Judo Boy, dal titolo viene da pensare che sia la storia di ragazzo che pratica Judo, ma in realtà è un equivoco che nasce dall’adattamento italiano dato che nel titolo originale, Kurenai Sanshiro, la parola Judo non compare.
Prodotto dalla Tatsunoko nel 1968, l’anime è un adattamento dell’omonimo manga scritto da Tatsuo Yoshida nello stesso anno e per quanto possa sembrare uno spokon, in realtà è uno shōnen dato che tutta la storia gira attorno alla ricerca continua di vendetta da parte di Sanshiro nei confronti dell’assassino del padre, noto come L’uomo da un occhio solo.
Una ricerca ossessiva che nasce dal ritrovamento del corpo del padre in fin di vita dopo un combattimento con un assassino e di un particolare, un occhio di vetro, appartenente all’omicida e che diventa l’unico elemento che ha Sanshiro per individuare il colpevole.
Nonostante il protagonista combatta con un kimono rosso (kurenai vuol dire rosso) usando tecniche marziali miste (quindi non solo Judo), non essendo la storia incentrata su allenamenti, gare ed altri elementi tipici dello spokon come visto nei precedenti articoli dedicati a Rocky Joe, Forza Sugar e Pat la ragazza del baseball, tutta la narrazione si sviluppa attorno ad un unico argomento: la vendetta.
Non basteranno le donne che Sanshiro incontrerà lungo la sua strada cercando di dissuaderlo o di fargli capire che non si può vivere solo con un obbiettivo di rivalsa verso qualcuno.
Ma non ci saranno né se né ma, la ricerca del fantomatico Uomo da un occhio solo porteranno il protagonista e i suoi accompagnatori (Ken, un piccolo orfano e il suo cane Bobo) attraverso situazioni spesso pericolose in cui solo qualche siparietto comico del simpatico duo riuscirà a stemperare i toni della serie.
Ma nonostante non sia una serie sportiva, Judo Boy è comunque una serie che strizza l’occhio agli amanti delle arti marziali e gli scontri con i vari avversari come killers, guerrieri, maestri judoka e mercenari vari sono ben caratterizzati e avvincenti.
Una caratteristica tipica delle produzioni Tatsunoko che anche nelle successive serie di Hurricane Polimar, Kyashan, Gatchaman e Tekkaman ha sempre dato importanza ai combattimenti corpo a corpo e, specialmente con il primo di questo elenco, le citazioni alle arti marziali erano palesi.
La sigla italiana è sicuramente iconica nel panorama del suo genere e il lavoro fatto da Detto Mariano è stato un bel veicolo per la serie che, come spesso succedeva per altri anime, catturava l’attenzione del pubblico annunciando l’inizio dell’episodio con la voce di Mario Balducci che intonava
Sulla mia moto corro presto,
lo troverò quel maledetto
e con un colpo mio mortale
vedrai gliela farò pagare,
ragazzo tu non mi seguire,
rispetta questo mio dolore
Ed ancora, nella strofa successiva, si incalza la mano
Ti ucciderò con tutti i mezzi,
quell’uomo voglio fare a pezzi
e certo non avrò paura,
qualunque sia la mia avventura
Un anime che si è inserito tra quelli più amati di quegli anni nonostante non abbia un finale, o meglio, non abbia un finale chiuso.
Al termine dei 26 episodi, Sanshiro non troverà la sua vendetta e continuerà il suo viaggio alla ricerca dell’assassino di suo padre.
Un finale aperto come spesso succede nell’animazione giapponese e che apre a interpretazioni personali.
A mio avviso, la lettura possibile è che vivere la vita inseguendo la vendetta lasciandosi consumare dall’odio e dal rancore non può che non portare ad un lento logorio.
Probabilmente Sanshiro non troverà mai quell’uomo e la sua vita spesa interamente nella ricerca e nel rancore, si consumerà fino a che ne avrà la forza. O forse lo troverà ma sarà già morto e si renderà conto di aver speso la sua vita inseguendo un fantasma mentre la vera vita, magari vicino ad una donna che gli avrebbe dato amore e serenità, gli è sfuggita di mano di episodio in episodio per trovarsi alla fine da solo.