma e di altre località). Frattanto il re, con parte della famiglia, Badoglio e i suoi principali collaboratori, fuggiva da Roma, ponendosi sotto la protezione degli ex nemici: in Puglia costituì un governo sotto supervisione alleata, che dichiarò guerra alla Germania il 13 ottobre.
Mussolini, subito dopo il suo arresto, fu dapprima trattenuto in una caserma dei carabinieri a Roma. Su sua richiesta, Badoglio pensava di trasferirlo alla Rocca delle Caminate (residenza di Mussolini a Predappio, dal 1927), ma il prefetto di Forlì, Marcello Bofondi, fascista della prima ora, sentito telegraficamente, si oppose recisamente, sostenendo, in un tal caso, di non poter garantire l’ordine pubblico. Così Mussolini venne invece trasportato prima a Gaeta e da lì, venne imbarcato a bordo della corvetta Persefone della Regia Marina, intorno alle ore 22.00 del 27 luglio, alla volta dell’isola di Ventotene. Affidato da Pietro Badoglio alle cure dell’ammiraglio Francesco Maugeri, dei Servizi segreti della Regia Marina, dell’ispettore generale di Pubblica Sicurezza Saverio Polito, esponente dell’OVRA, e del colonnello dei Carabinieri Antonio Pelaghi, alla colonia penale di Ventotene Mussolini non giungerà mai per l’opposizione ferma del direttore della colonia, il commissario di p.s. Marcello Guida. Così Mussolini sarà sbarcato nell’isola di Ponza (dal 28 luglio al 7 agosto), dove lo vide il suo amico/avversario di sempre, Pietro Nenni, che scriverà nel suo diario: «Ora vedo col cannocchiale Mussolini: è anch’egli alla finestra, in maniche di camicia e si passa nervosamente il fazzoletto sulla fronte. Scherzi del destino! Trenta anni fa eravamo in carcere assieme, legati da un’amicizia che paresse sfidare le tempeste della vita… Oggi eccoci entrambi confinati nella stessa isola: io per decisione sua, egli per decisione del re e delle camarille di corte, militari e finanziarie, che si sono servite di lui contro di noi e contro il popolo e che oggi di lui si disfano nella speranza di sopravvivere al crollo del fascismo». Anche Mussolini rievocherà l’episodio, attribuendosi il merito di aver salvato la vita del leader socialista: «Quando dopo il 25 luglio mi tradussero a Ponza, vi era confinato anche Nenni. Oggi sarà un uomo libero. Ma se è ancora in vita, lo deve proprio a me. Sono molti anni che non lo vedo, ma non credo sia cambiato molto.»
Tuttavia a Ponza mancavano i requisiti minimi di sicurezza. Per depistare i tedeschi, Mussolini venne trasferito da Ponza a La Spezia, dove un incrociatore lo portò quindi sull’isola della Maddalena, presso la costa nord-orientale della Sardegna (7 agosto-27 agosto 1943). Ma i tedeschi erano ormai sulle sue tracce: Otto Skorzeny, comandante SS di un corpo di Kommando, incaricato direttamente da Hitler di rintracciare e liberare l’ex-Duce, progettò un assalto della Kriegsmarine a villa Weber, dove il dittatore deposto era alloggiato. Tuttavia, il 27 agosto, proprio il giorno prima di quello previsto per l’attacco, un idrovolante della Croce Rossa lasciò le acque della Maddalena con a bordo il prigioniero: la destinazione era Campo Imperatore, sul Gran Sasso in Abruzzo, luogo ritenuto inattaccabile dall’esterno. Mussolini, che si sentiva ormai finito, si tagliò le arterie dei polsi in quello che apparve un tentativo di suicidio, ma si procurò solo ferite superficiali e venne medicato. Alfonso Nisi, inviato del tenente Faiola a Campo Imperatore, nella sua testimonianza notò che non ci fu un vero tentativo di suicidio, ma solo un momento di sconforto. Il 12 settembre scattò l’Operazione Quercia: Mussolini venne liberato da un commando di paracadutisti tedeschi (Fallschirmjäger-Lehrbataillon) del generale Kurt Student, con la partecipazione del capitano delle SS Otto Skorzeny.

