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Benito Mussolini e l’ascesa del Fascismo in Italia (III Parte).

Di In Senza categoria
Settembre 08, 2026

Dal punto di vista giornalistico, continuò anche il rapporto con Il popolo di Trento. Cesare Battisti gli chiese di scrivere un romanzo a puntate. Il compenso era di 15 lire a puntata. Mussolini scelse uno dei suoi argomenti preferiti, la critica sociale anticlericale. Ispirandosi a una storia realmente avvenuta a Trento nel Seicento (lo scandaloso amore tra il vescovo-principe di Trento, Carlo Emanuele Madruzzo, e una cortigiana) scrisse L’amante del cardinale. Claudia Particella. Il romanzo uscì a puntate, dal 20 gennaio all’11 maggio 1910. Come rappresentante della federazione di Forlì, Mussolini partecipò all’XI congresso socialista di Milano (1910). Nello stesso anno visitò Roma per la prima volta.

L’11 aprile 1911 la sezione socialista di Forlì guidata da Mussolini votò l’autonomia dal PSI. Nel maggio dello stesso anno la prestigiosa rivista letteraria La Voce, diretta da Giuseppe Prezzolini, pubblicò il suo saggio Il Trentino veduto da un socialista, costituito dagli appunti stesi da Mussolini durante il 1909. A Forlì Mussolini conobbe Pietro Nenni, all’epoca segretario della nuova Camera del Lavoro repubblicana, nata dopo la frattura tra repubblicani e socialisti. All’inizio prevalse la differenza ideologica: i due, pur essendo vicini di casa, furono avversari; in seguito divennero ami

Il 27 settembre 1911, assieme all’amico repubblicano Pietro Nenni, Mussolini partecipò a una manifestazione contro la guerra con l’impero ottomano per il possesso di Cirenaica e Tripolitania, che si concluse con scontri violenti con la polizia. Mussolini aveva definito l’impresa coloniale africana di Giovanni Giolitti un «atto di brigantaggio internazionale»; aveva inoltre definito il tricolore «uno straccio da piantare su un mucchio di letame». Arrestato il 14 ottobre, venne processato e condannato a un anno di reclusione (23 novembre).

Nenni durante le manifestazioni a Forlì fu ferito da tre sciabolate; anch’egli il 14 ottobre fu arrestato e condannato a un anno e quindici giorni. Venne recluso nel carcere di Bologna, nella stessa cella di Mussolini. Questi in carcere terrà sulle ginocchia la piccola figlia di Mussolini, Edda, nata il 1º settembre 1910. Con gli anni, quando Mussolini e Nenni continueranno a vedersi a Milano, lei lo chiamerà “zio”. Il 19 febbraio 1912 la Corte d’Appello di Bologna ridusse la pena di Mussolini a cinque mesi e mezzo e il successivo 12 marzo venne rilasciato.

L’8 luglio 1912, al XIII Congresso del Partito Socialista Italiano di Reggio Emilia, avanzò una mozione di espulsione (definita da lui anche lista di proscrizione) nei confronti dei riformisti Leonida BissolatiIvanoe BonomiAngiolo Cabrini e Guido Podrecca, che venne accolta. L’accusa era di “gravissima offesa allo spirito della dottrina e alla tradizione socialista”. Quindi entrò nella direzione nazionale del partito. Collaborò poi con Folla, giornale di Paolo Valera, firmandosi con lo pseudonimo “L’homme qui cherche“. Al congresso i massimalisti conquistarono la maggioranza del Partito sconfiggendo i riformisti di Filippo Turati.

In seguito al trionfo dei massimalisti al Congresso di Reggio Emilia, nel novembre 1912 Mussolini divenne uno degli esponenti di spicco del PSI e giunse alla direzione dell’Avanti!, organo ufficiale del partito, succedendo a Giovanni Bacci (Angelica Balabanoff venne scelta per il ruolo di viceredattore capo).

Alle elezioni politiche del 1913 (il primo turno si svolse il 26 ottobre), Mussolini si presentò, nel collegio di Forlì, come candidato socialista per la Camera dei Deputati, ma venne sconfitto da Giuseppe Gaudenzirepubblicano (tradizionalmente, i repubblicani erano molto forti nel forlivese). Il mese successivo (novembre 1913) fondò un proprio giornale, Utopia,  che diresse fino allo scoppio della prima guerra mondiale e sul quale poté esprimere tutte le proprie opinioni, anche quelle in contrasto con la linea ufficiale del PSI.

