I cartoni animati giapponesi ci hanno cresciuti male?

Di In Anime e Fumetti
Agosto 12, 2026
Cresciuti male

La prima accusa che fu sollevata agli anime quando arrivarono in Italia e nello specifico a Goldrake (ma poi la polemica fu estesa anche agli altri robot) è che inneggiavano alla violenza. Combattimenti all’ultimo sangue, esplosioni, morte. Elementi impensabili da proporre in tv nell’intrattenimento televisivo di quegli anni.

“La ragione è del più forte solo i deboli soccombono”

Questo era il dictact di uno dei nemici più iconici, Re Vega (Ufo robot Goldrake)

  • L’assenza di dialogo o un accordo non è accettabile
  • La via totalitaria e nazifascista della guerra a tutti i costi è un mantra.
  • La pace non esiste. E’ un intermezzo tra due guerre (tra i due Mazinga, tra i due Getta robot, ecc).

I cattivi delle serie tv erano crudeli, schietti, diretti. Il fine giustificava i mezzi. Sempre. E per chi si redimeva c’era solo la morte.
Va da se che i genitori dell’epoca erano perplessi davanti a questi messaggi, convinti che i loro figli potessero essere traviati da tali atteggiamenti, dimenticando però un particolare: la bilancia aveva due pesi. Se da un lato c’erano i nemici con le loro efferatezze, dall’altro c’erano gli eroi pronti a sacrificarsi per un bene comune, sempre in prima linea per il trionfo della giustizia, spesso in bilico sul da farsi quando un cattivo dava un barlume di redenzione. Eroi che vivevano gli scontri non per il desiderio di violenza ma con la consapevolezza che l’umanità era in pericolo e qualcuno doveva lottare per loro, anche mettendo a rischio la propria vita. Cavalieri senza macchia (o poche) e senza paura (e nemmeno è vero), che soffrivano ma non mollavano mai, tenaci, ostinati, che trasmettevano un messaggio chiaro e positivo: l’amore e la difesa dei più deboli viene prima di tutto.

La rappresentazione del popolo nell’animazione

Ma c’era un particolare che quei genitori (e chi come loro era preoccupato) non sapeva. Quelle rappresentazioni allegoriche di personaggi cattivi, erano una metafora del popolo giapponese.
Prendiamo ad esempio Jeeg Robot: gli Jamatai, il famoso popolo millenario capeggiato dalla Regina Himika altro non erano che la rappresentazione dei lati negativi del popolo giapponse prima del dopoguerra.
Un popolo ostinato, amante dello scontro, regolato da una ferrea normatività, condannato da un unico sovrano dal potere divino, comandante di un formicaio (operai, guerrieri), seguaci di un’etica dell’onore impossibile da trasgredire.
Che poi l’esistenza degli Jamatai e della regina Himiko sia oggetto di studio basato su leggende e libri storici, è un secondo aspetto legato al voler legare la tradizione con la fantasia da parte di Go Nagai al fine di dare quel tocco di misticismo misto a storia e fantascienza. Ma di fatto, con quella metafora, l’autore ha rappresentato quello che lui vedeva del suo popolo.

E i buoni invece?

Ovviamente i buoni rappresentano un’immagine finta, molto edulcorata e non sempre veritiera del Giappone di oggi ma allo stesso tempo carica di fiducia. Non a caso, nelle produzioni Toei legate ai Robot, i piloti erano sempre giovani, simbolo di speranza nel futuro e simbolo di una nuova generazione che difende quello che è stato costruito nel passato dai loro padri, nonni, antenati.

Il dolore

E’ un altro aspetto tipico dei cartoni robotici. I protagonisti ma spesso anche i comprimari sono spesso vittime di prove traumatiche che mettono a dura prova sia l’asetto psicologico che quello fisico. Senza contare i test duri a cui si sottopongono i piloti sia in fase di preparazione che durante i combattimenti.
Ma questo dolore è una metafora, è una rappresentazione di un passaggio fondamentale della vita di tutti, quello che ci porta dall’infanzia all’adolescenza e poi alla maturità.
Un passaggio che può essere a volte traumatico, in cui si perde la spensieratezza e si inizia a fare i conti con la vita reale, con i doveri, con l’impegno da profondere per l’ottenimento di un obbiettivo (titolo scolastico, un lavoro, ecc.) e ovviamente la morte.
Il fardello in Giappone non è carico dell’adulto come in occidente ma è anche del ragazzo che non essendo più un bambino deve affrontarlo, con tutte le responsabilità che ne conseguono.
E proprio nell’animazione robotica assistiamo alla metafora del sistema scolastico in cui la competizione tra gli alunni è esasperata oltre ogni limite al fine di far eccellere chi riesce a reggere e creare una società conformata e disciplinata.
Quei test duri a cui sono sottoposti i giovani sono rappresentati come le sfide che i piloti devono affrontare episodio dopo episodio.
Il giovane che pilota il robot è un simbolo di lotta, quella contro l’autorità e l’antichità della cultura nipponica che viene rappresentata dai mostri.
Uno scontro pedagogico fatto da giovani contro adulti, buoni contro cattivi, robot contro mostri.

E il rapporto con la bomba atomica?

Certo, anche quell’episodio conta tantissimo. Il robot rappresenta il popolo che si alza e combatte contro il dolore della morte generata dalla bomba atomica (il mostro) che viene richiamata in ogni esplosione con il classico fungo atomico.
Ma anche nella lotta, il Giappone mantiene la coerenza con le sue origini: il Bushido definisce la via dell’onore di un guerriero, una via che impedisce di combattere il nemico quando meno se lo aspetta ma solo quando viene attaccato. Una sorta di onore anche nella lotta conto un nemico che verrà ucciso.

Perché gli scontri avvenivano sempre in Giappone e sempre tra Tokyo e il monte Fuji?

Fateci caso, ogni puntata mostrava scontri sempre nello stesso luogo e sempre tra due fazioni precise. E questo richiama gli scenari del periodo Sengoku (1467-1603) in cui le guerre tra clan del medioevo erano all’ordine del giorno.
Nessuno interviene in queste guerre, nonostante viene sempre detto che l’umanità è in pericolo. Ma se l’umanità intera è a rischio, come mai a combattere siano solo e semprei gli stessi?

Quindi ricapitoliamo: onore, guerra, dolore, sacrificio, morte, riscatto, gloria, rispetto, amore.

Sembrano tutte cose che messe insieme insegnano a vivere secondo delle regole che tracciano una via. Che mostrano il bene e il male e come la scelta del primo è sempre quella giusta.
E quindi, ritornando alla domanda di apertura: i cartoni animati ci hanno cresciuto male?
Ci hanno dato valori sbagliati?
Probabilmente no, anzi.
E l’escalation di violenza minorile a cui si assiste da anni, non ultimo il caso di Grumo Nevano, ci dimostrano come l’attuale generazione sia cresciuta decisamente male rispetto a quella deli anni ‘70-’80.
Anni in cui la tv faceva da quasi da babysitter mandando in onda prodotti che avevano dei valori e che, confrontando il nulla assoluto che passa oggi nei reel social in cui vengono esaltati modelli vacui e spesso sbagliati, non può che darci la conferma che assolutamente, i cartoni animati non ci hanno cresciuti male.