Mussolini venne subito tradotto in aereo in Germania, dove il 14 settembre incontrò Hitler a Rastenburg. Questi lo invitò a formare una repubblica protetta dai tedeschi. Il 18 settembre, da Monaco Mussolini pronunciò alla radio il suo primo discorso dopo l’arresto del 25 luglio: «… Dopo un lungo silenzio ecco che nuovamente vi giunge la mia voce e sono sicuro che voi la riconoscete…». Dopo aver fatto un’ampia esposizione su ciò che stava avvenendo in Italia, addossò la responsabilità della sua destituzione al Re, ai generali e ai gerarchi fascisti, che accusò di alto tradimento. Alla fine del discorso annunciò la ricostituzione dello Stato, delle sue Forze armate e del partito fascista, con la nuova denominazione di Partito Fascista Repubblicano (“PFR”). Mussolini ritornò in Italia il 23 settembre e costituì un nuovo governo, che si riunì per la prima volta il 27 settembre alla Rocca delle Caminate.
Di fatto, la neonata Repubblica Sociale Italiana (RSI) era uno Stato controllato dai tedeschi e a Mussolini venne concessa poca libertà di azione. Solo sull’ambito economico e sull’organizzazione militare dei soldati italiani aderenti alla RSI, Mussolini e i suoi gerarchi avevano una certa autonomia. Hitler intanto aveva posto sotto il diretto controllo del Reich l’intera area nord-orientale dello Stato italiano (ovvero le province di Trento, Bolzano, Belluno, Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Lubiana e Zara), nonché i territori precedentemente italiani o sotto il controllo italiano al di fuori della penisola (le truppe tedesche, nei giorni immediatamente successivi all’armistizio di Cassibile, occuparono l’Albania, che, essendo unita all’Italia tramite la corona dei Savoia, fu dichiarata “indipendente” e gli ustascia si annessero d’arbitrio alla Dalmazia, esclusa Zara).
Tra il 23 e il 27 settembre 1943 Mussolini si insediò a Gargnano, sul lago di Garda; tuttavia, la maggior parte degli uffici governativi era distribuita in località limitrofe, fino a Brescia. L’agenzia di stampa ufficiale s’installò a Salò, da cui il nome non ufficiale di “Repubblica di Salò”, a causa dell’intestazione dei comunicati radiostampa. Il 14 novembre si tenne a Verona la prima assemblea nazionale del Partito Fascista Repubblicano, durante la quale venne redatto il Manifesto di Verona, ovvero il programma di governo del PFR. Mussolini (che ricopriva la carica di “duce, capo del governo” della repubblica de facto, essendo tale carica prevista nel Manifesto, ma non essendo stata da lui assunta in forza di elezioni) annunciò che sarebbe stata rimandata al termine del conflitto la convocazione di un’assemblea costituzionale per la redazione della Costituzione della RSI, della quale si era prefigurata la convocazione il 13 ottobre. L’8 dicembre venne costituita con decreto la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), posta al comando di Renato Ricci. In essa confluirono parte degli effettivi dei Reali Carabinieri (corpo che venne disciolto), della Polizia dell’Africa Italiana e della MSVN (mai ufficialmente disciolta sino a tale data). Inoltre, alcune migliaia di reclute italiane furono inviate in Germania per essere addestrate e formare quattro divisioni (Divisione Alpina Monterosa, San Marco, Littorio e Italia).