Al XIV Congresso del Partito Socialista Italiano di Ancona del 26, 27 e 28 aprile 1914, presentò con Giovanni Zibordi una mozione, che venne accolta, con la quale si stabilì esser incompatibile l’appartenenza alla massoneria per un socialista. Gli tenne testa un giovane delegato del PolesineGiacomo Matteotti, quasi anticipando quella contrapposizione che, dieci anni dopo, avrebbe condotto all’assassinio del leader dei socialisti riformisti, con l’avallo del capo del fascismo.

Al Congresso di Ancona Mussolini colse inoltre un grande successo personale, con una mozione di plauso per i successi di diffusione e di vendite del giornale del Partito, tributatagli personalmente dai congressisti. Infatti, nel periodo di direzione Mussolini, l’Avanti! era salito da 30-45 000 copie nel 1913 a 60-75 000 copie nei primi mesi del 1914.

Il 9 giugno venne eletto consigliere comunale a Milano.

Fu protagonista della campagna politica e di stampa in sostegno dell’ondata rivoluzionaria della Settimana rossa, insurrezione popolare spontanea a seguito dell’uccisione di tre manifestanti contro le Compagnie di Disciplina nell’Esercito, avvenuta ad Ancona il 7 giugno 1914 a opera della forza pubblica. Dalle pagine dell’Avanti! infiammò gli animi con appelli alle masse popolari:

«Proletari d’Italia! Accogliete il nostro grido: Viva lo sciopero generale. Nelle città e nelle campagne verrà su spontanea la risposta alla provocazione. Noi non precorriamo gli avvenimenti, né ci sentiamo autorizzati a tracciarne il corso, ma certamente quali questi possano essere, noi avremo il dovere di secondarli e di fiancheggiarli. Speriamo che con la loro azione i lavoratori italiani sappiano dire che è veramente l’ora di farla finita.»(Avanti! del 10 giugno 1914)

Con quest’articolo Mussolini, facendo leva sulla popolarità di cui godeva nel movimento socialista e sulla grande diffusione del giornale, di fatto costrinse la Confederazione Generale del Lavoro a dichiarare lo sciopero generale, strumento di lotta che determinava il blocco di ogni attività nel Paese, di cui il sindacato riteneva di dover fare uso solo in circostanze eccezionali.

Mussolini strumentalizzò i moti popolari anche a fini politici interni al mondo socialista: la direzione del Partito Socialista uscita dal XIV Congresso di Ancona era in mano ai massimalisti rivoluzionari, ma i riformisti erano ancora maggioritari nel gruppo parlamentare e nella CGdL.

Il 10 giugno si tenne un comizio all’Arena di Milano di fronte a 60 000 manifestanti, mentre il resto dell’Italia era in lotta e paralizzata, la Romagna e le Marche insorte e i ferrovieri avevano finalmente annunciato di aderire allo sciopero generale. Dopo che gli oratori riformisti di tutti i partiti avevano gettato acqua sul fuoco dicendo che questa non era la rivoluzione, ma solo protesta contro l’eccidio di Ancona, e che non ci si sarebbe fatti trascinare in un’inutile carneficina, intervennero Corridoni e Mussolini. Quest’ultimo esaltò la rivolta. Ecco il resoconto del suo infuocato discorso, pubblicato il giorno dopo sull’Avanti!:

