Ne aveva già parlato qui ma oggi, dopo i primi episodi resi disponibili anche in Italia grazie a Prime video, possiamo tornare sull’argomento con qualche elemento in più.
Fist of the North Star, la stella (cadente) del Nord.
Purtroppo quella che era stata la prima impressione dopo aver visto il trailer è stata confermata dopo la visione dei primi episodi rilasciati da Prime Video nei giorni scorsi.
Da dove partire…
Partiamo dallo staff di produzione che vede le forze congiunte di Warner Bros.Japan e Prime che, insieme, hanno messo su una macchina produttiva che potesse riportare in auge il mitico Kenshiro, guerriero di un’epoca post atomica dove i più forti vessano i più deboli nel nome della sopravvivenza e della sottomissione. Kenshiro, come sanno tutti, è il discendente della Sacra Scuola di Hokuto che conferisce ai lottatori che ne apprendono le tecniche, di combattere corpo a corpo usando colpi marziali che se sferrati in specifici punti di pressione del corpo umano, portano l’avversario alla morte.
In questa nuova edizione dell’anime, viene resa maggiore giustizia al manga di Buronson e Tetsuo Hara con una narrazione molto più fedele rispetto all’adattamento realizzato da Toei e andato in onda in Giappone dall’11 Ottobre 1984 al 5 Marzo 1987 (la prima stagione) e dal 12 marzo 1987 – 18 febbraio 1988 (la seconda) mentre in Italia è stata trasmessa a partire dal 1988.
La serie si presenta subito con uno stile molto diverso, lontanissimo da quello a cui i fan sono legati e questo si sa, specialmente in Italia, fa storcere il naso al fandom più rigido.
Ma se a volte si tende ad essere estremisti nella valutazione di una produzione moderna, specialmente se si vanno a toccare determinati personaggi, c’è da dire che effettivamente lo stile visivo lascia molto perplessi, considerando anche l’investimento economico che è stato fatto e le tecniche moderne che sono a disposizione oggi per gli studi di animazione.
Anatomie impossibili che non sono nuove a quest’anime, anzi. Nella serie classica abbiamo visto tantissime figure umane dotate di muscoli e proporzioni davvero poco realistiche ma in qualche modo funzionavano. Ma, saranno i colori cupi o le luci quasi inesistenti, il disegno di questo Kenshiro non funziona. Ed ecco che l’occhio cade su tutte quelle imperfezioni anatomiche che in questa nuova edizione, sembrano essere più accentuate e disturbanti rispetto a quelle viste negli anni 80 (che comunque c’erano).

Qualcuno ha detto che questa scelta è legata alla volontà di riprodurre il più possibile il tratto di Ttetsuo Hara, specialmente quello più recente. Ma è evidente che il passaggio da immagine statica a immagine dinamica crea qualcosa che non funziona.
A questo si aggiunge un secondo elemento, ovvero la tecnica di realizzazione. Purtroppo chi è abituato all’animazione classica vede sempre male l’uso della CGI per la caratterizzazione dei personaggi e dei loro movimenti. Ma anche chi è più avvezzo a produzioni moderne, non può non riscontrare che il risultato finale non è dei migliori e che Kenshiro con quella capigliatura così ben definita somiglia più a Berserk. Senza contare che nella serie classica, il corpo di Kenshiro cambia nel corso degli episodi, a simboleggiare la crescita del personaggio non solo umanamente ma anche fisicamente. Una evoluzione che qui si perde perché Kenshiro viene mostrato già muscoloso e adulto, facendo perdere quella fase di crescita importante.
Tutto quello che si vede in questi primi episodi è oltremodo artificiale, posticcio, poco fluido. Che siano movimenti semplici o combattimenti, sembra di essere all’interno di un video gioco per la PlayStation e nemmeno di quelle più recenti.
Ed ecco quindi che lo spettatore si trova a seguire quello che doveva essere un remake omaggio ai 40 anni di Hokuto no Ken e invece si scontra con una realtà difficile da digerire, che dilata i tempi dei combattimenti, che decide di essere più esplicito nella rappresentazione del sangue e delle esplosioni dei corpi rispetto alla serie classica dove in più occasioni venivano mostrate delle sagome a contrasto che facevano intendere cosa stava succedendo.
Ma quest’aspetto ha una sua valida motivazione e anche se rende l’anime più crudo e selvaggio, a tratti splatter, è esattamente quello che si voleva mostrare. La storia originale del manga non è “dolce”, la distruzione dei corpi è un elemento importante se non fondamentale e questo remake si orienta giustamente in quella direzione, dove la violenza fisica è protagonista al pari di chi la esercita.
Quello di cui si sente molto la mancanza però non è solo l’aspetto visivo ma anche quello sonoro. Le bgm non riescono assolutamente ad essere idonee e il confronto con la serie storica è inevitabile e impietoso.
Si salva qualcosa da questo remake di Hokuto no Ken?
Premesso che siamo ancora ai primi episodi e quindi un giudizio completo andrà fatto alla fine (ma parliamo di 12 episodi, quindi un arco narrativo breve che per ora lascerà fuori tante cose), c’è una cosa da salvare in tutta questa bruttura ed è il doppiaggio italiano. Maurizio Merluzzo, voce di Kenshiro, fa un lavoro ottimo che non fa rimpiangere Alessio Cigliano (voce storica). Ma da solo non riesce a salvare tutto il resto. L’epicità mista alla poesia che la serie storica aveva non è una cosa facile da riprodurre, nonostante a differenza del passato oggi si ha a che fare con un prodotto studiato a tavolino, con scelte mirate.
E allora la domanda nasce spontanea quando ci troviamo davanti a prodotti che lasciano perplessi: a chi è destinato?
Perché il pubblico storico, quello cresciuto negli anni 80 con la serie classica, non darà mai un voto positivo a questo lavoro.
Il pubblico giovane, invece, è abituato a ben altri tipi di animazione che, tra cura estetica e narrazione, sono di ben altra pasta.
Chi resta quindi ad apprezzare questo remake?