Tra l’8 e il 10 gennaio 1944 si tenne il processo di Verona, nel quale vennero giudicati i gerarchi “traditori” che si erano schierati contro Mussolini il 25 luglio 1943: tra questi, fu condannato a morte il genero del duce, Galeazzo Ciano. Non è noto se Mussolini non avesse voluto salvare la vita al marito di sua figlia (nonché dei suoi ex collaboratori) oppure se non avesse effettivamente potuto influire sui verdetti del tribunale giudicante, data la pesante ingerenza tedesca. È invece quasi certo che le istanze di grazia presentate dai condannati non furono inoltrate direttamente a Mussolini per volontà di Alessandro Pavolini, il quale, da un lato, voleva impedire un eventuale “cedimento sentimentale” del duce e il conseguente placet alla grazia, dall’altro intendeva risparmiare al duce l’angoscia della scelta, per lui “obbligata”.
Il 21 aprile il duce incontrò Hitler a Klessheim e il 15 luglio si recò in Germania per ispezionare le quattro divisioni italiane che gli ufficiali tedeschi stavano addestrando. Il 20, giorno dell’attentato di von Stauffenberg, rivide Hitler per l’ultima volta. Il 16 dicembre, al Teatro Lirico di Milano, pronunciò il suo primo e ultimo discorso pubblico dalla costituzione della RSI. Parlò delle “armi segrete” tedesche, di cui Hitler gli avrebbe dato prova, e della possibilità di mantenere “la valle del Po” con le unghie e coi denti. Inoltre, affermò la volontà della RSI di procedere alla socializzazione dell’Italia.
Nell’aprile 1945, sempre più isolato e impotente, dopo che il fronte della Linea Gotica aveva ceduto e le forze tedesche in Italia erano ormai in rotta, Mussolini si trasferì a Milano. Tra il 20 e il 22 aprile rilasciò la sua ultima intervista, a Gian Gaetano Cabella, direttore de Il Popolo di Alessandria. Il 25 aprile ottenne un incontro con il cardinale Ildefonso Schuster, che stava tentando di mediare con il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) la resa delle forze fasciste, nella speranza di evitare ulteriori spargimenti di sangue. Tuttavia, l’indecisione di Mussolini e l’intransigenza delle parti resero impossibile qualsiasi accordo. I comandi delle SS tedesche (generale Wolff), poco prima dell’arrivo del duce, fecero sapere al cardinale di non aver più bisogno di lui, avendo essi nel frattempo stretto un patto separato con gli Alleati (all’oscuro di Hitler) e con uomini vicini al CLN. Appresa da Schuster la notizia, Mussolini si sentì tradito e definitivamente abbandonato anche dai tedeschi, interruppe la discussione e lasciò precipitosamente l’arcivescovado. Nonostante il parere contrario di parte del suo seguito, Mussolini decise quindi di lasciare Milano. I motivi della decisione non sono del tutto chiari (nei giorni precedenti si era parlato di un’ultima resistenza in un possibile “ridotto della Valtellina“). Alcuni sostengono che se l’intento fosse stato solo quello della fuga, Mussolini avrebbe potuto utilizzare il trimotore SM79 pronto all’aeroporto di Bresso, con il quale alcuni personaggi minori della RSI e parte della famiglia Petacci ripararono in Spagna il 26 aprile. Si è anche supposto che Mussolini, nell’improbabilità di uscirne indenne, volesse a tutti i costi evitare di cadere nelle mani degli Alleati, pur nella consapevolezza che, se fosse finito in mano ai partigiani, sarebbe stato certamente giustiziato.