«A Firenze, a Torino, a Fabriano vi sono altri morti e altri feriti, occorre lavorare nell’esercito perché non si spari sui lavoratori, occorre far sì che il soldo del soldato sia presto un fatto compiuto. …. Lo sciopero generale è stato dal 1870 ad oggi il moto più grave che abbia scosso la terza Italia …. Non è stato uno sciopero di difesa, ma di offesa. Lo sciopero ha avuto un carattere aggressivo. Le folle che un tempo non osavano nemmeno venire a contatto della forza pubblica, stavolta hanno saputo resistere e battersi con un impeto non sperato. Qua e là la moltitudine scioperante si è raccolta attorno a quelle barricate che i rimasticatori di una frase di Engels avevano, con una fretta che tradiva preoccupazioni oblique, se non la paura, relegato fra i cimeli delle romanticherie quarantottesche. Qua a là, sempre a denotare la tendenza del movimento, si sono assaltati i negozi dagli armaioli; qua e là hanno fiammeggiato degli incendi e non già delle gabelle come nelle prime rivolte del Mezzogiorno, qua e là sono state invase le chiese. … Se – puta caso – invece dell’on. Salandra, ci fosse stato l’on. Bissolati alla Presidenza del Consiglio, noi avremmo cercato che lo sciopero generale di protesta fosse stato ancora più violento e decisamente insurrezionale. …. Soprattutto un grido è stato lanciato seguito da un tentativo, il grido di: “Al Quirinale”».

Proprio per scongiurare il rischio che la monarchia potesse sentirsi minacciata e dichiarare lo stato d’assedio e il passaggio dei poteri pubblici ai militari, la Confederazione generale del lavoro dichiarò concluso lo sciopero dopo solo 48 ore, invitando i lavoratori a riprendere la loro attività.

Allo scoppio della prima guerra mondiale (28 luglio 1914) interpretò con fermezza la linea neutralista dell’Internazionale Socialista. Mussolini era del parere che il conflitto non potesse giovare agli interessi dei proletari italiani, bensì solo a quelli dei capitalisti. Nello stesso periodo, all’insaputa dell’opinione pubblica, il ministro degli Esteri Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano avviò un’operazione di persuasione negli ambienti socialisti e cattolici per ottenere un atteggiamento favorevole verso un possibile intervento dell’Italia nella guerra.

Il 26 luglio, nell’imminenza dello scoppio del conflitto, Mussolini pubblicò sull’«Avanti!» un articolo di fondo intitolato Abbasso la guerra; tuttavia la scelta del Partito socialista non incontrò l’unanimità all’interno del gruppo dirigente. D’accordo con il segretario Costantino Lazzari e la direzione del partito, aprì sull’«Avanti!» un dibattito sul tema della neutralità. Già nei primi mesi del conflitto apparve quindi tutta l’incertezza del Partito Socialista, che non seppe risolversi tra la sua inclinazione antimilitarista e la propensione verso la guerra come mezzo per rinnovare la lotta politica e smuovere gli equilibri consolidati nel Paese.

Nel panorama politico italiano, tra i primi a porre dubbi sulla neutralità assoluta vi furono Leonida Bissolati e Gaetano Salvemini, cui seguirono i socialisti riformisti e i sindacalisti rivoluzionari. Da parte sua, Mussolini sentì che se il Partito avesse continuato sulla linea pacifista a oltranza, avrebbe finito per rimanere emarginato. In conversazioni private esternò queste incertezze e questi dubbi. Puntualmente, la stampa mise tutto in piazza: il 28 agosto 1914 il «Giornale d’Italia» scrisse che Mussolini riconosceva l’inevitabilità della guerra contro l’Austria, definendola «un compito di civiltà del proletariato italiano». All’assemblea della sezione socialista milanese del 9 settembre Mussolini definì impraticabile lo sciopero generale contro una guerra difensiva, concludendo che «se domani si verificherà l’evento nuovo, noi decideremo».[69] Successivamente sollecitò la convocazione della direzione del partito, che si riunì insieme al gruppo parlamentare a Roma il 21 e 22 settembre. Mussolini presentò il testo di un nuovo appello alle masse socialiste, che ripropose la neutralità assoluta: nessuna concessione deve essere fatta alla guerra, solo «opposizione recisa ed implacabile». La mozione fu approvata dalla direzione.

Ciò frustrò gli intenti bellicosi e insurrezionali di Mussolini che, sull’Avanti! del 12 giugno 1914, non si paventò dall’accusare di fellonia i capi sindacali confederali, che facevano riferimento alla componente riformista del PSI, accusando: “La Confederazione del Lavoro, nel far cessare lo sciopero, ha tradito il movimento rivoluzionario”.

Mussolini venne fermato insieme a Corridoni durante una manifestazione, duramente percosso dalla polizia, cui si unirono gli insulti e la gogna della folla borghese nei pressi della Galleria Vittorio Emanuele II. Saranno entrambi arrestati.