Ci sono personaggi che appartengono alla storia e altri che, a un certo punto, sembrano uscirne per trasformarsi in mito. Eva (Evita) Perón appartiene a entrambe le categorie.
Per alcuni fu la donna che diede voce agli ultimi, ai lavoratori, ai poveri e alle donne argentine. Per altri rappresentò il volto più affascinante e potente di un sistema politico populista, autoritario e profondamente legato alla propaganda.
Amata con una devozione quasi religiosa e detestata con altrettanta intensità, María Eva Duarte de Perón, per tutti semplicemente Evita, continua ancora oggi a dividere l’Argentina.
La sua vita politica durò pochissimo. Quando morì, il 26 luglio 1952, aveva appena 33 anni.
Eppure erano bastati pochi anni per trasformare una ragazza proveniente dalla provincia argentina in una delle donne più famose del Novecento.
Dalla provincia al sogno di Buenos Aires
Eva María Duarte nacque il 7 maggio 1919 a Los Toldos, nella provincia di Buenos Aires.
La sua infanzia fu lontanissima dal mondo del potere nel quale sarebbe entrata anni dopo. Cresciuta in condizioni economiche modeste, sperimentò fin da giovane le rigide divisioni sociali dell’Argentina dell’epoca.
La sua origine sarebbe diventata uno degli elementi fondamentali della costruzione pubblica di Evita.
Non apparteneva all’aristocrazia.
Non proveniva dalle famiglie che tradizionalmente dominavano la politica e la società argentina.
Ed era proprio questa distanza dalle élite che, anni dopo, le avrebbe consentito di presentarsi come interprete delle classi popolari.
Ancora adolescente decise di cercare fortuna a Buenos Aires.
Voleva diventare attrice.
Cominciò così una carriera tra teatro, cinema e soprattutto radio, mezzo di comunicazione che negli anni Trenta e Quaranta aveva un’enorme capacità di raggiungere le famiglie argentine.
Eva imparò a utilizzare la voce, il ritmo delle parole e la comunicazione emotiva.
Competenze che presto sarebbero diventate molto più importanti sul palcoscenico della politica che su quello dello spettacolo.
L’incontro con Juan Domingo Perón
Il momento decisivo arrivò nel 1944, quando Eva conobbe il colonnello Juan Domingo Perón, allora una delle figure emergenti del governo militare argentino.
Tra i due nacque una relazione sentimentale ma anche un sodalizio politico destinato a cambiare la storia del Paese.
Perón aveva costruito una parte importante del proprio consenso attraverso i rapporti con i sindacati e con il mondo dei lavoratori.
Quando nel 1945 venne arrestato dai suoi avversari all’interno del regime, enormi manifestazioni popolari ne chiesero la liberazione.
Il 17 ottobre 1945 migliaia di lavoratori raggiunsero il centro di Buenos Aires.
Quella giornata sarebbe diventata uno degli eventi fondativi del peronismo.
Pochi giorni dopo Eva e Juan Domingo Perón si sposarono.
Nel febbraio del 1946 Perón vinse le elezioni presidenziali.
Eva Duarte non era più soltanto un’attrice.
Era diventata la first lady dell’Argentina.
Ma Evita non aveva alcuna intenzione di limitarsi al ruolo tradizionale della moglie del presidente.
Nasce Evita
Fu proprio negli anni della presidenza Perón che Eva Duarte diventò definitivamente Evita.
Il diminutivo con cui il popolo iniziò a chiamarla non indicava soltanto una persona.
Indicava un simbolo.
Eva costruì un rapporto diretto con le classi lavoratrici e con quelli che il movimento peronista chiamava descamisados, letteralmente gli “scamiciati”: gli uomini e le donne delle classi popolari che rappresentavano la base sociale del nuovo movimento.
Riceveva delegazioni sindacali, pronunciava discorsi, partecipava alle manifestazioni e interveniva nelle controversie del mondo del lavoro.
La sua comunicazione politica era fortemente emotiva.
Evita parlava di amore per il popolo, fedeltà a Perón, giustizia sociale e lotta contro i privilegi.
Per i suoi sostenitori era una di loro arrivata finalmente nel palazzo del potere.
Per i suoi oppositori era invece una straordinaria macchina propagandistica al servizio del presidente.
Entrambe le letture avrebbero accompagnato la sua figura fino alla morte.
La battaglia per il voto alle donne
Uno degli aspetti più importanti dell’eredità politica di Evita riguarda la partecipazione delle donne alla vita pubblica argentina.