Nel tardo pomeriggio del 25 aprile, la colonna di Mussolini partì dalla prefettura alla volta di Como, per poi proseguire quasi subito verso Menaggio, lungo la sponda occidentale del lago (anziché verso la più sicura sponda orientale, come proposto dal capo del Partito Fascista Repubblicano Alessandro Pavolini). Mussolini trascorse l’ultima notte da uomo libero pernottando in un albergo del piccolo comune di Grandola, a pochi chilometri dal confine svizzero. Il giorno dopo, Mussolini, insieme a pochi fedeli e a Claretta Petacci, che lo aveva frattanto raggiunto, ridiscese verso il lago. Sulla statale Regina si unì a una colonna della contraerea tedesca in ritirata e alla colonna di Pavolini, che, arrivato a Como in mattinata, aveva subito proseguito lungo il lago. La colonna venne fermata a Musso alle ore 6:30 dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” al comando di Pier Luigi Bellini delle Stelle (nome di battaglia “Pedro”). Dopo lunghe trattative, si giunse all’accordo che i tedeschi avrebbero potuto proseguire dopo una perquisizione, mentre gli italiani dovevano essere consegnati. Mussolini fu convinto dal tenente SS Birzer, incaricato di custodirlo dal suo comando poco prima della partenza da Gargnano, a nascondersi su un camion tedesco indossando un cappotto da sottufficiale e un elmetto. Dopo pochi chilometri la colonna venne fermata a Dongo e, durante l’ispezione, Mussolini fu riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri, detto “Biondino”, e subito arrestato dal vice commissario Urbano Lazzaro, detto “Bill”.
Nel municipio di Dongo fu interrogato e in serata, per sicurezza, trasferito a Germasino, nella caserma della Guardia di Finanza. Durante la notte, fu ricongiunto con Claretta Petacci e insieme si pensava di trasferirli a Brunate, per poi condurli in un secondo tempo a Milano, ma, durante il percorso, numerosi posti di blocco convinsero gli accompagnatori Luigi Canali (“Neri”), Michele Moretti (“Pietro”) e Giuseppina Tuissi (“Gianna”) a desistere e a trovare una diversa destinazione. Per questo vennero portati a Bonzanigo e ospitati presso amici.
Pochi giorni prima era stato emesso un comunicato del CLN nel quale si esprimeva la necessità di una rinascita sociale e politica dell’Italia, attuabile solo attraverso l’uccisione di Mussolini e la distruzione di ogni simbolo del PNF. Il documento era firmato da tutti i componenti del CLN (Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, Democrazia del Lavoro, Partito d’Azione, Democrazia Cristiana, Partito Liberale Italiano). La decisione di dar corso pratico al comunicato fu presa da coloro che detenevano Mussolini nell’arco di poche ore, in un contesto in cui era molto difficile mettersi in contatto con Roma e far riunire il Comitato di Liberazione Nazionale. I partigiani che lo avevano catturato informarono (usando il telefono di una centrale idroelettrica) il comando di Milano, che mandò subito un reparto di partigiani appena arrivati dall’Oltrepò Pavese e alcuni emissari politici (Aldo Lampredi, Pietro Vergani e Walter Audisio).
Secondo Raffaele Cadorna, nell’impossibilità di contattare il CLN, venne presa la decisione che facesse il miglior interesse dell’Italia. Cadorna sosteneva che se Mussolini fosse stato consegnato agli Alleati ne sarebbe scaturito un processo a un intero ventennio di politica italiana, nel quale sarebbe stato difficile separare le responsabilità di un popolo da quelle del suo condottiero. Nel conseguente discredito, l’eventuale sopravvivenza di Mussolini non avrebbe avuto alcuna utilità. La mattina del 28 aprile Leo Valiani portò a Cadorna un ordine di esecuzione a firma del CLNAI, riferendogli che si trattava della decisione raggiunta da Valiani medesimo insieme a Luigi Longo, Emilio Sereni e Sandro Pertini la sera precedente: uccidere Mussolini senza processo, data l’urgenza. L’esecuzione avvenne il 28 aprile 1945. Mussolini venne fucilato assieme a Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra in via XXIV maggio, in corrispondenza del muretto del cancello di Villa Belmonte, a 21 km da Dongo. I tempi e i modi dell’esecuzione furono dettati anche dalla volontà di evitare interferenze da parte degli Alleati, che avrebbero preferito catturare Mussolini e processarlo davanti a una corte internazionale.
