Una volta erano le fanzine, riviste contenitore spesso a metà tra amatoriali e produzioni semi-professionali autoprodotte che trattavano argomenti inerenti il mondo dei fumetti e dell’animazione e su cui scrivevano appassionati e in alcuni casi anche persone con competenze che negli anni hanno fatto strada.
L’arrivo di internet ha fatto poi nascere i forum, luoghi di discussione in cui da un lato c’erano gli utenti che facevano domande o proponevano argomenti di discussione, dall’altro c’erano admin e moderatori che avevano il compito di gestire i “flame” e insieme a loro un gruppo di utenti più skillati che rispondeva a domande più tecniche grazie ad una preparazione figlia di ricerche e studi.
Poi si è arrivati ai social, YouTube, Twitch e via dicendo. E qui le cose iniziano a cambiare.
Iniziamo ad assistere alla nascita di gruppi e all’emersione di figure individuali sempre più presenti nei commenti fino a diventare delle “entità” riconosciute come esperte (anche se non sempre lo erano).
Ed ecco quindi che il fenomeno degli influencer si inizia a consolidare negli anni, grazie a questi strumenti che nel bene e nel male hanno creato una serie di personaggi che hanno saputo catalizzare l’attenzione del pubblico verso i loro canali social a tema creando delle community spesso numerose e coese.
Nulla di nuovo in realtà se analizziamo il fenomeno della community in se perché come scritto sopra, le community sono sempre esistite seppur con modalità e regole diverse dato che una community ha sempre vissuto come entità di gruppo, in cui c’era si qualcuno che emergeva più degli altri ma che di fatto, restava un gruppo che galleggiava insieme remando nella stessa direzione, ovvero la passione verso tutto quello che è nerd.
Oggi le cose sono molto diverse e i social hanno dato voce un po’ a tutti e non sempre meritatamente.
So già che con questo articolo mi farò qualche nemico o farò storcere il naso a qualcuno ma il fenomeno influencer va in qualche modo affrontato.
Partiamo dalle origini: chi è un influencer?
Con questo termine si tende a definire una persona, uomo o donna che sia, capace di creare aggregazione (virtuale per lo più) con il fine di muovere le opinioni verso quello che viene ritenuto degno di interesse.
Per comodità di scrittura, da qui in poi userò il termine con l’accezione maschile ma mi riferisco alla figura in quanto tale piuttosto che al sesso (per quanto nel mondo nerd gli influencer donna sono in minoranza).
Negli anni questa figura è cresciuta sempre di più arrivando al punto che la loro presenza in fiere di settore è imprescindibile e le stesse case editrici li contattano per promuovere nuove uscite editoriali sia sui loro canali che nelle fiere (anche se le fiere sono riservate solo a influencer di un certo livello).
Dove nasce il problema degli influencer?
La risposta a questa domanda è un una parola secca: competenza.
Purtroppo, molti di questi influencer non solo non sono competenti ma spingono le loro considerazioni personali in maniera così forte che il pubblico meno preparato è portato a credere che quelle cose che ascolta siano vere e non distingue più la verità da una supposizione.
Il “secondo me” prima di ogni spiegone sarebbe obbligatorio per far capire a chi è dall’altro lato del monitor che quello che sta per ascoltare non è una cosa basata su fonti certe ma al contrario è una elaborazione del tutto personale di un determinato argomento.
Ed ecco quindi che nascono poi dei flame incredibili dato che l’utente mediamente incompetente in materia che si è avvicinato ad un influencer perché ha trovato nei sui argomenti il piede di porco che ha aperto lo scrigno della memoria dove erano racchiusi i ricordi di infanzia, si trasforma nel primo difensore a spada tratta di quell’influencer e divulga le cose che sente come se fossero il verbo.
E, addirittura, a volte traggono conclusioni ancora più sbagliate delle cose che sentono e che a lor volta nascono da errori concettuali o di ricerca.
Questo è internet, direbbe qualcuno. E’ uno strumento democratico che da voce a tutti. Il che è giusto finchè però quegli influencer restano nella loro community.
Quando assurgono al ruolo di protagonisti (spesso per autocelebrazione) allora nasce un problema.
Durante il periodo della messa in onda di Goldrake U e successivamente durante la riproposizione di Ufo Robot Goldrake, abbiamo assistito a quelli che una volta avremmo definito “fiumi di inchiostro” sprecati su così tante sciocchezze e imprecisioni che chiunque avrebbe potuto evitare di dire se solo avesse letto un solo libro sull’argomento.
Naturalmente in questo mare di ignoranza, sono emersi i limiti delle community di Facebook e la totale incapacità da parte degli utenti a fermarsi un attimo a riflettere su quello che scrivevano dato che l’argomento in questione era un anime di 50 anni fa e i ricordi spesso sono diversi dalla realtà. Se a questo aggiungiamo che gli stessi creator hanno spesso detto delle imprecisioni (per non dire sciocchezze), il quadro del mondo otaku si delinea in maniera critica.