Il movimento per il suffragio femminile esisteva in Argentina già da decenni e sarebbe quindi storicamente scorretto attribuire esclusivamente a Eva Perón la conquista del diritto di voto.
Ma è altrettanto vero che Evita utilizzò la propria enorme influenza politica per sostenere apertamente quella battaglia.
Il 9 settembre 1947 venne approvata la legge n. 13.010, che riconobbe alle donne argentine il diritto di votare e di essere elette.
Per l’Argentina fu una trasformazione storica.
Evita contribuì poi a organizzare politicamente le nuove elettrici.
Nel 1949 nacque il Partito Peronista Femminile, un’organizzazione composta esclusivamente da donne e guidata dalla stessa Eva.
Per la prima volta un numero enorme di argentine entrava direttamente nella politica organizzata.
Ma anche questo aspetto presenta una contraddizione.
Il Partito Peronista Femminile non era un’organizzazione indipendente dal potere. Era parte integrante del movimento peronista e aveva una struttura fortemente centralizzata attorno alla leadership di Evita e alla fedeltà politica a Juan Domingo Perón.
L’emancipazione femminile e la costruzione del consenso peronista procedevano quindi insieme.
Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere la sua eredità politica più complessa di quanto suggerisca l’immagine celebrativa costruita negli anni successivi.
La Fondazione Eva Perón
Se esiste un’attività che contribuì più di ogni altra a trasformare Evita in una figura quasi leggendaria tra le classi popolari, fu la sua opera assistenziale.
Nel 1948 nacque quella che sarebbe diventata la Fondazione Eva Perón.
Attraverso la fondazione vennero realizzate scuole, ospedali, case, strutture assistenziali e iniziative rivolte ai bambini, agli anziani e alle famiglie più povere.
Eva riceveva personalmente persone provenienti da tutto il Paese.
Madri chiedevano una casa.
Famiglie chiedevano medicine.
Bambini avevano bisogno di scarpe, vestiti o materiale scolastico.
Per molti argentini poveri Evita rappresentava un accesso diretto allo Stato che fino a quel momento sembrava lontanissimo.
Era questo rapporto personale a costruire il mito.
Evita non appariva semplicemente come una politica che approvava programmi sociali.
Appariva come qualcuno che ascoltava direttamente chi aveva bisogno.
Ma proprio la Fondazione sarebbe diventata anche uno dei principali argomenti utilizzati dai suoi critici.
Beneficenza o strumento politico?
La Fondazione Eva Perón gestiva risorse enormi e acquisì una capacità d’intervento straordinaria.
Il problema riguardava la trasparenza e il rapporto tra assistenza sociale, Stato e movimento politico.
Una parte delle risorse proveniva da donazioni di lavoratori, sindacati e imprese. I critici del peronismo sostennero che alcune contribuzioni fossero tutt’altro che spontanee e denunciarono pressioni sul mondo imprenditoriale.
La fondazione, inoltre, concentrava nelle mani di Evita un’enorme capacità di distribuzione delle risorse.
Per i sostenitori era un modo rapido per superare una burocrazia incapace di rispondere ai bisogni delle persone.
Per gli oppositori rappresentava invece una forma di assistenzialismo personalistico attraverso il quale il diritto sociale rischiava di trasformarsi in un favore concesso direttamente dalla leader.
Ed è qui che emerge una delle principali contraddizioni della sua esperienza politica.
Eva contribuì concretamente a migliorare le condizioni di vita di migliaia di persone.
Ma contemporaneamente quella stessa attività rafforzava enormemente il legame personale tra Evita, Perón e le masse popolari.
Solidarietà e propaganda finirono inevitabilmente per intrecciarsi.
Il lato autoritario del peronismo
Per comprendere le controversie intorno a Evita bisogna però guardare oltre la sua persona.
Bisogna guardare al sistema politico del quale faceva parte.
Il governo di Juan Domingo Perón introdusse importanti riforme sociali, rafforzò il ruolo dei lavoratori e dei sindacati e costruì uno Stato fortemente presente nell’economia.
Allo stesso tempo sviluppò caratteristiche autoritarie.
Il rapporto con una parte della stampa fu fortemente conflittuale, gli oppositori denunciarono persecuzioni e limitazioni della libertà politica e la propaganda governativa costruì un crescente culto intorno alle figure di Perón ed Evita.