Nel frattempo, a Dongo, un altro gruppo del reparto di partigiani delle Brigate Garibaldi sopraggiunti dall’Oltrepò Pavese fucilava i gerarchi del seguito di Mussolini, tra i quali il filologo Goffredo Coppola (allora rettore dell’Università di Bologna), Alessandro Pavolini (segretario del PFR), Nicola Bombacci (che era stato uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia e che aveva successivamente aderito alla RSI), il ministro dell’economia Paolo Zerbino, il ministro della cultura popolare Ferdinando Mezzasoma e Marcello Petacci (fratello di Claretta), che si era unito alla colonna a Como nel tentativo di dissuadere la sorella dal seguire Mussolini.
I corpi di Mussolini e degli altri giustiziati furono poi trasportati a Milano, dove arrivarono in serata. In via Fabio Filzi, quando da poco erano superate le 22:00, Walter Audisio e i suoi uomini vennero fermati a un posto di blocco da sappisti della Pirelli Brusada appartenenti alla 110ª Brigata Garibaldi che volevano ispezionare l’autofurgone in cui erano i corpi. Al rifiuto di Walter Audisio seguirono lunghi momenti di tensione, risolti solo con l’intervento del Comando generale. I corpi arrivarono così in piazzale Loreto verso le tre di notte. Vennero scaricati nello stesso luogo in cui il 10 agosto 1944 erano stati fucilati e lasciati esposti al pubblico quindici partigiani (come rappresaglia per un attentato non rivendicato). Sappisti della 110ª Brigata Garibaldi montarono la guardia fino alle 7 del mattino.
La gente accorsa ben presto in piazza prese a insultare i cadaveri, infierendo su di loro con sputi, calci, spari e altri oltraggi, accanendosi in particolare sul corpo di Mussolini. Il servizio d’ordine, composto di pochi partigiani e vigili del fuoco, decise quindi di appendere i corpi a testa in giù alla pensilina di un distributore di benzina. Ai cadaveri si aggiunse poco dopo quello di Achille Starace (già segretario del PNF ma caduto in disgrazia e privo di cariche nella RSI), fermato per le strade di Milano mentre faceva jogging e fucilato alla schiena dopo un processo sommario. Passate alcune ore, su pressione delle autorità militari alleate, preoccupate per la tutela dell’ordine pubblico, i corpi furono trasportati all’obitorio. Il cadavere di Mussolini fu sottoposto a un’approfondita ricognizione; quello della Petacci fu solo composto in una bara.

L’uccisione di Mussolini e della Petacci e la decisione di esporre i corpi al pubblico ludibrio ricevettero successivamente numerose critiche, anche da parte di esponenti della Resistenza antifascista. Lo stesso Ferruccio Parri, capo del CLN, definì la vicenda “uno spettacolo da macelleria messicana” e Pertini dichiarò: «A Piazzale Loreto l’insurrezione si è disonorata». Ancora oggi alcuni si interrogano sulla legittimità dell’accaduto e sulle motivazioni che vi condussero. Non è tuttavia possibile esprimere una valutazione univoca e oggettiva, che non tenga conto delle circostanze e del contesto storico. Il solo dato di fatto che si può osservare è che in Italia non fu celebrato un processo giudiziario nei confronti dei gerarchi fascisti paragonabile a quello tenutosi a Norimberga contro il nazismo.
Nell’aprile del 1946 la salma di Mussolini fu trafugata dal cimitero di Musocco da un gruppo di fascisti del Partito Democratico Fascista, capitanati da Domenico Leccisi. Il corpo fu portato a Madesimo e successivamente alla Certosa di Pavia. Dopo la restituzione alla famiglia, nel 1956, la salma fu traslata nella cappella di Predappio.
La caduta di Mussolini e il timore del risorgere nell’immediato dopoguerra di tendenze neofasciste determinò l’introduzione del reato di apologia del fascismo.