Come si fa a identificare un creator competente da uno meno preparato?
Non è una cosa facile ma in realtà ci sono strumenti per capire se chi abbiamo davanti è un creator da seguire o meno. E no, non è il numero di follower a decretare la competenza di un influencer.
Primo strumento: i commenti
Quando un creator affronta un argomento, è inevitabile che arrivi qualche commento di un utente molto preparato che possa aprire a nuove visioni o correggere alcune imprecisioni.
Un buon creator non censura ma anzi, ringrazia e corregge il tiro. E magari successivamente invita quell’utente a collaborare in un post invitandolo a commentare.
Quando invece il tenore dei commenti è esclusivamente legato ai complimenti, significa che quella community è fatta esclusivamente da utenti che pendono dalle labbra del creator e che non hanno mai approfondito nulla di determinati argomenti e quindi qualsiasi cosa sentono o leggono è bibbia.
Secondo strumento: la presenza nelle fiere
Facciamo una distinzione tra ospite con pass e ospite di programma.
Oggi tutti i creator riescono ad avere un pass omaggio per le fiere, chi perché è giornalista, chi perché ha una community che porta pubblicità all’evento. Ma oltre a questi, ci sono i creator che fanno parte del programma degli eventi e quindi la loro presenza è stata richiesta dall’organizzazione. Il che è molto diverso rispetto al primo caso.
Presenziare alle fiere con un pass non significa essere parte di quella fiera. Basta controllare tra gli ospiti la presenza i meno e capire la differenza tra ospite e visitatore con pass.
Bastano questi due strumenti per capire se una pagina, un gruppo o un singolo influencer sono effettivamente validi e con contenuti che hanno la capacità di dire qualcosa di nuovo e non sempre le solite cose trite e ritrite.
Una fiera senza influencer è possibile?
No, oggi non lo è. E onestamente non avrebbe nemmeno senso. Una fiera deve offrire diversi punti di interesse, dagli stand all’intrattenimento, dalle mostre agli ospiti, dai talk alla musica.
Oggi i creator sono quelli che coprono buona parte del programma culturale e spesso lo fanno con contenuti interessanti e qualitativamente alti.
Ma anche qui si apre una finestra critica sui panel e su come vengono presentati.
Un creator che parla per un’ora senza una immagine a supporto di quello che dice, senza un video o qualsiasi cosa che possa dimostrare quello che sta dicendo ha senso?
No, non lo ha. A meno che non sia un dibattito in cui si esprimono le proprie idee e deduzioni, ma significa che a parlare ci sono almeno due persone.
Un creator che non è capace di creare dei supporti video e grafici su cui parlare e attirare il pubblico è un creator noioso. Può avere tutti i follower di questo mondo, resta noioso.
Vi racconto un aneddoto di qualche anno fa: fiera molto famosa a livello italiano, un creator molto famoso presenta nel corso della giornata ben 5 panel (praticamente uno ogni due ore). Tralasciando la quantità di spazio concessa che contestualmente viene tolta ad altri, mi concentro su un titolo della giornata e vado a sentirlo. Il creator apre il panel così: “Grazie per essere nuovamente seduti qui davanti a me per il panel dal titolo XXXX. Ovviamente è un titolo che ho messo io così a caso perché alla fine parleremo di un argomento che sta a me a cuore che è XXXXX”.
E via con 60 minuti di chiacchiere sconclusionate su un argomento che non era quello del titolo.Non so se è chiaro quello che è successo.
Una fiera importante, pur di dare spazio ad un creator che ha una community decisamente numerosa, non si è preoccupata minimamente di controllare cosa venisse detto in quel panel inserito nel programma della giornata. Si è preferito dare spazio al nome ma non alla qualità.
Secondo esempio sempre su una fiera importante. Nel programma di una sala ci sono nomi famosi, non necessariamente legati al contesto ma comunque noti al pubblico medio. In una sala più piccola vengono relegati tutta una serie di creator che fanno cultura e divulgazione e che prima trovavano spazio nella sala più grande.
Risultato: la sala grande con i nomi, era piena al 20%, la sala piccola con i creator di qualità era piena al 100% con persone sedute a terra o in piedi.
E questa è una ulteriore dimostrazione di come purtroppo, i creator possono essere fuffa o veri esperti ma quello che veramente conta per gli organizza le fiere sono i numeri della community.
Non conta se è un creator che dice sciocchezze, se fa panel noiosi. Ha i numeri e va premiato.
E questo è avvilente perché ci fa capire come culturalmente siamo molto impreparati e chiunque domani si sveglia e inizia a fare video, anche dicendo fesserie, può arrivare più avanti di chi legge, studia e si prepara sugli argomenti.