Eva non fu una spettatrice di questo sistema.
Ne fu una protagonista.
I suoi discorsi potevano essere durissimi nei confronti degli avversari politici, descritti frequentemente come nemici del popolo e dell’Argentina.
Anche il Partito Peronista Femminile rifletteva questa concezione fortemente verticale del potere: la leadership di Evita era centrale e lo spazio per il dissenso interno estremamente ridotto.
Questa è probabilmente la parte più difficile della sua eredità.
La donna che contribuì ad allargare la partecipazione politica delle argentine operava contemporaneamente all’interno di un movimento che tendeva a identificare la fedeltà al leader con quella alla nazione.
Evita e le accuse sui rapporti con il fascismo
Un’altra controversia riguarda il rapporto del peronismo con i regimi autoritari europei.
Juan Domingo Perón aveva osservato con interesse alcuni aspetti dell’organizzazione politica e sociale dell’Italia fascista durante la sua esperienza europea precedente alla conquista del potere.
Dopo la Seconda guerra mondiale, inoltre, l’Argentina divenne rifugio di numerosi criminali nazisti in fuga dall’Europa.
Questi elementi hanno alimentato nel tempo accuse molto pesanti anche nei confronti di Evita.
Bisogna però distinguere accuratamente i fatti documentati dalle ricostruzioni più speculative.
È storicamente corretto discutere l’ambiguo rapporto del primo peronismo con alcune esperienze autoritarie europee e la politica argentina nei confronti di molti fuggitivi nazisti.
È invece molto più difficile sostenere alcune delle teorie sensazionalistiche che negli anni hanno attribuito direttamente a Eva ruoli personali nelle reti naziste senza prove definitive.
Anche in questo caso la storia richiede una distinzione tra responsabilità politica, contesto e leggenda.
Il viaggio in Europa
Nel 1947 Evita compì un lungo viaggio internazionale passato alla storia come il “Rainbow Tour”.
Visitò diversi Paesi europei, tra cui Spagna, Italia e Francia.
Nella Spagna di Francisco Franco ricevette accoglienze spettacolari.
Per il regime franchista la visita della first lady argentina rappresentava un’occasione importante per rompere almeno parzialmente l’isolamento internazionale del dopoguerra.
Per Evita, invece, il viaggio serviva a costruire un’immagine internazionale.
La ragazza arrivata dalla provincia argentina veniva ricevuta da capi di Stato, autorità e folle.
Era ormai una protagonista della politica mondiale.
“Evita vicepresidenta”
Nel 1951 il suo potere raggiunse probabilmente il punto massimo.
Una parte del movimento peronista e soprattutto i sindacati chiedeva che Eva diventasse candidata alla vicepresidenza accanto al marito.
L’ipotesi scatenò fortissime resistenze.
Settori delle forze armate non vedevano con favore la possibilità che una donna proveniente dal mondo dello spettacolo e profondamente legata alle organizzazioni popolari potesse arrivare a un passo dalla presidenza della Repubblica.
Il 22 agosto 1951 una gigantesca manifestazione organizzata dalla Confederación General del Trabajo chiese pubblicamente la sua candidatura.
La folla gridava:
“¡Evita vicepresidenta!”
Ma pochi giorni dopo arrivò la rinuncia.
Il 31 agosto Eva annunciò di non voler accettare la candidatura.
Le ragioni furono probabilmente diverse: l’opposizione di settori militari e politici ebbe un peso importante, ma nel frattempo esisteva un nemico ancora più potente.
La malattia.
La battaglia che non poteva vincere
Eva era gravemente malata.
Soffriva di un tumore al collo dell’utero.
Le sue condizioni peggiorarono rapidamente.
Il contrasto tra la donna energica che aveva dominato i balconi della Casa Rosada e il suo corpo sempre più fragile impressionò profondamente l’opinione pubblica.
Continuò tuttavia ad apparire in pubblico finché le condizioni glielo consentirono.
Alle elezioni del novembre 1951 le donne argentine votarono per la prima volta in un’elezione nazionale.
Evita riuscì a esprimere il proprio voto dal letto d’ospedale.
Era una scena dal fortissimo valore simbolico.
La donna che aveva contribuito alla battaglia per il suffragio femminile partecipava alle prime elezioni nazionali in cui le argentine potevano esercitare quel diritto.
Ma ormai il tempo stava finendo.
26 luglio 1952
Eva Perón morì il 26 luglio 1952.
Aveva 33 anni.
L’Argentina precipitò in un lutto collettivo impressionante.
Milioni di persone parteciparono alle cerimonie funebri o si riversarono nelle strade.
Per molti descamisados non era morta semplicemente la moglie del presidente.
Era morta Evita.
La donna che li aveva ascoltati.
La donna che aveva pronunciato i loro nomi nei palazzi del potere.
La donna che, almeno ai loro occhi, era diventata una di loro.
La morte precoce completò definitivamente la trasformazione della persona nel mito.
Anche il suo corpo diventò politico
La storia di Evita non terminò nemmeno con la morte.
Il suo corpo venne imbalsamato dal medico spagnolo Pedro Ara.
Ma nel 1955 Juan Domingo Perón fu rovesciato da un colpo di Stato militare.
Il nuovo regime voleva eliminare i simboli del peronismo.
E nessun simbolo era più potente del corpo di Eva.
La salma venne sottratta e nascosta.
Per anni la sua posizione rimase segreta, fino a quando si scoprì che era stata trasferita in Italia e sepolta sotto falsa identità nel Cimitero Maggiore di Milano.
Soltanto nel 1971 il corpo venne restituito a Juan Domingo Perón, allora in esilio in Spagna.
Dopo ulteriori vicende, nel 1976 Eva venne definitivamente sepolta nel cimitero della Recoleta di Buenos Aires.
Nemmeno da morta era riuscita a smettere di essere politica.
Santa o propagandista?
Forse nessuna delle due definizioni è sufficiente.
Trasformare Evita esclusivamente nella “santa dei poveri” significa ignorare il sistema politico del quale fece parte, la propaganda peronista, il culto della personalità e le caratteristiche autoritarie sviluppate dal movimento.
Ma descriverla soltanto come una manipolatrice delle masse significa ignorare l’impatto reale delle politiche sociali, della Fondazione Eva Perón e soprattutto della mobilitazione politica femminile alla quale contribuì.
La storia di Eva Perón vive precisamente dentro questa contraddizione.
Era allo stesso tempo una donna proveniente dagli strati più modesti della società e una delle persone più potenti dell’Argentina.
Parlava per gli ultimi, ma apparteneva al centro del potere.
Contribuì all’ingresso delle donne nella politica, ma guidò un’organizzazione fortemente gerarchica.
Distribuì aiuti concreti a migliaia di famiglie, ma trasformò quell’assistenza anche in uno straordinario strumento di identificazione politica.
Fu amata.
Fu odiata.
Ma soprattutto fu impossibile ignorarla.
Il segno lasciato nella storia
Dopo Enheduanna, Cleopatra, Hatshepsut, Ipazia, Teodora di Bisanzio, Giovanna d’Arco, Lucrezia Borgia, Marie Curie, Margaret Thatcher, Rosa Parks, Ada Lovelace, Eleanor Roosevelt, Frida Kahlo, Coco Chanel, Artemisia Gentileschi, Malala Yousafzai, Valentina Tereshkova, Emmeline Pankhurst, Wangari Maathai, Agatha Christie, Indira Gandhi, Simone Veil, Benazir Bhutto, Aung San Suu Kyi, Jane Goodall e Rigoberta Menchú, il nostro viaggio incontra quindi una donna diventata qualcosa di più di una protagonista politica.
Evita è diventata un’immagine.
Un volto sui muri di Buenos Aires.
Una fotografia sollevata durante le manifestazioni.
Un nome pronunciato ancora oggi nella politica argentina.
Un personaggio raccontato nei libri, nel cinema, nel teatro e nella musica.
Ma dietro l’icona rimane Eva Duarte: una ragazza nata lontano dai palazzi del potere che, in pochissimi anni, riuscì a raggiungerne il centro.
Il suo lascito continua a dividere perché è impossibile separarlo completamente dal peronismo.
E forse proprio questa divisione rappresenta la prova più evidente della sua importanza.
A più di settant’anni dalla sua morte, l’Argentina continua infatti a interrogarsi su Evita.
Per alcuni è ancora la donna che diede dignità ai descamisados.
Per altri è il simbolo di una politica costruita sul populismo e sul culto della personalità.
Per la storia è entrambe le cose, e molto altro ancora.
Perché le donne che lasciano davvero il segno non sono necessariamente quelle sulle quali tutti finiscono per essere d’accordo.
A volte sono proprio quelle sulle quali, generazione dopo generazione, si continua a discutere.